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Come ti abortisco il pupo (noterelle per una storia della Rai)

Lo scorso gennaio, in conferenza stampa, il neo-direttore di RaiDue Carlo Freccero esprime il desiderio di avere un mio programma nel suo nuovo palinsesto. La notizia è accolta dall’ovazione, con applausi, delle giornaliste presenti (qui a 0:14″). Il giorno dopo, tutti i giornali titolano sul mio probabile ritorno in Rai, a 18 anni dalla chiusura di Satyricon.

Immediata la contraerea. Fra i dispiaciuti si segnala l’Huffington Post con l’articolo jettatorio “Perché Luttazzi se tornasse in Rai farebbe flop”.

Ad aprile vengo convocato da Freccero. Torno dalla Spagna e mi presento in Rai con il mio avvocato. Oltre al direttore e al suo staff (Di Iorio, Cappa), ci sono due manager della Ballandi, la produzione esterna chiamata da Freccero e a me gradita (era quella di Satyricon). Freccero esordisce esprimendo la sua esigenza di “controllo editoriale”, perché non vuole rischi (e qui fa il gesto delle manette). Allora gli ricordo due cose:

1) sedici anni di processi vinti dimostrano abbondantemente che faccio satira secondo i criteri stabiliti dalla legge (satira continente e non diffamatoria);

2) definirmi “rischioso” significa essere complice del bullismo di chi mi fece cause pretestuose per tapparmi la bocca. Inoltre è un’apologia del conformismo.

Poiché controllare la satira è una forma di censura, propongo una soluzione che salvaguardi il diritto Rai di decidere cosa trasmettere, e il mio diritto costituzionale di fare la satira che voglio: consegnerò la registrazione della puntata il giorno prima della messa in onda, Freccero potrà decidere quali parti tagliare, e al loro posto metterò un riquadro nero con la scritta “materiale satirico giudicato non idoneo alla messa in onda”. Freccero guarda i suoi e sorride: l’ostacolo è rimosso. Mi chiede di parlargli del programma. Spiego che sarà un talk-show con ospiti, come Satyricon, e novità nei vari comparti, fra cui una ventina di nuove rubriche. Gli mostro la scenografia del programma: gli piace. Gli dico il titolo del programma: ne è entusiasta. L’incontro finisce, Freccero esprime la sua contentezza perché il programma c’è. Non faccio in tempo ad arrivare a casa, che l’agenzia AGI dà la notizia dell’incontro, con un’intervista a Freccero ricca di dettagli.

A maggio, Freccero sollecita un nuovo rendez-vous. Ci incontriamo nello studio del mio avvocato. Sono presenti il vice Di Iorio e un altro vice, Lavatore, un funzionario di lungo corso che Freccero presenta come “la Rai”. Freccero ribadisce la sua esigenza di “controllo editoriale”. Espongo a Lavatore, assente ad aprile, la mia soluzione dello schermo nero con didascalia. Lavatore sostiene che non è possibile: quando accidentalmente fu trasmesso un nero per 30 secondi, i responsabili vennero multati. Gli faccio presente che questo non sarebbe un nero accidentale, ma satirico: la censura deve essere vista, quando c’è. Allora Lavatore propone che la durata del nero non sia pari alla durata del materiale rimosso, ma sufficiente a far leggere la scritta. Freccero aggiunge che la scritta potrebbe contenere anche un’informazione sul tema del materiale rimosso. Va bene. Freccero aggiunge: “Comunque, sono preoccupazioni eccessive. Ti ho forse mai censurato a Satyricon?” Rispondo: “No, ma poi per 16 anni mi sono trovato la Rai come controparte nei processi.” Freccero annuisce. Gli suggerisco di guardarsi il mio monologo a Raiperunanotte, per avere un’idea di quello che farò. Freccero: “Se mi dici che quello è la matrice, lo farò senz’altro. Ottima indicazione.” A questo punto, Lavatore introduce due novità: la produzione sarà interna (Rai), non più esterna (Ballandi); e il programma si registrerà a Torino, perché a Roma gli studi Rai sono tutti occupati. Sottolineo che si tratta di un talk-show con ospiti, e gli ospiti gravitano su Milano e Roma. Freccero si impegna a trovare uno studio Rai a Roma. Non resta che un tema: il conquibus. La Ballandi, per preparare il preventivo da presentare alla Rai, mi aveva chiesto un’indicazione sul compenso, e il mio avvocato aveva inviato una e-mail con una somma (riguardante quattro voci: conduzione, testi, format e diritto d’immagine) che corrispondeva al mio compenso di dodici anni fa a La7. Freccero sostiene di non saperne niente. Il mio avvocato dà a Lavatore e a Freccero una fotocopia della e-mail inviata alla Ballandi. Lavatore dice subito che la cifra è eccessiva, e che non ha mai visto compensi così in Rai. Allora chiedo quale proposta economica mi faccia la Rai. Lavatore e Freccero dicono che non è competenza loro, c’è un ufficio preposto. (A voi vi ha chiamato, l’ufficio preposto? A me no. Chissà chi lo attiva, l’ufficio preposto.)

Passato qualche giorno, i contenuti di quella e-mail (una cifra che non è mai stata oggetto di trattativa con la Rai, e che era il mio compenso a La7 dodici anni fa) sono pubblicati da Repubblica, in un articolo secondo cui il mio rientro in Rai si fa difficile a causa della mia “richiesta economica eccessiva”. Il tutto utilizzando il solito condizionale paraculo (“Luttazzi avrebbe chiesto”). Chissà chi l’ha passata, quella e-mail, a Repubblica.

Il giorno dopo, Repubblica svela che Fiorello chiede la stessa cifra per il suo rientro in Rai, e Fiorello s’incazza. Repubblica concede a Fiorello un’intervista esplicativa a tutta pagina (in nuce: “la tv è come il calcio: i più bravi vengono pagati molto, smettetela di invidiare chi guadagna tanto e ci paga fior di tasse.”)

La settimana seguente, la Rai sposta il talk-show di Fazio su RaiDue.

A metà giugno apprendo dai giornali una notizia dall’ultimo CDA Rai: “Luttazzi, salvo imprevisti clamorosi, sarà out dal prossimo palinsesto”.

Ieri, alla presentazione della prossima stagione, Freccero dichiara che le trattative con me si sono interrotte per tre motivi:

1) “Il poco tempo a disposizione, in quattro-cinque mesi non si possono fare miracoli” (Miracoli? A maggio già si poteva concludere l’accordo, se davvero avessero voluto);

2) “La richiesta economica elevata” (Lo ripeto per i finti tonti: NON C’E’ STATA ALCUNA TRATTATIVA ECONOMICA CON LA RAI);

3) ”La satira di Luttazzi si basa su potere e sesso, che mi stanno bene, e sulla religione: in questa epoca pre-moderna ho ritenuto che quest’ultimo fosse un tema troppo difficile da affrontare” (Oooh, ecco il vero motivo; e in ogni epoca, anche premoderna, questa si chiama censura. Come se la religione non fosse potere e sesso…)

Riassumendo: prima si fanno belli per mesi annunciando il rientro del pupo (“fine dell’editto bulgaro!”), poi, quando è evidente che il pupo mostrerà ogni censura, abortiscono il pupo cercando di dare la colpa a lui (la “richiesta economica elevata”), con certa stampa ben felice di porgere l’attaccapanni in fil di ferro.

Direi che tutto torna. In una intervista di qualche settimana fa, Freccero si è divertito a spiegare che, a differenza di Debord, lui usa il situazionismo in favore dello spettacolo, non contro di esso. S’è fatto reazionario. Si professa addirittura sovranista (cioè fascista 2.0, come la Le Pen, quella che va a braccetto con Salvini). Non mi resta che affidare all’icasticità di un gesto l’espressione del mio giudizio in merito.

Complimenti a tutti. (Non lo dico io, lo dice l’ufficio preposto.)

E ora lasciatemi trarre dalle budella la seguente conclusione: il mondo è pieno di opportunisti che pascolano beati all’ombra di una qualche organizzazione (politica, sociale, religiosa). A questo tipo umano, la satira risulta sempre fastidiosa, come il sole a picco. Davvero la religione, di questi tempi, è un tema troppo difficile da affrontare?

L’improvvisa tenerezza
della glicine fiorita
questa notte è risalita
sul cancello e sulle mura
dell’antico monastero
delle suore di clausura.

Quanto sole nel giardino
silenzioso del convento
secolare! Non so più dimenticare
suora Clara che somiglia
in un modo impressionante
a una bionda che ho incontrato
nel vagone ristorante
Barcellona-Ventimiglia.

Vorrei proprio diventare
un rosario che si sgrani
nelle vostre fredde mani
al barbaglio dell’altare,
suora Clara, religiosa
di rinuncia e di preghiera,
monachina dolorosa
dagli zigomi di cera.
E fantastico languori
d’un convento tutto bianco
rifiorito d’ostensori.

E non sogno che una chiesa
piccolina, tutta accesa
di ricami, tra le mura
dell’antico monastero
delle suore di clausura.

§

Posticipo (11 luglio 2019): oggi il Fatto quotidiano pubblica alcuni brani di questo post. La replica di Freccero: “Che cattiveria.” Cioè, prima intrafottono la trattativa cercando di dare la colpa a me, poi però il cattivo sono io. What a Wonderful World.

Come piccolo contributo al miglioramento del giornalismo italiano, vorrei far notare, inoltre, una pecca che pare endemica: l’occhiello mi attribuisce, con un virgolettato, una frase che non ho mai detto: “Freccero pretendeva di controllare la satira.” Come spiego nell’articolo, un direttore di Rete ha tutto il diritto (e il dovere) di controllare quello che manda in onda. La mia soluzione (schermo nero con didascalia al posto dei brani censurati) lasciava sia a lui che a me le rispettive libertà costituzionali. Il valore della satira è nel suo antagonismo: mentre ci fa ridere, ci offre la possibilità di ripensare alla nostra relazione con il mondo e con gli altri. Per questo motivo la satira dev’essere libera, o non è satira.

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I social network sono tossici

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In questi mesi, inchieste del Guardian, del New York Times e del Washington Post hanno documentato il modo tossico con cui i social network, Facebook in testa, manipolano senza scrupoli la psicologia degli utenti, propri e altrui, e ne usano i dati personali per operazioni di marketing, politico e commerciale.

Quando lo scandalo  Cambridge Analytica ha fatto emergere la complicità di Facebook col famigerato SCLgroup, aderisco alla campagna mondiale #deletefacebook. 

Marketing politico

Il Washington Post, nel 2016, si era accorto che fra gli elettori di Trump c’era un numero sproporzionato di persone con bassa competenza politica e cognitiva. Alla luce delle nuove rivelazioni, un  esperto  sostanzia l’ipotesi che i dati di Cambridge Analytica servissero a individuare gli elettori sprovveduti per poi bersagliarli con propaganda a contenuto emotivo. 

Zuckerberg smascherato

Chiamato da senatori e deputati USA a render conto del comportamento irresponsabile della sua azienda, Zuckerberg recita pseudo-scuse e balle vere che sviano dal vero problema:  il modello Facebook.

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Fra le omissioni colpevoli di Zuckerberg, quella sull’accordo che permette l’uso dei dati Facebook a Huawei, una compagnia cinese segnalata dall’intelligence USA come pericolosa per la sicurezza nazionale.

Fanno scalpore gli appunti di Zuckerberg sulle risposte retoriche con cui aggirare le domande più spinose:

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Nonostante la portata dello scandalo sia evidente, i media italiani e stranieri non cancellano il proprio account Facebook o i propri link a Facebook.

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Un’inchiesta della BBC, fatta un anno prima delle rivelazioni su Cambridge Analytica, scopriva un fatto di enorme rilevanza: Facebook, Google e YouTube erano stati parte attiva nell’operato di Cambridge Analytica. Aggiungo dunque  #deletegoogle e #deleteyoutube a #deletefacebook, #deleteinstagram e #deletewhatsapp.

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Il problema cruciale delle piattaforme di sorveglianza (Facebook e simili) è quello della nostra privacy. Per giustificare il modus operandi di Facebook (spiare gli utenti per vendere al marketing commerciale e politico gli utenti più adatti a essere persuasi dalla loro pubblicità mirata), nel 2010 Zuckerberg disse che “la privacy non è più una norma sociale“. Alla propria privacy, però, Zuckerberg tiene eccome, come si vede dalla sua risposta alla domanda perfetta del Sen. Durbin, che lo incastra.

Il bottone misterioso

Facebook usò il suo bottone misterioso  anche in Italia, durante la campagna elettorale 2018. Perché? A che titolo? Con quali effetti?

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Facebook organizzò pure una tribuna elettorale escludendo sei forze politiche:

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La protezione dei dati è una balla 

Facebook ha 2 miliardi di utenti. Erano tutti situati nella sede irlandese di Facebook. In pochi giorni Facebook ne ha spostati 1 miliardo e mezzo dalla sua sede irlandese a quella USA per sottrarli alla nuova legge europea che protegge i dati. Così può continuare a usare i loro dati come le fa comodo. Le tasse però continua a pagarle in Irlanda, dove le fa comodo.

Facebook scheda gli interessi politici, sessuali e religiosi degli utenti

A maggio si scopre l’ennesimo comportamento schifoso di Facebook: classifica gli utenti secondo il loro interessi politici, sessuali e religiosi per permettere il marketing mirato.

Facebook permette agli smartphone di raccogliere dati da Facebook

Facebook considera gli smartphone sue protesi e permette loro di raccogliere i tuoi dati da Facebook a tua insaputa.

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Nel suo nuovo libro, Jaron Lanier spiega perché i social network, e gli smartphone collegati, sono tossici. Include nel gruppo anche Twitter. Scrivo #deletetwitter sul mio account Twitter (un messaggio ricorsivo che i fan di Westworld non hanno mancato di apprezzare) e chiudo la mia esperienza Twitter. Con i tuoi atti dimostri chi sei e in cosa credi.  

Luoghi comuni

Alla mia decisione di condannare in blocco i social network e di lasciare Twitter, alcuni di voi hanno replicato con luoghi comuni che sono smentiti dalle nuove conoscenze. I più frequenti sono tre e sono perniciosi perché fanno parte della mentalità, ormai consolidata, indotta dalla propaganda con cui i social network bombardano il web da una decina d’anni. Valga come ennesima prova della loro capacità di condizionamento occulto.

Primo luogo comune

Non sono i social a essere tossici, è l’uso e abuso che se ne fa. 

SBAGLIATO. Adesso si sa che i social network sono SEMPRE tossici. Ogni tua attività sui social perfeziona il loro sistema di profilazione, marketing mirato, controllo psicologico e modificazione comportamentale. La tua attività sui social contribuisce alla tossicità contro di te e contro gli altri.

Secondo luogo comune

I social sono il futuro che avanza e non ci si può fare niente.

SBAGLIATO. La vernice al piombo fu vietata quando si scoprì la sua tossicità. I social sono un modo tossico di fare web. Poiché tutto origina dalla loro raccolta dati, questa va vietata. Trovino un altro modo di fare affari: l’attuale è pericoloso. Io intanto comincio cancellandomi dai social e invitando tutti a farlo

Terzo luogo comune

I social sono uno strumento valido contro il monopolio dell’informazione.

SBAGLIATO. I social manipolano l’informazione in due modi: 1) con gli algoritmi che ti mostrano ciò che corrisponde alle tue preferenze (bolla informativa) 2) intervenendo nella propaganda partitica mirata, occulta, sponsorizzata, deviata da chi ha i soldi e gli interessi per farlo, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica (Mercier, Bannon, Trump, Brexit) e dal caso hacker russi (Trump).

Liberarsi dalla sorveglianza

Cancellarsi dai social e cambiare gli smartphone con cellulari semplici da poche decine di euro sono i primi passi per liberarsi dalla manipolazione tossica delle multinazionali di sorveglianza.

Oltre a una questione di liberazione, propria e altrui, è una questione morale: ora che queste cose finalmente si sanno, si tratta di non esserne complici.

Sulla vignettaccia di Charlie Hebdo: domande e risposte

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Il vignettista francese sghignazza da cinico e/o cazzaro e/o stronzo (decidete voi) secondo il gradiente A) satira > B) cinismo > C) fare il cazzaro > D) fare lo stronzo > E) sfottò fascistoide. Gli italiani che s’indignano per questa vignettaccia ne hanno tutte le ragioni; ma non bisogna invocare la censura come stanno facendo certi: libero lui di fare la testa di cazzo, liberi noi di dargli della testa di cazzo. La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa.

***

Questo mio commento ha suscitato reazioni, obiezioni e domande che rivelano una certa confusione pubblica sulla satira e sui suoi fondamentali. Replico qui. Grazie a chi ha dialogato con me.

1) “La satira non è giudicabile.” Sbagliato. La satira è un punto di vista. In quanto tale, è opinabile. Lo è inevitabilmente. La satira nasce con Aristofane come giudizio sui fatti, assumendo nelle sue commedie la forma di un processo o di una gara o di una decisione: l’esito della vicenda esprimeva il giudizio negativo di Aristofane su questo o quel personaggio. Ogni atto satirico è l’esito di una decisione/giudizio dell’autore e rivela la sua cultura e la sua ideologia. Allo stesso modo, possiamo condividere il giudizio negativo di Aristofane sul demagogo Cleone e non condividere quello su Socrate: è il giudizio sul contenuto satirico e dipende dalla nostra cultura e dalla nostra ideologia.

2) “La satira può essere giudicata solamente dalle intenzioni dell’autore.” Sbagliato. L’intenzione non conta, conta il risultato. Soprattutto, non puoi attribuire all’autore un’intenzione che non ha espresso. Questo è un errore di ragionamento piuttosto comune, ma in Italia non si insegna a riconoscerlo, a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, dove venne individuato negli anni ‘30: si chiama fallacia intenzionale ed è, come altre cose non più accettabili, un retaggio del Romanticismo.

3) “Il vignettista francese non ce l’aveva certo con le vittime.” Altra fallacia intenzionale. Come un risultato artistico può non corrispondere alle intenzioni dell’artista, così un satirico può scivolare via dalla satira (colpire il carnefice), in direzione dello sfottò fascistoide (colpire le vittime di un carnefice), attraverso qualcuno dei tre momenti psicologici che li separano: cinismo (mostro insensibilità al dolore altrui), fare il cazzaro (banalizzo il dolore altrui), fare lo stronzo (scherzo sul dolore altrui).

4) “La vignetta denunciava il malaffare italiano.” Altra fallacia intenzionale. Non si può attribuire alla vignetta un bersaglio che nella vignetta non c’è. E quelli di Charlie Hebdo sapevano che si trattava di una vignetta immonda, infatti l’hanno pubblicata nella pagina delle “vignette impubblicabili”: una vecchia paraculata che però qui non è bastata a frenare la giusta indignazione. Altra paraculata: la vignetta riparatoria dove si fa riferimento alla mafia. Riferimento che non c’è nella prima vignetta. Hanno sbagliato. Succede.

5) “Tu mi hai insegnato l’irriverenza. La satira deforma, informa e fa quel cazzo che le pare. L’hai detto tu.” Hai imparato l’irriverenza, ma non il corollario, l’assumersi la responsabilità dei propri atti satirici. La satira fa quel cazzo che le pare e non può essere censurata, ma questo non significa che sia infallibile, immune da critiche. Può diffamare o fare apologia di reato, ad esempio, e allora interviene la legge. Oppure può diventare un’altra cosa e farsi beffa di vittime, e allora interviene la riprovazione sociale. In quella vignettaccia c’è solo sghignazzo. Atroce perché fatto sui morti. Se ti piace questo genere di cose, questo dice molto su di te. La vignettaccia contiene un errore tecnico e una perversione ideologica. Mauro Biani, sul manifesto, ha ben riassunto l’errore tecnico con questa battuta: “C’è un francese, un italiano e un tedesco. Viene il terremoto. L’italiano pasta, il francese senza bidet, il tedesco freddo.” Pascalino Miele invece ha evidenziato la perversione ideologica con un esempio di possibile vignettaccia sulle stragi in Francia: una foto dei cadaveri al Bataclan con la didascalia “Fois gras”. (In questo caso sarebbe sfottò fascistoide perché si schiera implicitamente con i terroristi carnefici.) Fu ben diversa la vignetta che Charlie Hebdo pubblicò dopo quella strage. Lo sfottò grottesco (di quelli che suscitano la risata verde ) era contro i terroristi, non contro le vittime:

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Questa vignetta abbraccia le vittime in un “noi” che invece manca nella vignettaccia sulle lasagne: chi ha parlato in proposito di “razzismo” non aveva torto.

6) “La satira ha tutto il diritto di disturbare. Quella vignetta ha disturbato, quindi è stata satira efficace.” Sbagliato. Quella vignettaccia ha disturbato perché sbeffeggiava delle vittime, non perché fosse satira efficace. Certo, l’ideologia personale interviene a formare i criteri di giudizio: sbeffeggiare le vittime per me è sbagliato e chi lo fa è una testa di cazzo. Per te no? Significa che moralmente siamo agli antipodi. Prendiamo un altro tema d’attualità: i preti pedofili. E’ satira la vignetta contro i preti pedofili; non è più satira se sbeffeggia i bimbi molestati. Oh, nel secondo caso la vignetta certo creerebbe uno scalpore enorme, ma sarebbe la giusta indignazione contro una cosa ripugnante. Godere della vignetta che sbeffeggia i bimbi molestati ti schiera coi preti pedofili. Non credo che approveresti. Se sì, stai confondendo la satira con ciò che non lo è. Oltre che essere una testa di cazzo.

7) “Qual è la reazione corretta a una vignetta/battuta satirica?” Non esiste la reazione “corretta”: ogni reazione dipende dalla propria ideologia e dalla propria cultura. Per questo lascio l’interpretazione soggettiva a voi (cinico e/o cazzaro e/o stronzo). L’interpretazione oggettiva parte invece dagli elementi presenti nella vignetta/testo (quella vignettaccia non è né satira né sfottò fascistoide). Senza dimenticare che l’arte ha sempre una certa dose di ambiguità, e questo spiega i volumi di critica letteraria. La mia è una delle interpretazioni possibili: la sostengo con argomenti.

8) “Come può essere immediata la risposta del lettore medio se ci vogliono 4 lauree per capire, analizzare, contestualizzare il tutto?” Se la battuta è tecnicamente riuscita, c’è un primo livello comico al quale tutti rispondono in modo immediato con la risata. La competenza critica è richiesta per l’analisi, ad esempio quando un satirico si allontana dalla satira e va nella direzione dello sfottò fascistoide, come in questo caso. L’indignazione popolare alla vignettaccia dimostra però che anche la critica può avere una sua immediatezza.

9) “Il giornalista Buttafuoco ha condannato la vignetta parlando di empietà. Sei d’accordo?” No. La definizione di Buttafuoco esprime la sua ideologia (è un apologeta del fascismo che di recente si è convertito all’Islam) e quella definizione gli è servita in passato per condannare la satira anti-religiosa di Charlie Hebdo. La satira è anti-ideologica: se ti appelli all’empietà finisci per condannare tutta la satira. Buttafuoco suggerisce inoltre che la risposta all’empietà satirica dev’essere l’indifferenza. In questo modo però toglie alla satira il suo valore. Non posso accettare neanche questo.

10) “E Andreotti che si eccita a guardare il corpo di Moro pieno di proiettili? Vorrei capire perché quella era satira e la vignettaccia di Charlie Hebdo no.” Quando sei nel dubbio, chiediti sempre: “Chi è il bersaglio?” In quel racconto, il bersaglio non era la vittima (Moro) ma i suoi carnefici. Era un racconto di satira grottesca, fu letto in un teatro di Genova e suscitò emozione e applausi. La polemica fu creata il giorno dopo da un’agenzia ANSA che raccontava, mentendo, di un attore in scena che sodomizzava il cadavere di Moro. Mostrai il filmato della serata e la polemica diffamatoria si spense. Altro caso: durante il sequestro Moro, il Male pubblicò la foto BR di Moro in prigionia aggiungendo la didascalia: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto.” Come ho spiegato in “Mentana a Elm Street” , quella non era più satira, ma sfottò fascistoide: sbeffeggiava la vittima vera di carnefici veri. Secondo me, ovviamente. Secondo quelli del Male, no. E si torna al discorso delle differenze ideologiche.