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Psicologia della persuasione di massa

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L’autorità non è sufficiente a convincere la massa, quindi pubblicità e propaganda usano metodi di rinforzo psicologico, che mirano a convincerla dei vantaggi che l’adesione renderebbe possibili. Una delle motivazioni principali è l’incremento di status psicologico e sociale rispetto a chi non consuma il prodotto. Grillo persuase milioni di italiani che uno vale uno, illudendoli sulla bontà della democrazia diretta; ci volle qualche anno per capire che la democrazia di Grillo era diretta da lui e da Casaleggio, e che l’utopia del M5S è quella di un partito autocratico: se non obbedisci, ti sbattono fuori, gogna mediatica inclusa; e se sei un onorevole grillino devi pure pagare una penale salata, come da contratto privato, in barba alla libertà di mandato stabilita dalla Costituzione (che a parole difendono) e all’uno vale uno. Questo non fa demordere i seguaci, i cui comportamenti, a cominciare dalla reazione alle critiche, sono quelli scomposti degli adepti di una setta, capeggiata da un messia. Grillology.

Manipolati in questo modo, i grillini sono finiti al governo con i leghisti, in una coalizione che, incassata la rabbia da marginalizzazione, si limita a indicare, come sempre, capri espiatori (migranti, barboni, zingari); non toccano, invece, l’egemonia neo-liberista del mercato (la causa del malessere sociale): e così le portano acqua, da utili idioti.

Il nuovo governo è di certo inedito (nasce da un altro contratto privato che esautora, di fatto, parlamento e presidenza del consiglio); ma la maggioranza dell’elettorato che saluta festosa l’ennesima deriva di destra non è una stranezza: l’Italia è da sempre un Paese di destra.

Lo schemino propagandistico di Grillo (i buoni grillini contro i cattivi poteri forti) è lo stesso del cattivissimo Bannon, che dopo il sostegno a Trump e a Brexit (con Cambridge Analytica e Facebook) si è prodigato alquanto (incontri riservati con grillini e Salvini) per un governo M5S-Lega; e lo schemino non fa certo satira sul suo ennesimo voltafaccia interessato:

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Q.E.D.

 

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I social network sono tossici

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In questi mesi, inchieste del Guardian, del New York Times e del Washington Post hanno documentato il modo tossico con cui i social network, Facebook in testa, manipolano senza scrupoli la psicologia degli utenti, propri e altrui, e ne usano i dati personali per operazioni di marketing, politico e commerciale.

Quando lo scandalo  Cambridge Analytica ha fatto emergere la complicità di Facebook col famigerato SCLgroup, aderisco alla campagna mondiale #deletefacebook. 

Marketing politico

Il Washington Post, nel 2016, si era accorto che fra gli elettori di Trump c’era un numero sproporzionato di persone con bassa competenza politica e cognitiva. Alla luce delle nuove rivelazioni, un  esperto  sostanzia l’ipotesi che i dati di Cambridge Analytica servissero a individuare gli elettori sprovveduti per poi bersagliarli con propaganda a contenuto emotivo. 

Zuckerberg smascherato

Chiamato da senatori e deputati USA a render conto del comportamento irresponsabile della sua azienda, Zuckerberg recita pseudo-scuse e balle vere che sviano dal vero problema:  il modello Facebook.

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Fra le omissioni colpevoli di Zuckerberg, quella sull’accordo che permette l’uso dei dati Facebook a Huawei, una compagnia cinese segnalata dall’intelligence USA come pericolosa per la sicurezza nazionale.

Fanno scalpore gli appunti di Zuckerberg sulle risposte retoriche con cui aggirare le domande più spinose:

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Nonostante la portata dello scandalo sia evidente, i media italiani e stranieri non cancellano il proprio account Facebook o i propri link a Facebook.

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Un’inchiesta della BBC, fatta un anno prima delle rivelazioni su Cambridge Analytica, scopriva un fatto di enorme rilevanza: Facebook, Google e YouTube erano stati parte attiva nell’operato di Cambridge Analytica. Aggiungo dunque  #deletegoogle e #deleteyoutube a #deletefacebook, #deleteinstagram e #deletewhatsapp.

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Il problema cruciale delle piattaforme di sorveglianza (Facebook e simili) è quello della nostra privacy. Per giustificare il modus operandi di Facebook (spiare gli utenti per vendere al marketing commerciale e politico gli utenti più adatti a essere persuasi dalla loro pubblicità mirata), nel 2010 Zuckerberg disse che “la privacy non è più una norma sociale“. Alla propria privacy, però, Zuckerberg tiene eccome, come si vede dalla sua risposta alla domanda perfetta del Sen. Durbin, che lo incastra.

Il bottone misterioso

Facebook usò il suo bottone misterioso  anche in Italia, durante la campagna elettorale 2018. Perché? A che titolo? Con quali effetti?

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Facebook organizzò pure una tribuna elettorale escludendo sei forze politiche:

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La protezione dei dati è una balla 

Facebook ha 2 miliardi di utenti. Erano tutti situati nella sede irlandese di Facebook. In pochi giorni Facebook ne ha spostati 1 miliardo e mezzo dalla sua sede irlandese a quella USA per sottrarli alla nuova legge europea che protegge i dati. Così può continuare a usare i loro dati come le fa comodo. Le tasse però continua a pagarle in Irlanda, dove le fa comodo.

Facebook scheda gli interessi politici, sessuali e religiosi degli utenti

A maggio si scopre l’ennesimo comportamento schifoso di Facebook: classifica gli utenti secondo il loro interessi politici, sessuali e religiosi per permettere il marketing mirato.

Facebook permette agli smartphone di raccogliere dati da Facebook

Facebook considera gli smartphone sue protesi e permette loro di raccogliere i tuoi dati da Facebook a tua insaputa.

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Nel suo nuovo libro, Jaron Lanier spiega perché i social network, e gli smartphone collegati, sono tossici. Include nel gruppo anche Twitter. Scrivo #deletetwitter sul mio account Twitter (un messaggio ricorsivo che i fan di Westworld non hanno mancato di apprezzare) e chiudo la mia esperienza Twitter. Con i tuoi atti dimostri chi sei e in cosa credi.  

Luoghi comuni

Alla mia decisione di condannare in blocco i social network e di lasciare Twitter, alcuni di voi hanno replicato con luoghi comuni che sono smentiti dalle nuove conoscenze. I più frequenti sono tre e sono perniciosi perché fanno parte della mentalità, ormai consolidata, indotta dalla propaganda con cui i social network bombardano il web da una decina d’anni. Valga come ennesima prova della loro capacità di condizionamento occulto.

Primo luogo comune

Non sono i social a essere tossici, è l’uso e abuso che se ne fa. 

SBAGLIATO. Adesso si sa che i social network sono SEMPRE tossici. Ogni tua attività sui social perfeziona il loro sistema di profilazione, marketing mirato, controllo psicologico e modificazione comportamentale. La tua attività sui social contribuisce alla tossicità contro di te e contro gli altri.

Secondo luogo comune

I social sono il futuro che avanza e non ci si può fare niente.

SBAGLIATO. La vernice al piombo fu vietata quando si scoprì la sua tossicità. I social sono un modo tossico di fare web. Poiché tutto origina dalla loro raccolta dati, questa va vietata. Trovino un altro modo di fare affari: l’attuale è pericoloso. Io intanto comincio cancellandomi dai social e invitando tutti a farlo

Terzo luogo comune

I social sono uno strumento valido contro il monopolio dell’informazione.

SBAGLIATO. I social manipolano l’informazione in due modi: 1) con gli algoritmi che ti mostrano ciò che corrisponde alle tue preferenze (bolla informativa) 2) intervenendo nella propaganda partitica mirata, occulta, sponsorizzata, deviata da chi ha i soldi e gli interessi per farlo, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica (Mercier, Bannon, Trump, Brexit) e dal caso hacker russi (Trump).

Liberarsi dalla sorveglianza

Cancellarsi dai social e cambiare gli smartphone con cellulari semplici da poche decine di euro sono i primi passi per liberarsi dalla manipolazione tossica delle multinazionali di sorveglianza.

Oltre a una questione di liberazione, propria e altrui, è una questione morale: ora che queste cose finalmente si sanno, si tratta di non esserne complici.

Caso Decameron: Telecom Italia Media (ex-La7) ha perso contro di me anche in appello 

DL
La causa risale al 2007. Telecom Italia Media chiuse Decameron dopo 5 puntate: in modo arbitrario e illegittimo, secondo la sentenza di primo grado (2012), ora confermata dalla sentenza d’appello.
Ringrazio i miei bravissimi avvocati, Roberto Minutillo Turtur e Andrea Parlatore.