Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 20 novembre)
Lo scorso ottobre la Hind Rajab Foundation ha denunciato alla Corte penale internazionale (Cpi) 1.000 soldati israeliani per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio a Gaza. Oltre 8.000 prove verificabili, tra cui video, registrazioni audio, relazioni forensi e documentazione sui social media dimostrano il coinvolgimento diretto dei soldati identificati in quelle atrocità. Le violazioni del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti da più di un anno, eppure nei media statunitensi (e di conserva nei nostri) il racconto su Gaza è costantemente sbilanciato in favore di Israele. L’anomalia è bipartisan: giornali, settimanali e tv liberal (New York Times, Cnn, Nbc) non differiscono dalla reazionaria Fox News nel sostegno incondizionato ai crimini di guerra di Netanyahu. Il pesce puzza dalla testa: in un promemoria sfuggito alle maglie della censura interna, la dirigenza del New York Times ordina esplicitamente ai suoi giornalisti di non usare parole come “genocidio”, “massacro” e “pulizia etnica” quando scrivono delle azioni di Israele. Devono anche evitare parole come “campo profughi”, “territorio occupato” o persino “Palestina” (t.ly/anUkh). Alla Cnn le cose non vanno meglio: un promemoria ordina a tutti i giornalisti di presentare Hamas (e non Israele) come responsabile della violenza; di specificare sempre “controllato da Hamas” quando scrivono del Ministero della Salute di Gaza e delle cifre delle vittime civili; e di non riferire mai il punto di vista di Hamas. NYT e Cnn hanno licenziato giornalisti che criticavano le azioni israeliane: Jazmine Hughes fu costretta a dimettersi dal NYT dopo aver firmato un appello contro il genocidio in Palestina. E il conduttore della Cnn Marc Lamont Hill fu licenziato dopo aver chiesto la liberazione della Palestina in un discorso alle Nazioni Unite. Come mai, nei democratici Stati Uniti d’America, la libertà d’espressione viene conculcata, quando si tratta di Gaza? Per lo stesso motivo per cui gli Usa danno 5 miliardi di dollari ogni anno a Israele, spiega il giornalista d’inchiesta Alan MacLeod (MintPress, Guardian, Jacobin, Grayzone): “Israele svolge una funzione molto importante per l’impero statunitense: in pratica è un 51° Stato, un avamposto degli Stati Uniti in Medio Oriente. Serve a controllare l’area più importante al mondo dal punto di vista strategico ed economico. In Medio Oriente c’è il petrolio, cardine dell’economia moderna: chiunque controlli quel petrolio ha un potere enorme sulla società globale.” Una delle conseguenze, scoperta da MacLeod, è che negli Usa i media mainstream, ma anche i giornali locali e i social media, non trovano nulla di strano ad assumere come giornalisti, anche in ruoli apicali, ex spie ed ex lobbisti israeliani (t.ly/z7beI, t.ly/fo1DB). La sua accusa è pesante: questo network di propagandisti israeliani (sono centinaia) scrive le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria. Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. All’Unità 8200 viene attribuita per esempio l’esplosione dei 3000 cercapersone in Libano (9 morti, fra cui una bambina, e migliaia di feriti fra i civili). Un atto definito terroristico dall’ex direttore Cia Leon Panetta; ma “un successo” secondo il giornalista Barak Ravid. Ad aprile Ravid ha ricevuto da Biden il White House Press Correspondents’ Award, uno dei premi giornalistici più prestigiosi negli Stati Uniti.Piccolo particolare: Ravid è stato un’analista dell’Unità 8200, e fino all’anno scorso era un riservista Idf. (1. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 21 novembre)
Riassunto della puntata precedente: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti. Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. Barak Ravid, che ad aprile ha ricevuto da Biden il White House Press Correspondents’ Award, uno dei premi giornalistici più prestigiosi negli Stati Uniti, è un ex analista dell’Unità 8200. I suoi articoli, pubblicati dal website Axios, raccontano sempre di fantomatici contrasti fra Biden e Netanyahu: “Ultimatum di Biden a Netanyahu: se Israele non cambia rotta a Gaza, ‘non saremo in grado di sostenervi'”; “Lo scontro Biden-Bibi si intensifica mentre gli Stati Uniti vengono accusati di indebolire il governo israeliano”; “Biden ha detto a Bibi che gli Stati Uniti non sosterranno un contrattacco israeliano all’Iran”. Gli Usa sono uno dei giocatori in campo (l’amministrazione Biden appoggia i crimini di Israele inviandogli decine di miliardi di dollari in armamenti e bloccando le risoluzioni Onu favorevoli alla Palestina), ma coi suoi articoli Ravid accredita il presidente Usa come onesto intermediario nella questione mediorientale. Ravid non nasconde l’entusiasmo per Netanyahu, arrivando a scrivere che gli attacchi israeliani contro Hezbollah “non hanno lo scopo di portare alla guerra, ma sono un tentativo di raggiungere la de-escalation attraverso l’escalation” (!). Propaganda smaccata, presa di mira dalla satira in rete (“Esclusiva Axios: dopo aver venduto a Netanyahu armamenti per miliardi di dollari, Biden mette su a tutto volume ‘Bad Blood’ di Taylor Swift”), ma c’è poco da ridere. Nel 2014, 43 riservisti dell’Unità 8200 firmarono una dichiarazione: non erano più disposti a prestare servizio nell’Unità a causa delle sue pratiche immorali, che includevano la mancata distinzione tra cittadini palestinesi e terroristi. Ravid li attaccò con un intervento alla radio dell’esercito israeliano: “Opporsi all’occupazione della Palestina significa opporsi a Israele stesso”. MacLeod definisce Ravid “uno stenografo del potere”. E ne elenca altri, tutti ex spie israeliane, domandandosi: “Quale sarebbe la reazione se personaggi di spicco dei media statunitensi venissero smascherati come agenti di Hezbollah, di Hamas o dell’FSB russo?” Sachar Peled era all’Unità 8200, e ha fatto pure l’analista per lo Shin Bet, i servizi segreti israeliani. Alla Cnn lavorava con Christiane Amanpour. Adesso è Senior Media Specialist a Google. Tal Endrich, altra ex Unità 8200,era al Jerusalem Bureau della Cnn, notoriamente pro Israele. Oggi è la portavoce ufficiale di Netanyahu. Tamar Michaelis, che oggi alla Cnn produce buona parte dei contenuti su Israele e Palestina, era la portavoce ufficiale dell’esercito israeliano. Ami Kaufman, fra gli autori di “Amanpour”, era nell’esercito israeliano e nella Cia. Anat Schwarz,ex agente dell’intelligence aeronautica israeliana, scrisse sul New York Times “Scream Without Words”, il famigerato articolo sugli stupri di massa di Hamas che fece il giro del mondo: una balla talmente inconsistente che i giornalisti del Nyt ne presero le distanze. Numerosi anche i giornalisti Usa che, come l’editorialista del NytDavid Brooks, hanno o hanno avuto avuto figli nell’Idf: ma, quando scrivono su Israele, i loro giornali non ne sottolineano mai il conflitto di interessi. Jeffrey Goldberg,capo-redattore a The Atlantic, da volontario Idf aiutò a coprire gli abusi sui prigionieri palestinesi durante la prima Intifada. MacLeod: “Fino a che punto questi giornalisti possono essere imparziali sui fatti di Gaza?” (2. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 22 novembre)
Riassunto delle puntate precedenti: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti. Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. MacLeod: “Poiché Israele non potrebbe continuare le sue guerre senza l’aiuto americano, la battaglia propagandistica è importante quanto le azioni sul campo. Molti dei principali giornalisti che ci forniscono notizie su Israele/Palestina sono letteralmente ex agenti dell’intelligence israeliana.” Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. Vale anche per il web: sono centinaia quelle assunte da Meta, Google, Microsoft, Amazon e TikTok. Ne è un esempio Emi Palmor, ex Unità 8200: oggi è nel Consiglio di vigilanza di Meta, il comitato che decide quali contenuti consentire e quali sopprimere sui social di Zuckerberg (Meta è accusata da Human Rights Watch di cancellare sistematicamente le voci palestinesi sulle sue piattaforme: oltre 1.000 casi di palese censura anti-palestinese solo nell’ottobre e nel novembre 2023). Un altro esempio di ex Unità 8200 a Meta è Asaf Hochman, già capo delle strategie commerciali globali di TikTok. Oltre alle ex spie, i media Usa sono una sentina di ex lobbisti israeliani. Cominciamo dalla Nbc. Ci troviamo Kayla Steinberg,che scriveva di essere “orgogliosamente pro Israele” quando lavorava all’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), la lobby israeliana più potente negli Stati Uniti. Aipac nell’ultimo ciclo elettorale ha distribuito 100 milioni di dollari a 362 candidati sionisti: tutti eletti. E ha speso 30 milioni di dollari per battere alle primarie Jamal Bowman e Cory Bush, critici di Israele. La reporter Nbc Gili Malinsky era un’ufficiale Idf al dipartimento Relazioni pubbliche. Si occupò anche del marketing della Fidf (Friends of the Israeli Defense Forces), un gruppo statunitense che raccoglie fondi per l’Idf. Noga Even diventò manager alla Nbc dopo aver lavorato all’ambasciata israeliana negli Stati Uniti. Benji Stawsky viene dal Tamid,un gruppo che mette in contatto studenti universitari con aziende israeliane; dalla Cnn approdò alla Nbc. Il vicepresidente di NbcUniversal, Danny Bittner, era direttore regionale della Bbyo (B’nai B’rith Youth Organization), il cui motto è: “Dalla parte di Israele e del suo diritto a difendersi”. Brandon Glantz, dirigente di NbcUniversal, lavorava per la Hillel International, la più grande organizzazione universitaria ebraica. Altre lobbiste pro Israele alla Nbc: Yelena Kutikova (lavorò 3 anni alla Uja-Ny, un gruppo che raccoglie fondi per costruire insediamenti ebraici illegali in Palestina; documenti interni Uja consigliavano di diffondere la falsa notizia degli stupri di Hamas per contrastare le critiche ai massacri israeliani a Gaza); Samantha Subin:giornalista finanziaria, collaborò con il Washington Institute for Near East Policy (Winep, una costola dell’Aipac), poi col Tamid; Alana Heller (Aipac); Sara Bernstein (Hillel); Sarah Poss: era alla Anti-Defamation League (Adl), un’organizzazione che si spaccia per antirazzista, ma usa l’accusa di antisemitismo per proteggere Israele dalle critiche (per esempio etichetta come antisemite le marce pro-Palestina). Moshe Arenstein, dirigente MsNbc, era un ufficiale dell’intelligence Idf. Sorpresa sorpresa: dopo il 7 ottobre, MsNbc sospese senza spiegazioni gli unici 3 conduttori musulmani, Ayman Mohieddine, Ali Velshi e Mehdi Hasan. (3. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 23 novembre)
Riassunto delle puntate precedenti: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti (ne ha scovati dozzine anche nelle redazioni dei giornali locali). Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. L’anomalia è bipartisan: giornali, settimanali e tv liberal (New York Times, Cnn, Nbc) non differiscono dalla reazionaria Fox News nel sostegno incondizionato ai crimini di guerra di Netanyahu. Fra gli ex lobbisti israeliani di Fox News c’è Rachel Wolf. Era nel Committee for Accuracy in Middle East Reporting (Camera), un gruppo di attivisti sionisti. Ha lavorato all’ambasciata israeliana a Washington, e ha fatto la speechwriter per la Missione permanente di Israele all’Onu, dove era assistente di Netanyahu. Si è poi trasferita in Israele: era la portavoce dell’esercito (comunicati stampa, campagne sui social). Oggi è la homepage e social media editor di Fox News. Olivia Johnson era direttrice del Jewish Institute for National Security Affairs (Jinsa). Un recente rapporto del Jinsa chiede agli Usa di sostenere Israele in una guerra contro l’Iran. Dopo il Jinsa, la Johnson ha lavorato a Cbs News e ora è a Fox News. Sarah Schornstein (Aipac, Hillel, Jinsa, Camera). “Per Camera monitoravo qualsiasi attività antisemita/antisionista nel mio campus”, ha scritto. MacLeod: “Dunque per lei antisemita e antisionista sono la stessa cosa.” Nel 2021 era alla Missione permanente di Israele presso le Nazioni Unite, dove controllava che le Ong invitate non “avessero un impatto dannoso sugli interessi israeliani”. Nicole Cooper: ex Aipac, è l’assistente del presidente di Fox News. Molti anche gli ex lobbisti israeliani alla Cnn, un tempo uno dei network giornalistici più prestigiosi. Per esempio Jenny Friedlander. Era all’American Jewish Committee (Ajc), un’organizzazione che combatte il movimento “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (una campagna globale contro l’occupazione israeliana). Di recente, l’Ajc ha pubblicato l’articolo “Cinque motivi per cui gli eventi a Gaza non sono un genocidio”. Hannah Rabinowitz viene invece dall’Anti Defamation League. MacLeod: “I palestinesi si sono accorti che i servizi della Cnn su Gaza erano parziali e fuorvianti: l’anno scorso una diretta della Cnn da Ramallah è stata interrotta da dimostranti infuriati che urlavano ‘Fanculo la Cnn! Sostenete il genocidio! Qui non siete i benvenuti!'” L’articolo di MacLeod si conclude con una rassegna di alcuni ex lobbisti in forza al New York Times. Dalit Shalom era alla Jewish Agency for Israel, che fa parte della World Zionist Organization. Sofia Poznansky lavora a stretto contatto con gruppi di pressione come StandWithUs, Adl e Hillel. Rania Raskin lavorava per il Tivkah Fund, un’organizzazione che promuove il sionismo tra i giovani ebrei americani. Raskin è l’assistente dell’editorialista Bret Stephens, che per il Nyt ha scritto articoli intitolati “L’accusa di genocidio contro Israele è un’oscenità morale”, “Hezbollah è un problema di tutti”, “Abolire l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi” e “Hamas è colpevole di ogni morte in questa guerra”. Altri ex lobbisti sionisti in media importanti: Beatrice Peterson, ex Aipac, e Oren Oppenheim, ex Hillel, lavorano a Abc News; Erica Scott, ex Adl, e Betsy Shuller, ex Hillel, a Cbs News. Al Washington Post c’è Lisa Jacobsen: era direttrice dell’American Israeli Cooperative Enterprise, un gruppo che sponsorizza politiche Usa pro-Israele. Con la condanna di Netanyahu, i propagandisti sionisti diventano correi. Anche quelli italiani. I nomi li sapete. (4. Fine)
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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 19 novembre)
Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornaloni sono frequenti gli errori, specie se fanno propaganda Usa/Nato/Israele. Comunque basta correggersi, e amici come prima.
CORREZIONE. Venerdì scorso abbiamo scritto che Netanyahu fu avvisato dell’attacco terroristico di Hamas alle 6.29, mentre in Israele suonavano gli allarmi per i primi razzi Qassam sparati dalla Striscia. E che alle 6.40 fu richiamato perché lo Shin Bet aveva notato una quantità insolita di sim attivate al confine, come se un gruppo numeroso di gazawi stesse per spostarsi in Israele (le sim di Gaza non funzionano in Israele). Abbiamo anche ricordato che Netanyahu negava di aver ricevuto alert di sicurezza prima del massacro, e che si oppose all’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle falle della sicurezza. In effetti non abbiamo dato la notizia più rilevante: l’informazione sulle sim attivate in massa fu data dallo Shin Bet alle 2.58. L’allerta fu inviato al quartier generale del Consiglio di sicurezza nazionale (che deve riferirne a Netanyahu) e alla polizia; Ronen Bar, il capo dell’agenzia, inviò un team in ricognizione a Gaza (t.ly/lg7Kx). Se Netanyahu ha mentito, la “falla della sicurezza” assume il connotato atroce di una Pearl Harbor lasciata accadere, in modo da avere il pretesto per procedere alla pulizia etnica in corso. Nella speranza che le inchieste possano smentire questa ipotesi agghiacciante, ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.
CORREZIONE. Nei nostri articoli sull’invasione israeliana di Gaza abbiamo sempre evitato di descriverla come genocidio. In effetti dovremo farlo, checché ne dica Edith Bruck (“I genocidi sono altri”). Amos Goldberg, professore di Studi sul genocidio alla Hebrew University di Gerusalemme, la settimana scorsa ha dichiarato: “Sì, è genocidio. È difficile e doloroso ammetterlo, ma non possiamo più evitare questa conclusione. D’ora in poi la storia ebraica ne sarà macchiata per sempre.” Anche se il Papa, forse per motivi diplomatici, nega ancora l’evidenza (“Si indaghi se a Gaza è genocidio”), ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.
CORREZIONE. Nel 2022 scrivemmo che Hagar Gefen, 70 anni, fu picchiata con pietre e bastoni dai coloni israeliani perché aveva fotografato le loro aggressioni agli olivicoltori palestinesi in Cisgiordania. Ricoverata in ospedale con costole rotte, un polmone perforato, un braccio rotto e una ferita alla testa che richiese punti di sutura, nessuno dei colpevoli fu arrestato (t.ly/FbRUy, t.ly/Hryqg). In effetti avremmo dovuto precisare che Hagar Gefen è un’ebrea israeliana che si batte contro i soprusi dei coloni israeliani, e riportare il commento di sua cognata: “Se fanno questo agli ebrei, cosa fanno agli arabi?” (t.ly/nHSRl). Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.
CORREZIONE. Ieri abbiamo scritto che l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha definito “diritto all’autodifesa” l’attacco di Hamas (1200 morti) e “massacro genocida” l’invasione israeliana di Gaza (47000 morti). In effetti l’ambasciata israeliana presso la Santa sede ha fatto il contrario: ha definito massacro genocida quello di Hamas (1200 morti) e diritto all’autodifesa quello di Israele (47000 morti). Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.
CORREZIONE. Ieri abbiamo titolato: “Israele stremato dalla guerra”. In effetti avremmo dovuto titolare: “Gaza stremata dai bombardamenti israeliani su civili inermi.” Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 30 marzo 2023)
Mentre i propagandisti di guerra cercano disperatamente di coprire le balle della narrazione Usa-Nato sul conflitto in Ucraina (lo fanno partire dall’anno scorso per avvalorare il frame aggressore/aggredito) con toppe peggiori del buco (“Il decisore politico deve agire con lucidità laddove l’opinione pubblica non ce l’ha”), senza riuscire, peraltro, a evitare il doppio standard di cui tutti si stanno accorgendo (perché aggressore/aggredito non vale per Israele/palestinesi? Perché si incrimina Putin e non anche gli architetti Usa della guerra illegale in Iraq, coi loro alleati europei?), è passata sotto silenzio una notizia clamorosa che riguarda il controllo del discorso pubblico sui social: il giornalista inglese Alan MacLeod s’è accorto, esplorando LinkedIn, che Facebook, Twitter e Google hanno assunto ex-agenti Cia e Fbi per il fact-checking dei contenuti che vi transitano, per esempio quelli sulla guerra in Ucraina (bit.ly/3TPyG8h); e che “la maggior parte delle organizzazioni di fact-checking con cui Facebook collabora per monitorare e regolare le informazioni sull’Ucraina (sopprimendo ciò che viene giudicato fake news) sono finanziate direttamente dal governo Usa tramite le ambasciate Usa dei loro Paesi e il National Endowment for Democracy (Ned), che fu creato da Reagan come facciata per la Cia” (bit.ly/3JTTmaG). Le nove organizzazioni sono StopFake, VoxCheck, Fact Check Georgia, Demagog, Myth Detector, Lead Stories, Patikrinta15min, Re:Baltica e Delfi. Meta (Facebook) spiega: “Per ridurre la diffusione della disinformazione e fornire agli utenti informazioni più affidabili, collaboriamo con fact-checkers indipendenti a livello globale, tutti certificati dalla Rete internazionale di verifica dei fatti (Ifcn). L’Ifcn, una filiale del Poynter Institute, si dedica a riunire i fact-checkers in tutto il mondo.” MacLeod fa notare il problema: almeno cinque di quelle nove organizzazioni sono pagate direttamente dal governo Usa, uno dei belligeranti principali in Ucraina; e anche il Poynter Institute è finanziato dal Ned. Inoltre, molte organizzazioni di fact-checking ricevono finanziamenti da Paesi Nato. Fa l’esempio di StopFake: fondata nel 2014, è finanziata dall’Atlantic Council, un think tank della Nato, dal Ned, dal British Foreign and Commonwealth Office, dall’Ambasciata britannica in Ucraina e dal Ministero degli Esteri ceco. StopFake ha legami con The Kyiv Post, un canale ucraino finanziato dal Ned. L’Ifcn scrive che StopFake controlla soprattutto storie dei media russi, e che fu creata con l’occupazione russa della Crimea nel 2014 contro la “campagna per ritrarre l’Ucraina come uno Stato nazista dove prosperavano antisemitismo, razzismo, omofobia e xenofobia”. MacLeod: “L’Ucraina ha uno dei più forti movimenti di estrema destra in tutta Europa. Sfortunatamente, StopFake non è uno spettatore apolitico in questa ascesa.” I video di StopFake (eccone uno: bit.ly/3KjbJr1) esaltavano i battaglioni Aidar, Dnipro-1, C14 e Azov: gruppi neonazi e suprematisti di cui, dopo le denuncie di Amnesty International e dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, sono noti gli abusi, che includono crimini di guerra. “Nel febbraio dello scorso anno, Facebook annunciò la modifica delle sue regole sull’incitamento all’odio per consentire l’elogio del battaglione Azov”, scrive MacLeod. Per curiosa coincidenza, agli inizi dell’attuale conflitto ucraino Mentana disse nel suo tg: “Il battaglione Azov non è un battaglione neonazista”. E chi fa il fact-checking per Facebook in Italia dall’ottobre 2021? Open, il giornale online fondato da Mentana, la cui sezione fact-checking, membro attivo dell’Ifcn dall’aprile 2021 (bit.ly/3LZWtjK), di recente ha bollato come fake news l’articolo del premio Pulitzer Sy Hersh che accusava Usa e Norvegia del sabotaggio Nord Stream. Chi avrà ragione? Lucio Battisti: “Lo scopriremo solo vivendo.” (1. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 31 marzo)
Riassunto della puntata precedente: il giornalista inglese Alan MacLeod ha scoperto che Facebook, Twitter, Google hanno assunto ex-agenti Cia e Fbi per il fact-checking (bit.ly/3TXfwNM, bit.ly/3zm6QXP, bit.ly/3M77os2); e che “la maggior parte delle organizzazioni di verifica dei fatti con cui Facebook collabora per monitorare e regolare le informazioni sull’Ucraina sono finanziate direttamente dal governo Usa tramite le ambasciate Usa dei loro Paesi e il National Endowment for Democracy (Ned), che fu creato da Reagan come facciata per la Cia” (bit.ly/3JTTmaG). Pur avendo uno staff di funzionari statali, il Ned è una società privata, quindi non soggetta alle norme e al controllo pubblico cui sono soggette le istituzioni statali. Il Ned è stato coinvolto in molte operazioni controverse, come il tentativo di rovesciare il governo del Venezuela; e il colpo di Stato che nel 2014 spodestò il presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovich. MacLeod: “Il cambio di regime è una delle sue funzioni primarie. Lo fa istituendo, finanziando, sostenendo e addestrando tutti i tipi di gruppi politici, economici e sociali nei Paesi bersaglio. Ufficialmente, in Ucraina ha speso finora oltre 22 milioni di dollari.” Allen Weinstein, co-fondatore del Ned, ha ammesso al Washington Post: “Molto di ciò che facciamo oggi, la Cia lo faceva segretamente 25 anni fa”. Le società di fact-checking usate da Facebook decidono quali contenuti sulla guerra ucraina possono diventare virali e quali vanno soppressi come fake news. MacLeod: “Volevo sapere chi fossero, vista l’importanza che hanno sulla politica mondiale. Facebook è la più importante fonte di notizie al mondo, usata a questo scopo da tre miliardi di persone ogni mese. Nessun’altra organizzazione ha questo potere. Delle nove organizzazioni di fact-checking usate da Facebook per l’Ucraina, cinque sono finanziate direttamente dal Ned e da ambasciate Usa; le altre quattro pure, ma non lo dicono esplicitamente. Per esempio, il gruppo lituano ‘Patikrinta15min’ scrive che i loro sponsor ‘non possono essere partiti politici, organizzazioni statali o aziende legate a politici’, però prendono finanziamenti dal Poynter Institute e dalla sua filiale Ifcn, entrambi finanziati dal Ned. Tutti i nove gruppi fanno parte della rete Ifcn.” Spiega Meta: “Ogni volta che un fact-checker valuta un contenuto come falso sulle nostre piattaforme, noi ne riduciamo la distribuzione per ridurre la visibilità e lo etichettiamo di conseguenza, per avvisare gli utenti che tentano di condividerlo.” I fact-checker, che Meta definisce “indipendenti” (bit.ly/3Klzu1E), sono tutti “certificati” dall’Ifcn/Poynter Institute.(Open, che in Italia fa il fact-checking per Facebook, da cui riceve finanziamenti pari al 5% dei propri ricavi, ribadisce “la totale mancanza di rapporti con partiti o movimenti politici o da entità affiliate a partiti politici”, e si definisce “membro attivo” dell’Ifcn: bit.ly/42TrQ5U.) MacLeod: “Il Ned, cioè la Cia, finanzia il Poynter Institute per addestrare i fact-checker lituani su quali informazioni sono giuste e quali sbagliate; e l’ambasciata Usa quelli polacchi di Demagog. Altri gruppi sono finanziati dai governi olandese, inglese, tedesco. ‘Fact Check Georgia’ ha i loghi di Ned e dell’ambasciata Usa in calce a ogni pagina, e dovremmno credere che sono neutrali. Gli arbitri morali le cui decisioni impattano su miliardi di utenti Facebook sono manovalanza di Washington. La censura è globale. Nel 2016 Google cambiò di colpo un algoritmo, e il risultato fu che siti di informazione alternativa persero per sempre gran parte del loro traffico Google: ‘Democracy Now’ ne perse il 36%, ‘Alternet’ il 63% e ‘MintPress’ il 90%. Questo rende insostenibile economicamente la loro attività: è un attacco alla libertà di espressione.” Maccartismo digitale: la nuova frontiera. (2. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 1 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: la maggior parte delle organizzazioni di fact-checking con cui Facebook collabora per pilotare le informazioni sull’Ucraina sono finanziate dal governo Usa, e Google riduce il traffico ai siti di informazione alternativi. Per capire chi prenda certe decisioni, il giornalista Alan MacLeod ha esplorato LinkedIn, scoprendo la miriade di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che si occupano del fact-checking e della sicurezza informatica a Facebook, Twitter e Google (bit.ly/3TXfwNM, bit.ly/3zm6QXP, bit.ly/3M77os2). Sorprese anche a TikTok (bit.ly/3G3autl) e Reddit (bit.ly/40u852U). “Decidono cosa vedono gli utenti nei propri feed di notizie: costruiscono la loro realtà. Spaventoso, perché nessuno lo sa,” spiega MacLeod. Uno dei fact-checker è Aaron Berman, che in un promo di Facebook parla del suo lavoro nel “team contenuti” sostenendo l’importanza della trasparenza (bit.ly/40pnCkt, a 23’18”). MacLeod: “Ma omette il suo passato alla Cia. Ed è ridicolo che Facebook recluti, come arbitri morali su cosa è vero o falso, personale Cia, un’agenzia che ha una lunga storia di attività di disinformazione, colpi di Stato, centri di tortura e traffico di droga e di armi. Aaron Berman scriveva ogni mattina i memo di intelligence per i presidenti Obama e Trump; ora modera i contenuti della più grande media company al mondo. Questo è così distopico che è difficile esprimerlo a parole. Berman non è neppure il peggiore. Nel 2013 Scott Stern era il capo del targeting in Asia occidentale per la Cia. In pratica decideva chi veniva colpito ogni giorno dai droni in Yemen, Afghanistan e Iraq. La Cia stessa ha ammesso che il 90% delle persone uccise dai droni erano civili innocenti. Adesso Stern decide chi sparge disinformazione su Facebook e lo elimina da Internet.” Anche Nick Lovrien, vice-presidente di Meta, è un ex-agente Cia (bit.ly/40pnCkt, a 37’05”). Nel 2018, quando Zuckerberg fu convocato dal Senato Usa dopo lo scandalo Cambridge Analytica, alcuni politici proposero di smembrare il monopolista Facebook e di mettere Zuck in galera per aver favorito, con conseguenze letali, la diffusione di hate speech e disinformazione. MacLeod: “Qualche settimana dopo, Facebook diventò partner dell’Atlantic Council, il think tank Nato che nelle sue pubblicazioni definiva ‘cavalli di Troia del Cremlino’ tutti i gruppi antagonisti in Europa: il Labour di Corbyn, l’Ukip, Podemos, Vox, Syriza e Alba Dorata. Nel consiglio di amministrazione ci sono Kissinger, generali Usa, ex-direttori Cia. Questa gente adesso controlla la moderazione dei contenuti. Non credo che le due cose siano scollegate.” La legge anti-trust non fu applicata contro Facebook: un’azienda così estesa e influente conviene ai controllori. Ben Nimmo, ex-Atlantic Council, è il capo della global intelligence di Facebook: durante le elezioni in Nicaragua cancellò col suo team centinaia di account e di pagine di media pro-sandinisti, contrari al candidato sostenuto dagli Usa. La propaganda, insomma, non è solo russa, come insegna il precedente della guerra in Iraq, motivata da bugie che furono amplificate da giornalisti embedded. MacLeod: “Oggi ci sono giornalisti che esistono solo per attaccare il sentimento progressista no-war e anti-imperialista che si sta formando. Ti dicono che sei una marionetta di Putin.” Il controllo del discorso pubblico non è certo una novità: nel 1977, dopo un articolo del New York Times di Sy Hersh sulla Cia che spiava gli attivisti no-war (nyti.ms/2AKuGz4), un’inchiesta di Carl Bernstein svelò che 400 giornalisti Usa avevano lavorato segretamente per la Cia (“La Cia e i media”: bit.ly/3zkANr4). MacLeod: “Ma oggi è tutto più palese. Ken Dilanian del Los Angeles Times inviava i suoi articoli alla Cia che glieli correggeva prima della pubblicazione. Quando uscì la notizia (bit.ly/414K5Uf), Dilanian fu promosso in tv: fa il corrispondente alla Nbc. E’ così che si fa carriera.” (3. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 4 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: quello che Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit mostrano agli utenti viene deciso da centinaia di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che sono stati assunti dai social per pilotare il fact-checking (per esempio, sulla guerra in Ucraina):decidono quale narrazione è giusta o sbagliata; selezionano i feed di notizie mostrati agli utenti; e cassano le notizie che giudicano “fake”. Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia: quando un loro fact-checker bolla un contenuto come falso, le piattaforme Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp) ne riducono la visibilità. Infine, dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Facebook è diventato partner dell’Atlantic Council, il think tank Nato nel cui consiglio di amministrazione figurano Kissinger ed ex-direttori Cia. Non si sapeva nulla di tutto ciò e la cosa dovrebbe preoccupare, ma in Italia nessun giornalone (e nessun tg generalista) ha ripreso questa notizia bomba: una ragione in più per continuare a parlarne. MacLeod: “In una guerra, tutti mentono: la Russia diffonde falsità costantemente, ma anche i Paesi Nato. Quando però un fact-checker critica un belligerante e tace sull’altro, si schiera, sta facendo propaganda. Se Facebook assumesse agenti russi, tutti vedrebbero la minaccia. Con le agenzie Usa, nessuno vede il problema.” I fact-checker Cia non debunkano il proprio fact-checking finanziato dalla Cia, o le operazioni Cia. Il quadro che ne risulta è che solo i russi mentono. MacLeod: “Data l’influenza mondiale di Facebook, si tratta di un problema di sicurezza nazionale per ogni Paese del mondo. E non è solo Facebook. L’operazione è talmente enorme che è difficile dire dove termina Silicon Valley e dove comincia la sicurezza nazionale Usa. Con agenti Cia a smistare il traffico sulle piattaforme principali, è come se la Cia, un’organizzazione responsabile di alcuni dei peggiori crimini dell’era moderna, decidesse cosa possiamo vedere o no online. Tutto senza controllo pubblico.” Il vantaggio pratico è enorme: il governo Usa controlla il flusso informativo online senza bisogno di dire alle piattaforme quale politica implementare. MacLeod aveva scoperto il retroscena spulciando i profili LinkedIn: dopo i suoi articoli, molti profili di ex-agenti sono stati modificati in modo da rendere impossibile rifare la ricerca digitando “Cia”, “Fbi”, “Nsa” e “Dipartimento della Difesa”, come aveva fatto lui (qui gli screenshot pubblicati da MacLeod: bit.ly/40WJELC). Chi fa il fact-checking ai fact-checkers? MacLeod: “Piccoli media indipendenti come MintPress (http://www.mintpressnews.com), che viene costantemente ostacolato: bloccato da Facebook, dove aveva 400 mila followers, soppresso dall’algoritmo di Google, e rimosso da servizi di transazione finanziaria come PayPal.” Fra il 2017 e il 2021, Facebook ha scoperto sulla sua piattaforma campagne di disinformazione in Russia, Iran, Myanmar e Ucraina. MacLeod: “Negli Stati Uniti ha debunkato le bufale di teorici della cospirazione e di suprematisti: non quelle del governo. Nonostante adesso si sappia che il Pentagono impiega un esercito clandestino di 60 mila persone per influenzare l’opinione pubblica online usando falsi profili.” Ne scrisse Newsweek dopo due anni di indagini (bit.ly/3Gchowk): un ufficiale che supervisionava le operazioni, ora in pensione, parlò di “programmi speciali di accesso” che schermano dai controlli, sicché nessuno sa quanto siano estese quelle attività. E aggiunse di temere che “il desiderio di essere invisibili al nemico oscuri ciò che gli Stati Uniti stanno facendo nel mondo, e renda anche più difficile portare a termine i conflitti.” (4. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 5 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: ex-agenti Cia, Fbi e Nsa sono stati assunti da Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit per pilotare il fact-checking e selezionare i feed di notizie mostrati agli utenti. Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia: quando un loro fact-checker bolla un contenuto come falso, le piattaforme Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp) ne riducono la visibilità; ma i fact-checkers Cia non segnalano la propria attività, né le fake news del governo Usa (il Pentagono impiega migliaia di persone per influenzare l’opinione pubblica online usando falsi profili. Ne scrisse il Guardian: bit.ly/40JM6FC). I social danno alla propaganda Usa un impatto enorme (a Facebook, per esempio, attinge notizie il 30% della popolazione mondiale), e la manipolazione dei fact-checkers Cia minaccia la sicurezza e la sovranità nazionale degli altri Paesi, specie quelli che non si conformano all’agenda di Washington. I piccoli media indipendenti come MintPress, che debunkano i fact-checkers Cia, vengono boicottati dalle piattaforme. Quanto alla stampa, MacLeod aggiunge: “45 anni fa, un’inchiesta di Carl Bernstein svelò che la Cia aveva centinaia di agenti sotto copertura nelle redazioni dei maggiori quotidiani nazionali, incluso il New York Times. La cosa fece scalpore, ma i tempi sono cambiati: non c’è stata nessuna reazione quando l’agenzia di stampa Reuters, nel 2015, assunse Dawn Scalici, che era alla Cia da 33 anni, per ‘migliorare l’abilità della Reuters di andare incontro alle esigenze del governo Usa’”. Come funziona il sistema degli influencer occulti pro-Washington? Basta vedere in che modo gli Usa hanno infiltrato i media in Sudafrica (bit.ly/431rMkf). All’epoca dell’apartheid, gli Usa finanziavano i media sudafricani per contrastare “la forte propaganda marxista”. Quei fondi venivano dal Ned. Gli Usa appoggiavano il regime dell’apartheid, nonostante le sue atrocità, ritenendolo un baluardo contro l’influenza del socialismo sovietico nel continente: temevano, per esempio, le lotte per l’indipendenza in Angola e in Namibia. Oggi il sostegno ai media africani continua in funzione anti-Cina: del network fanno parte il quotidiano Mail & Guardian,che si definisce “il principale giornale indipendente del continente”; il suo settimanale pan-africano su WhatsApp, The Continent; e il “Centro per il Giornalismo Investigativo amaBhungane”, fondato da Sam Sole and Stefaans Brümmer, giornalisti di Mail & Guardian. Il Ned, creato da Reagan come facciata per la Cia, finanziava i mujahidin in Afhganistan, i gruppi filo-Contras in Nicaragua, Solidarnosc in Polonia e i gruppi anti-marxisti a Grenada; oggi il suo impegno è globale, e sostenuto anche da fondazioni private. Nel 2021 Joe Biden ha lanciato il Fondo Internazionale per i Media di Interesse Pubblico (Ifpim), che finanzia media in Paesi economicamente vulnerabili. Nell’Ifpim sono partner il Ned e la fondazione Luminate di Pierre Omidyar, fondatore di eBay e finanziatore della webzineThe Intercept. A capo dei programmi dell’Ifpim c’è Khadija Patel, già capo-redattrice di Mail & Guardian. Un altro sostegno Usa ai media “indipendenti” viene dal Centro di Assistenza per i Media Internazionali (Cima), dove sono partner il Ned e George Soros, che è anche il proprietario del Mail & Guardian. A loro volta, nel 2017 Soros e Omidyar hanno fondato il Programma di Innovazione dei Media Sudafricani (Samip); fra l’altro, finanziano amaBhungane, che si dichiara “strenuamente indipendente”.AmaBhungane ha creato IJ Hub, un network di giornalisti investigativi che ha membri in Lesotho, Namibia, Malawi, Eswatini, Botswana, Zambia e Sudafrica. Suo partner nell’impresa: il Media Institute of Southern Africa (MISA), un’organizzazione finanziata dal Ned. (5. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 6 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: ex-agenti Cia, Fbi e Nsa sono stati assunti da Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit per pilotare il fact-checking e favorire l’agenda di Washington. Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia. I fact-checkers Cia non segnalano la propria attività, né le fake news del governo Usa; le loro manipolazioni, oltre a minacciare la sicurezza e la sovranità nazionale degli altri Paesi, ostacolano la risoluzione dei conflitti. La Cia, con propri agenti e con il Ned, cerca di controllare anche la stampa e le agenzie giornalistiche, di concerto con fondazioni come la Luminate di Pierre Olmidyar e la Open Society di George Soros. Una costante è l’excusatio non petita: ogni organo di informazione e di fact-checking sostenuto in qualche modo dal Ned si professa “indipendente”. Un’altra costante sono le porte girevoli fra agenzie di spionaggio, piattaforme social, media finanziati dal Ned, ambasciate Usa, think tank filo-Nato, industrie della Difesa, fondazioni filo-Usa, e governi occidentali. Il sistema funziona che è una meraviglia: peccato che pochi lo conoscano. Le piattaforme web, che dunque non sono imparziali (non arruolano whistlebowlers o dissidenti, per dire), affidano a personale che viene dalle agenzie di sicurezza Usa anche le assunzioni. John Papp, dopo 12 anni alla Cia e 4 alla Dia (Defense Intelligence Agency), ha lavorato come reclutatore presso grosse aziende del ramo Difesa (Booz Allen Hamilton, Raytheon, Northrop Grumman, Ibm, Lockheed Martin). Oggi fa il reclutatore a Meta. Altri esempi emblematici: Dawn Burton passò dalla Lockheed Martin (direttrice a Washington) all’Fbi (consigliere del direttore sull’innovazione) e infine a Twitter (direttrice strategia e operazioni). Jim Baker: 17 anni al Dipartimento di Giustizia, poi 4 anni all’Fbi, un anno alla CNN, un anno all’R Institute (un think tank conservatore), infine a Twitter (vice-presidente). Jeff Carlton, ora a Twitter per promuovere “conversazioni pubbliche sane”, era un marine che s’occupava di intelligence nel Pacifico, poi fu contemporaneamente alla Cia e all’Fbi (scriveva rapporti segreti per il presidente Obama). Bryan Weisbard, ora direttore a Meta, nonché consigliere di World Affairs (un’organizzazione Usa che si occupa di politica globale: sulla guerra in Ucraina la pensa come l’amministrazione Biden), era alla Cia, poi ha fatto il diplomatico (a conferma di come le due attività siano contigue), quindi è passato a Twitter e a Google. Mike Bradow ha lavorato per 10 anni in Usaid (finanziata dal governo Usa, è un’organizzazione implicata in tentativi di cambi di regime, per esempio in Venezuela, Cuba e Nicaragua) e per quasi 3 anni alla Freedom House (altra organizzazione governativa): oggi si occupa di disinformazione a Meta. Greg Andersen, dopo Twitter, adesso è a TikTok, ma cominciò alla Nato, dove si occupava di “operazioni psicologiche”. Kanishk Karan e Daniel Weimert, che a Twitter sono fra quelli che decidono se un’informazione è legittima o no, vengono invece dall’Atlantic Council, il think tank Nato che bolla come “cavalli di Troia del Cremlino” tutti i partiti antagonisti europei. Nel 2020, Twitter annunciò la cancellazione di account segnalati dall’Fbi: creati in Iran, trollavano sulle Presidenziali Usa. MacLeod: “Invece, quando ci furono proteste a Teheran contro il regime, Twitter ritardò la pulizia di routine perché i dimostranti, che gli Usa non volevano ostacolare, usavano Twitter per comunicare.” (6. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 7 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit pullulano di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che pilotano il fact-checking favorendo l’agenda di Washington.Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia. Un risultato è che il fact-checking certificato non segnala mai la disinformazione online del governo Usa. Cia e Ned cercano di controllare anche la stampa e le agenzie giornalistiche, aiutate da fondazioni come la Luminate di Pierre Olmidyar e la Open Society di George Soros. Le porte girevoli fra agenzie di spionaggio, piattaforme social, media finanziati dal Ned, ambasciate Usa, think tank filo-Nato, industrie della Difesa, fondazioni filo-Usa, e governi occidentali sono la norma. La manipolazione del discorso pubblico tramite megafoni della politica di Washington mina la democrazia (l’informazione dovrebbe svolgere una funzione critica, non complice) e non aiuta a risolvere i conflitti globali. Considerereste neutrale una piattaforma russa dove la moderazione dei contenuti fosse gestita da ex agenti Kgb? Ora prendiamoTwitter. Quali Paesi ha bollato come impegnati in campagne di disinformazione? Russia, Iran, Cina, Arabia Saudita, Venezuela, Egitto. Poi Cuba, Serbia, Bangladesh, Emirati Arabi Uniti, Ecuador, Ghana, Nigeria, Honduras, Indonesia, Turchia, Thailandia, Armenia, Spagna, Tanzania, Messico e Uganda. MacLeod: “Non si può non notare che sono quasi tutti nemici degli Usa. E che non ci sono gli Usa.” Twitter aggiunge ai tweet di giornalisti e di account russi, cinesi, iraniani e cubani dei disclaimer che mettono in guardia gli utenti, spiegando che quegli Stati controllano l’informazione. MacLeod: “Twitter non spiega come decide che certi giornalisti abbiano indipendenza editoriale, e altri no. Di fatto, amplifica solo idee e narrazioni dei media occidentali.” Nel 2020, Twitter ha bandito 170.000 account perché stavano diffondendo “narrazioni geopolitiche favorevoli al partito comunista cinese”. MacLeod: “Notare che Twitter non ha affermato che questi account fossero controllati dal governo. La semplice condivisione di quelle opinioni era motivo sufficiente per la cancellazione.” Dietro quella decisione di Twitter c’era l’Australian Strategic Policy Institute (Aspi), un think tank finanziato da vari governi (Australia, Giappone, Usa, Uk, Canada, Israele), dal Pentagono, da grosse aziende del ramo Difesa, da Microsoft e da Google. MacLeod: “L’Aspi diffonde propaganda anti-cinese ed è favorevole a un aumento delle tensioni con la Cina.” Twitter ha anche cancellato dozzine di account per una nuova violazione: “minare la fiducia nell’alleanza Nato”. MacLeod: “La decisione era legata alla partnership con lo Stanford Internet Observatory, un think tank pieno di ex spie e funzionari statali Usa, guidato da un membro del ‘Collective Cybersecurity Center of Excellence’ della Nato.” Facebook invece ha una partnership col “Digital Forensics Research Lab” dell’Atlantic Council, il famigerato think tank Nato (Ncdc, 1 aprile) che, contribuendo a decidere quali contenuti promuovere o sopprimere, ha un’influenza significativa sui feed di notizie di 2,9 miliardi di utenti. In tutto il mondo, voci contro la guerra e contro l’establishment subiscono massicci cali di traffico su Facebook, che definisce il Forensic Lab i suoi “occhi e orecchi”, e ha assunto Ben Nimmo, ex Atlantic Council, come suo capo dell’intelligence. Dopodiché Nimmo tentò di influenzare le elezioni in Nicaragua: per favorire il candidato di estrema destra filo-USA, cancellò da Facebook centinaia di voci di sinistra la settimana delle elezioni, sostenendo che fossero bot. MacLeod: “Quando quelle persone twittarono messaggi video per dimostrare che non erano bot, anche Twitter cancellò quegli account.” (7. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 8 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit pullulano di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che pilotano il fact-checking favorendo l’agenda di Washington. Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia. Un risultato è che il fact-checking certificato non segnala mai la disinformazione online del governo Usa. Cia e Ned cercano di controllare anche la stampa e le agenzie giornalistiche, aiutate da fondazioni come la Luminate di Pierre Olmidyar e la Open Society di George Soros. Le porte girevoli fra agenzie di spionaggio, piattaforme social, media finanziati dal Ned, ambasciate Usa, think tank filo-Nato, industrie della Difesa, fondazioni filo-Usa, e governi occidentali sono la norma. La manipolazione del discorso pubblico tramite megafoni della politica di Washington mina la democrazia (l’informazione dovrebbe svolgere una funzione critica, non complice) e non aiuta a risolvere i conflitti globali. Un anno fa, con l’invasione russa dell’Ucraina, 70 milioni di americani presero a informarsi in tempo reale da TikTok. La Casa Bianca riunì via Zoom 30 star di TikTok e li istruì sulla guerra in corso (wapo.st/3GkCMzD). Rob Flaherty, direttore della strategia digitale del presidente Biden, disse: “Vogliamo assicurarci che abbiate le informazioni più recenti da una fonte autorevole”. L’incontro era coordinato da due addetti stampa della Casa Bianca, Matt Miller e Jen Psaki. Fra gli influencer c’era Aaron Parnas, 22 anni, 800.000 spettatori su TikTok: americano di origini ucraine (suo padre è Lev Parnas, l’uomo d’affari coinvolto nello scandalo Trump-Ucraina, una cospirazione per danneggiare Joe Biden; ora è in carcere per donazioni illegali alla campagna 2020 di Trump), dal primo giorno dell’invasione caricava su TikTok un nuovo video sulla guerra ogni 45 minuti. Fonti: suoi parenti ucraini, giornalisti ucraini, tv ucraina. L’influencer Kahlil Greene (21 anni, 584.000 followers), convocato all’incontro su Zoom, espresse i suoi dubbi sull’iniziativa del governo: perché tutta quella attenzione alla crisi russo-ucraina e non anche ad altre invasioni dove sono coinvolti gli Usa? E dunque perché gli americani avrebbero dovuto sostenere gli aiuti Usa all’Ucraina, se il governo non ha la stessa attenzione per altre situazioni analoghe? Gli risposero che l’attenzione maggiore alla guerra in Ucraina era dovuta al fatto che poteva avere conseguenze globali paragonabili alla Seconda guerra mondiale; che una disparità di attenzione esisteva, per cui incoraggiavano gli influencer a rivolgere la loro attenzione anche ad altre situazioni simili nel mondo, specie quando i media mainstream non lo fanno; che una minor copertura mediatica non significa che gli Usa non diano aiuti economici, umanitari e militari ad altre popolazioni nel mondo; e si augurarono che quella crisi risvegliasse le coscienze negli Usa, e che un giorno si possa essere orgogliosi di come gli Usa l’hanno affrontata. Greene commentò: “Hanno incolpato i media della disattenzione dell’amministrazione a certe questioni, quando è il governo stesso a decidere la narrazione. Inoltre parlano di aiuti, ma nessun accenno a cosa gli Usa dovrebbero fare per fermare le invasioni e in generale le cattive azioni in cui sono coinvolti” (bit.ly/3KfjAEN). TikTok s’allineò alla politica del governo Usa eliminando più di 320.000 account russi e rimuovendo almeno 41.000 video che parlavano della guerra. Inoltre, appose disclaimer con la scritta “Media controllati dallo Stato russo” su 49 account collegati al governo russo; ma, come le altre piattaforme maggiori, non fa lo stesso con le tv governative occidentali, per esempio Bbc, Rté, Cbc e Rai. (8. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 11 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit pullulano di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che pilotano il fact-checking favorendo l’agenda di Washington. “Quest’anatra all’arancia non è molto buona.” “Impossibile. Il libro di cucina dice che è buonissima.” Inoltre, le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia. Un risultato è che il fact-checking certificato non segnala mai la disinformazione online del governo Usa. Le porte girevoli fra agenzie di spionaggio, piattaforme social, media finanziati dal Ned, ambasciate Usa, think tank filo-Nato, industrie della Difesa, fondazioni filo-Usa, e governi occidentali sono la norma. La manipolazione del discorso pubblico tramite megafoni della politica di Washington mina la democrazia (l’informazione dovrebbe svolgere una funzione critica, non complice) e non aiuta a risolvere i conflitti globali. C’è chi s’è sorpreso per il leak di tre giorni fa: “Gli Usa spiano pure gli alleati!” Ma questo si sa dai tempi di Echelon, il sistema di intercettazioni con cui i 5 Occhi (Usa, Uk, Australia, Canada e Nuova Zelanda) fanno spionaggio globale. Ne parlò Snowden, e sappiamo il seguito. Dopo Facebook e Twitter, dicevamo della cinese TikTok. Per gli Usa minacciava la sicurezza nazionale, e Trump ordinò di chiuderla entro 45 giorni se non fosse stata venduta a un’azienda americana. La società madre, ByteDance, raggiunse un accordo per vendere TikTok a Oracle e Walmart, ma l’amministrazione Biden fermò tutto. Nel frattempo, TikTok veniva invasa da uno stuolo di agenti segreti e funzionaridi Stato Usa, dando al governo una notevole influenza sui contenuti e sulla direzione dell’app, che ha più di un miliardo di utenti. Fra i nuovi assunti c’è Alexander Corbeil, capo della gestione contenuti di TikTok Canada: è allo stesso tempo vicepresidente della Nato Association of Canada, finanziata dalla Nato e diretta dall’ex ministro della Difesa canadese David Collenette. Corbeil era alla SecDev Foundation, un think tank finanziato dal Dipartimento di Stato Usa. Altri dirigenti TikTok di provenienza Nato: Ayse Koçak, esperto di Medio Oriente come Corbeil; Foard Copeland: ex Nato, ex Dipartimento della Difesa Usa, ed ex Dai (Development Alternatives Inc.), un’azienda sospettata di essere una facciata per la Cia (nel 2009 un agente DAI, Alan Gross, fu arrestato a Cuba per spionaggio e condannato a 15 anni); Greg Andersen: alla Nato s’occupava di “operazioni psicologiche” e “soldier-system lethality” (cancellò questo precedente da LinkedIn, ma MintPress ha conservato lo screenshot originario: bit.ly/3ZX4xoK). MacLeod:“I nuovi manager di TikTok non vengono solo dalla Nato. Beau Patteson viene dalla Cia: è analista a TikTok e allo stesso tempo agente d’intelligence per l’esercito Usa. Chris Roberts era al National Democratic Institute (Dni), una facciata Cia fondata da Reagan per “promuovere la democrazia” in giro per il mondo. Roberts ammise: ‘Promuoviamo la democrazia in Paesi che potrebbero non volere il tuo aiuto.'” Poi Roberts divenne direttore delle politiche tecnologiche all’Albright Stonebridge Group (Asg), un’azienda di consulenza strategica fondata dall’ex segretario di Stato Madeleine Albright, quella che nel 1996 giustificò il mezzo milione di bambini iracheni morti a causa delle sanzioni Onu dicendo che “ne era valsa la pena” (bit.ly/3U9rJz5), e che impedì ai caschi blu Nato di fermare il genocidio in Ruanda: un milione di morti. (Durante la pandemia di Covid-19, l’Asg aiutò la Pfizer a non condividere i suoi brevetti vaccinali salvavita; nell’amministrazione Biden, dieci posti-chiave sono gestiti da personale ex Asg.) A TikTok, il team di Roberts combatte contro “disinformazione, manipolazione dei media e attività segrete di influenza”. Altrui. (9. Continua)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 12 aprile)
Riassunto delle puntate precedenti: Facebook, Twitter, Google, TikTok e Reddit pullulano di ex-agenti Cia, Fbi e Nsa che pilotano il fact-checking favorendo l’agenda di Washington. MacLeod: “Le accuse a TikTok di minacciare la sicurezza nazionale sono rientrate quando TikTok ha iniziato ad assumere agenti segreti e funzionari di Stato Usa in posizioni apicali.” Lo stesso accadde quando Zuckerberg fu convocato al Senato per rispondere sul caso Cambridge Analytica e sulla diffusione di disinformazione russa. Poche settimane dopo, Facebook annunciava la nuova partnership con l’Atlantic Council, un think tank Nato nel cui consiglio di amministrazione figurano sette ex direttori Cia, vari generali Usa, e Kissinger. Alcuni membri dell’Atlantic Council, fra cui gli ex direttori CIA Michael Morell e Leon Panetta, hanno sottolineato in una lettera (bit.ly/3KriG8c) che smantellare i giganti della Silicon Valley “ostacolerebbe la capacità delle piattaforme tecnologiche statunitensi di respingere il Cremlino”, e che “gli Stati Uniti dovranno fare affidamento sul potere del proprio settore tecnologico per garantire che la narrazione degli eventi” a livello globale sia modellata dagli Usa e “non da avversari stranieri”, concludendo che Google, Facebook, Twitter sono “sempre più parte integrante degli sforzi diplomatici e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Dicevamo inoltre che le agenzie di fact-checking di Facebook (anche quella italiana, Open) sono tutte “certificate” dall’Ifcn, ovvero dal Poynter Institute, entrambi finanziati dal Ned, ovvero dalla Cia. Un risultato è che il fact-checking certificato non segnala mai la disinformazione online del governo Usa. Un altro risultato è che il New York Times conclude un articolo sul recente leak di documenti top secret del Pentagono (nyti.ms/3UpphEw) con le opinioni di Kyle Walter, capo dell’agenzia di fact-checking “Logically”, sulle tattiche russe di disinformazione. E adesso indovinate da chi è certificata “Logically” (bit.ly/40PHOwh). Il Nyt accenna anche all’analisi fatta da Aric Toler dell’agenzia olandese di fact-checking Bellingcat. Toler (bit.ly/3zPazgM) studiò russo in Russia grazie a una borsa di studio del Dipartimento di Stato Usa, la Critical Languages Scholarship, che fa parte della National Security Language Iniziative introdotta nel 2006 da George Bush per rafforzare la sicurezza nazionale. La Nsli è coordinata dai Dipartimenti di Stato, dell’Educazione, della Difesa, e dal direttore della National Intelligence, cui fanno riferimento tutte le agenzie spionistiche Usa e il contrasto ai whistlebowler. Bellingcat fa parte del Global Investigative Journalism Network, finanziato fra gli altri dalle fondazioni di Soros e Olmydiar, che finanziano pure l’Ifcn/Poynter Institute. Per una curiosa coincidenza, sabato scorso scrivevo che TikTok appone disclaimer con la scritta “media controllati dallo Stato russo” agli account collegati al governo russo, “ma, come le altre piattaforme maggiori, non fa lo stesso con le tv governative occidentali, per esempio Bbc, Rté, Cbc e Rai”; ed ecco che, due giorni dopo, Twitter aggiunge all’account @Bbc la scritta “media finanziato dal governo”. Cliccando su questa etichetta compare una pagina di Twitter che definisce “media affiliati allo Stato” quelli in cui il governo “esercita il controllo sui contenuti editoriali attraverso risorse finanziarie, pressioni politiche dirette o indirette e/o controllo sulla produzione e distribuzione”. La Bbc ha protestato, sostenendo di essere “finanziata dal pubblico attraverso il canone” e “da sempre indipendente”. In una email alla BBC, Musk ha replicato: “Penso che le organizzazioni dei media dovrebbero essere consapevoli di sé e non affermare falsamente la completa assenza di parzialità.” Nessuna tv governativa è indipendente. Anche la Rai è finanziata dal canone: è forse indipendente dal governo? Chiediamolo a Vespa. (10. Fine)
Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 26 luglio)
Disprezzo chi continuò a lavorare a Mediaset dopo la mia intervista a Marco Travaglio sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e la mafia (Satyricon, 2001). Paraculi impeccabili, fecero i pesci in barile anche quando la Rai tolse di mezzo i tre dell’editto bulgaro. Non siamo in Inghilterra: quando la Bbc, l’anno scorso, allontanò il conduttore Gary Lineker per un tweet in cui criticava la politica sull’immigrazione del governo conservatore, esperti, presentatori e collaboratori rifiutarono di comparire in video per protesta, e la Bbc fu costretta a reintegrare Lineker. Come se non bastasse, i paraculi ogni tanto si divertono a diffamarmi, forse contando sul fatto che, vivendo a Valencia, mi restino ignote le loro prodezze: purtroppo per loro ho informatori ovunque. Da anni, per esempio, Giorgio Gherarducci e Marco Santin, il duo superstite della Gialappa’s (Carlo Taranto ci ha litigato di brutto: mi chiedo come mai), sparlano di me per diletto, con la complicità di chi li intervista. Finora non ho mai replicato perché li considero due cazzari portentosi (Santin, per dire, è convinto che Rosa e Olindo siano innocenti: t.ly/oz-2i); ma, visto che non se la piantano, forse è giunto il momento di replicare, se non altro per evitare che restino agli atti, incontrastati, i loro racconti farlocchi. Ci sono due episodi, in particolare, che Gherarducci e Santin taroccano ogni volta da stronzi. Il primo riguarda un finale di stagione dove tutti i personaggi di Mai dire gol dovevano trovarsi nella stessa stanza e mettersi a litigare, io nei panni di Panfilo. Dissi che non l’avrei fatto, perché era una boiata. Mi dissero che dovevo farlo e poche storie. Ma nessuno può imporre a un comico di partecipare a una gag che non gli piace. Così feci l’unica cosa possibile in quelle circostanze: me ne andai. Ancora je rode:se facevano i bulli,dovevi starci.Ricordo una riunione del lunedì con Claudia Gerini: davanti a tutti (una quindicina fra comici e autori) Santin se ne uscì con la frase: “Ma cosa dai retta a lei, che è stata con Boncompagni!” Questo era il clima. Una volta Gherarducci provò a mettermi in mezzo, presente Bisio: lo rimisi al suo posto (“Tu pensa alle tue, di battute!”). Bisio allibì, ammirato, perché tutti abbozzavano, sempre. Quando poi comunicai ai tre che me ne andavo per fare “Barracuda”, mi invitarono a pranzo per dissuadermi (!); ma, visto che ormai avevo deciso, mi domandarono chi potevo suggerirgli al mio posto: gli indicai Fabio De Luigi, che non conoscevano (oggi sostengono di averlo scoperto loro in un teatrino a Milano, i fenomeni). D’un tratto lasciano il secondo a metà e se ne vanno. Prendo un dolce, mi bevo un espresso, vado alla cassa; e chi rientra? Santin, per dirmi, davanti ai presenti: “Sai, ti facciamo pagare perché non paghi mai.” Mi fece pena. Accusa falsa, peraltro. Forse un’idea di Gherarducci: l’accusa di tirchieria (“Non offriva mai”) è il suo insulto preferito (una volta in radio arrivò a tacciare uno di essere “un rabbino”). Attenti perché lui invece vi infila mazzi di banconote nelle tasche, se solo vi distraete. Quanto al killeraggio 2010 che mi imputava fantomatici plagi, adesso Gherarducci lo ricicla con la formula “Bastava chiedere scusa”, come se fossi colpevole di qualcosa. Non vi tedio: ne ho già scritto replicando al bullismo diffamatorio delle Iene (t.ly/8Idxa). Gheraducci, per insinuare i plagi, s’inventò pure che sparivo col mio computer in camerino e ne uscivo con battute bellissime. Falso: non avevo il computer, e quelle battute – ma che due coglioni – erano mie. A proposito, Giorgio: la scena finale del vostro unico film, Tutti gli uomini del deficiente, quella del cazzo ingessato con gli amici che lo firmano (l’unica bella gag di quel flop madornale), l’avete copiata da Sesso con Luttazzi. Bastava chiedere scusa.