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I social network sono tossici

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In questi mesi, inchieste del Guardian, del New York Times e del Washington Post hanno documentato il modo tossico con cui i social network, Facebook in testa, manipolano senza scrupoli la psicologia degli utenti, propri e altrui, e ne usano i dati personali per operazioni di marketing, politico e commerciale.

Quando lo scandalo  Cambridge Analytica ha fatto emergere la complicità di Facebook col famigerato SCLgroup, aderisco alla campagna mondiale #deletefacebook. 

Marketing politico

Il Washington Post, nel 2016, si era accorto che fra gli elettori di Trump c’era un numero sproporzionato di persone con bassa competenza politica e cognitiva. Alla luce delle nuove rivelazioni, un  esperto  sostanzia l’ipotesi che i dati di Cambridge Analytica servissero a individuare gli elettori sprovveduti per poi bersagliarli con propaganda a contenuto emotivo. 

Zuckerberg smascherato

Chiamato da senatori e deputati USA a render conto del comportamento irresponsabile della sua azienda, Zuckerberg recita pseudo-scuse e balle vere che sviano dal vero problema:  il modello Facebook.

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Fra le omissioni colpevoli di Zuckerberg, quella sull’accordo che permette l’uso dei dati Facebook a Huawei, una compagnia cinese segnalata dall’intelligence USA come pericolosa per la sicurezza nazionale.

Fanno scalpore gli appunti di Zuckerberg sulle risposte retoriche con cui aggirare le domande più spinose:

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Nonostante la portata dello scandalo sia evidente, i media italiani e stranieri non cancellano il proprio account Facebook o i propri link a Facebook.

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Un’inchiesta della BBC, fatta un anno prima delle rivelazioni su Cambridge Analytica, scopriva un fatto di enorme rilevanza: Facebook, Google e YouTube erano stati parte attiva nell’operato di Cambridge Analytica. Aggiungo dunque  #deletegoogle e #deleteyoutube a #deletefacebook, #deleteinstagram e #deletewhatsapp.

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Il problema cruciale delle piattaforme di sorveglianza (Facebook e simili) è quello della nostra privacy. Per giustificare il modus operandi di Facebook (spiare gli utenti per vendere al marketing commerciale e politico gli utenti più adatti a essere persuasi dalla loro pubblicità mirata), nel 2010 Zuckerberg disse che “la privacy non è più una norma sociale“. Alla propria privacy, però, Zuckerberg tiene eccome, come si vede dalla sua risposta alla domanda perfetta del Sen. Durbin, che lo incastra.

Il bottone misterioso

Facebook usò il suo bottone misterioso  anche in Italia, durante la campagna elettorale 2018. Perché? A che titolo? Con quali effetti?

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Facebook organizzò pure una tribuna elettorale escludendo sei forze politiche:

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La protezione dei dati è una balla 

Facebook ha 2 miliardi di utenti. Erano tutti situati nella sede irlandese di Facebook. In pochi giorni Facebook ne ha spostati 1 miliardo e mezzo dalla sua sede irlandese a quella USA per sottrarli alla nuova legge europea che protegge i dati. Così può continuare a usare i loro dati come le fa comodo. Le tasse però continua a pagarle in Irlanda, dove le fa comodo.

Facebook scheda gli interessi politici, sessuali e religiosi degli utenti

A maggio si scopre l’ennesimo comportamento schifoso di Facebook: classifica gli utenti secondo il loro interessi politici, sessuali e religiosi per permettere il marketing mirato.

Facebook permette agli smartphone di raccogliere dati da Facebook

Facebook considera gli smartphone sue protesi e permette loro di raccogliere i tuoi dati da Facebook a tua insaputa.

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Nel suo nuovo libro, Jaron Lanier spiega perché i social network, e gli smartphone collegati, sono tossici. Include nel gruppo anche Twitter. Scrivo #deletetwitter sul mio account Twitter (un messaggio ricorsivo che i fan di Westworld non hanno mancato di apprezzare) e chiudo la mia esperienza Twitter. Con i tuoi atti dimostri chi sei e in cosa credi.  

Luoghi comuni

Alla mia decisione di condannare in blocco i social network e di lasciare Twitter, alcuni di voi hanno replicato con luoghi comuni che sono smentiti dalle nuove conoscenze. I più frequenti sono tre e sono perniciosi perché fanno parte della mentalità, ormai consolidata, indotta dalla propaganda con cui i social network bombardano il web da una decina d’anni. Valga come ennesima prova della loro capacità di condizionamento occulto.

Primo luogo comune

Non sono i social a essere tossici, è l’uso e abuso che se ne fa. 

SBAGLIATO. Adesso si sa che i social network sono SEMPRE tossici. Ogni tua attività sui social perfeziona il loro sistema di profilazione, marketing mirato, controllo psicologico e modificazione comportamentale. La tua attività sui social contribuisce alla tossicità contro di te e contro gli altri.

Secondo luogo comune

I social sono il futuro che avanza e non ci si può fare niente.

SBAGLIATO. La vernice al piombo fu vietata quando si scoprì la sua tossicità. I social sono un modo tossico di fare web. Poiché tutto origina dalla loro raccolta dati, questa va vietata. Trovino un altro modo di fare affari: l’attuale è pericoloso. Io intanto comincio cancellandomi dai social e invitando tutti a farlo

Terzo luogo comune

I social sono uno strumento valido contro il monopolio dell’informazione.

SBAGLIATO. I social manipolano l’informazione in due modi: 1) con gli algoritmi che ti mostrano ciò che corrisponde alle tue preferenze (bolla informativa) 2) intervenendo nella propaganda partitica mirata, occulta, sponsorizzata, deviata da chi ha i soldi e gli interessi per farlo, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica (Mercier, Bannon, Trump, Brexit) e dal caso hacker russi (Trump).

Liberarsi dalla sorveglianza

Cancellarsi dai social e cambiare gli smartphone con cellulari semplici da poche decine di euro sono i primi passi per liberarsi dalla manipolazione tossica delle multinazionali di sorveglianza.

Oltre a una questione di liberazione, propria e altrui, è una questione morale: ora che queste cose finalmente si sanno, si tratta di non esserne complici.

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Sulla vignettaccia di Charlie Hebdo: domande e risposte

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Il vignettista francese sghignazza da cinico e/o cazzaro e/o stronzo (decidete voi) secondo il gradiente A) satira > B) cinismo > C) fare il cazzaro > D) fare lo stronzo > E) sfottò fascistoide. Gli italiani che s’indignano per questa vignettaccia ne hanno tutte le ragioni; ma non bisogna invocare la censura come stanno facendo certi: libero lui di fare la testa di cazzo, liberi noi di dargli della testa di cazzo. La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa.

***

Questo mio commento ha suscitato reazioni, obiezioni e domande che rivelano una certa confusione pubblica sulla satira e sui suoi fondamentali. Replico qui. Grazie a chi ha dialogato con me.

1) “La satira non è giudicabile.” Sbagliato. La satira è un punto di vista. In quanto tale, è opinabile. Lo è inevitabilmente. La satira nasce con Aristofane come giudizio sui fatti, assumendo nelle sue commedie la forma di un processo o di una gara o di una decisione: l’esito della vicenda esprimeva il giudizio negativo di Aristofane su questo o quel personaggio. Ogni atto satirico è l’esito di una decisione/giudizio dell’autore e rivela la sua cultura e la sua ideologia. Allo stesso modo, possiamo condividere il giudizio negativo di Aristofane sul demagogo Cleone e non condividere quello su Socrate: è il giudizio sul contenuto satirico e dipende dalla nostra cultura e dalla nostra ideologia.

2) “La satira può essere giudicata solamente dalle intenzioni dell’autore.” Sbagliato. L’intenzione non conta, conta il risultato. Soprattutto, non puoi attribuire all’autore un’intenzione che non ha espresso. Questo è un errore di ragionamento piuttosto comune, ma in Italia non si insegna a riconoscerlo, a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, dove venne individuato negli anni ‘30: si chiama fallacia intenzionale ed è, come altre cose non più accettabili, un retaggio del Romanticismo.

3) “Il vignettista francese non ce l’aveva certo con le vittime.” Altra fallacia intenzionale. Come un risultato artistico può non corrispondere alle intenzioni dell’artista, così un satirico può scivolare via dalla satira (colpire il carnefice), in direzione dello sfottò fascistoide (colpire le vittime di un carnefice), attraverso qualcuno dei tre momenti psicologici che li separano: cinismo (mostro insensibilità al dolore altrui), fare il cazzaro (banalizzo il dolore altrui), fare lo stronzo (scherzo sul dolore altrui).

4) “La vignetta denunciava il malaffare italiano.” Altra fallacia intenzionale. Non si può attribuire alla vignetta un bersaglio che nella vignetta non c’è. E quelli di Charlie Hebdo sapevano che si trattava di una vignetta immonda, infatti l’hanno pubblicata nella pagina delle “vignette impubblicabili”: una vecchia paraculata che però qui non è bastata a frenare la giusta indignazione. Altra paraculata: la vignetta riparatoria dove si fa riferimento alla mafia. Riferimento che non c’è nella prima vignetta. Hanno sbagliato. Succede.

5) “Tu mi hai insegnato l’irriverenza. La satira deforma, informa e fa quel cazzo che le pare. L’hai detto tu.” Hai imparato l’irriverenza, ma non il corollario, l’assumersi la responsabilità dei propri atti satirici. La satira fa quel cazzo che le pare e non può essere censurata, ma questo non significa che sia infallibile, immune da critiche. Può diffamare o fare apologia di reato, ad esempio, e allora interviene la legge. Oppure può diventare un’altra cosa e farsi beffa di vittime, e allora interviene la riprovazione sociale. In quella vignettaccia c’è solo sghignazzo. Atroce perché fatto sui morti. Se ti piace questo genere di cose, questo dice molto su di te. La vignettaccia contiene un errore tecnico e una perversione ideologica. Mauro Biani, sul manifesto, ha ben riassunto l’errore tecnico con questa battuta: “C’è un francese, un italiano e un tedesco. Viene il terremoto. L’italiano pasta, il francese senza bidet, il tedesco freddo.” Pascalino Miele invece ha evidenziato la perversione ideologica con un esempio di possibile vignettaccia sulle stragi in Francia: una foto dei cadaveri al Bataclan con la didascalia “Fois gras”. (In questo caso sarebbe sfottò fascistoide perché si schiera implicitamente con i terroristi carnefici.) Fu ben diversa la vignetta che Charlie Hebdo pubblicò dopo quella strage. Lo sfottò grottesco (di quelli che suscitano la risata verde ) era contro i terroristi, non contro le vittime:

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Questa vignetta abbraccia le vittime in un “noi” che invece manca nella vignettaccia sulle lasagne: chi ha parlato in proposito di “razzismo” non aveva torto.

6) “La satira ha tutto il diritto di disturbare. Quella vignetta ha disturbato, quindi è stata satira efficace.” Sbagliato. Quella vignettaccia ha disturbato perché sbeffeggiava delle vittime, non perché fosse satira efficace. Certo, l’ideologia personale interviene a formare i criteri di giudizio: sbeffeggiare le vittime per me è sbagliato e chi lo fa è una testa di cazzo. Per te no? Significa che moralmente siamo agli antipodi. Prendiamo un altro tema d’attualità: i preti pedofili. E’ satira la vignetta contro i preti pedofili; non è più satira se sbeffeggia i bimbi molestati. Oh, nel secondo caso la vignetta certo creerebbe uno scalpore enorme, ma sarebbe la giusta indignazione contro una cosa ripugnante. Godere della vignetta che sbeffeggia i bimbi molestati ti schiera coi preti pedofili. Non credo che approveresti. Se sì, stai confondendo la satira con ciò che non lo è. Oltre che essere una testa di cazzo.

7) “Qual è la reazione corretta a una vignetta/battuta satirica?” Non esiste la reazione “corretta”: ogni reazione dipende dalla propria ideologia e dalla propria cultura. Per questo lascio l’interpretazione soggettiva a voi (cinico e/o cazzaro e/o stronzo). L’interpretazione oggettiva parte invece dagli elementi presenti nella vignetta/testo (quella vignettaccia non è né satira né sfottò fascistoide). Senza dimenticare che l’arte ha sempre una certa dose di ambiguità, e questo spiega i volumi di critica letteraria. La mia è una delle interpretazioni possibili: la sostengo con argomenti.

8) “Come può essere immediata la risposta del lettore medio se ci vogliono 4 lauree per capire, analizzare, contestualizzare il tutto?” Se la battuta è tecnicamente riuscita, c’è un primo livello comico al quale tutti rispondono in modo immediato con la risata. La competenza critica è richiesta per l’analisi, ad esempio quando un satirico si allontana dalla satira e va nella direzione dello sfottò fascistoide, come in questo caso. L’indignazione popolare alla vignettaccia dimostra però che anche la critica può avere una sua immediatezza.

9) “Il giornalista Buttafuoco ha condannato la vignetta parlando di empietà. Sei d’accordo?” No. La definizione di Buttafuoco esprime la sua ideologia (è un apologeta del fascismo che di recente si è convertito all’Islam) e quella definizione gli è servita in passato per condannare la satira anti-religiosa di Charlie Hebdo. La satira è anti-ideologica: se ti appelli all’empietà finisci per condannare tutta la satira. Buttafuoco suggerisce inoltre che la risposta all’empietà satirica dev’essere l’indifferenza. In questo modo però toglie alla satira il suo valore. Non posso accettare neanche questo.

10) “E Andreotti che si eccita a guardare il corpo di Moro pieno di proiettili? Vorrei capire perché quella era satira e la vignettaccia di Charlie Hebdo no.” Quando sei nel dubbio, chiediti sempre: “Chi è il bersaglio?” In quel racconto, il bersaglio non era la vittima (Moro) ma i suoi carnefici. Era un racconto di satira grottesca, fu letto in un teatro di Genova e suscitò emozione e applausi. La polemica fu creata il giorno dopo da un’agenzia ANSA che raccontava, mentendo, di un attore in scena che sodomizzava il cadavere di Moro. Mostrai il filmato della serata e la polemica diffamatoria si spense. Altro caso: durante il sequestro Moro, il Male pubblicò la foto BR di Moro in prigionia aggiungendo la didascalia: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto.” Come ho spiegato in “Mentana a Elm Street” , quella non era più satira, ma sfottò fascistoide: sbeffeggiava la vittima vera di carnefici veri. Secondo me, ovviamente. Secondo quelli del Male, no. E si torna al discorso delle differenze ideologiche.

 

 

Su Lenny Bruce

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Nel 1995, per una collana umoristica Bompiani da me curata, scrissi questa presentazione all’autobiografia di Lenny Bruce “Come parlare sporco e influenzare la gente”.

La verità è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere

Hanson’s

   Un piccolo club fra la Settima Avenue e Broadway. Alla fine degli anni ’40 era il ritrovo abituale di comici che sarebbero diventati famosi. Fra questi, Buddy Hackett, Jerry Lewis, Lenny Bruce e Joe Ancis.

Arthur Godfrey’s Talent Scouts

   Varietà della CBS. Nell’ottobre del 1948 vi debutta Lenny Bruce, con uno sketch intitolato The Bavarian Mimic: Lenny imita James Cagney, Humphrey Bogart ed Edward G. Robinson che parlano in yiddish. Il brano si ispira a una famosa routine di Red Buttons, The Jewish Mimic.

Joe Ancis

   I comici di Hanson’s lo consideravano “l’uomo più divertente di New York”. Molto colto, appassionato di jazz, Joe Ancis era uno spritzer: terrorizzato dal palcoscenico, davanti ad altri comici perdeva ogni inibizione, ed era in grado di improvvisare battute per ore con uno stile personalissimo, uno stile nuovo che assemblava a raffica immagini, dialoghi, situazioni, dialetti, oscenità, cultura alta e cultura bassa in un collage dal parossismo esilarante. Nel 1959 Lenny tornò a esibirsi a New York dopo un’assenza di sei anni. Lo spettacolo sconcerta gli amici, che riconoscono all’istante lo stile, il linguaggio, e i monologhi di Joe Ancis.

Dilaudid

   A Lenny piaceva drogarsi. Provò di tutto, dall’eroina all’LSD. La sua endovenosa preferita era uno speedball: 12 pillole di Dilaudid (un oppiaceo) sciolte in 1 cc di Methedrina (metanfetamina cloridrato). Prima di ogni spettacolo, la dose di Methedrina veniva raddoppiata.

Sadie Kitchenberg

Vero nome di Sally Marr, ovvero Boots Malloy, ovvero Sally Marsalle: fantasista, comica, ballerina, primo manager di Lenny Bruce, nonché sua madre. Quando Lenny ha 11 anni, Sally lo porta a vedere un burlesque show.

“Come ti sembrano quelle donne nude, Lenny?” gli chiede.

“Meravigliose.”

“Sono contenta che tu lo dica. C’è gente che considera questo tipo di spettacolo qualcosa di sporco. Ma non lo è. Guarda quanti uomini ci sono. Vieni per vedere qualcosa di sporco, e invece cosa vedi? Tuo padre.”

(Sally Marr nel programma tv Playboy After Dark, 1969)

Harriet “Honey” Harlow

   Spogliarellista. Lenny Bruce la sposa nel 1951. Per qualche tempo lavorano insieme: Lenny si produce in imitazioni di Peter Lorre e Maurice Chevalier, lei gli fa da spalla nelle scenette. Poi le offrono un ingaggio di un anno al Colony Club di Las Vegas, e così torna allo strip-tease. Lenny trova lavoro al club di fronte, lo Strip City, come annunciatore, ed è in questo periodo che comincia a improvvisare battute satiriche prendendo spunto dalle notizie dei quotidiani. Nel ’55 i coniugi Bruce hanno una figlia, Kitty. Divorziano nel 1960.

Mickey Schneider

   Padre di Lenny. Fisioterapista, venditore di scarpe ortopediche. Divorzia da Sally nel 1933.

1942

   Lenny si arruola in marina. Ha 17 anni. Presta servizio sull’incrociatore Brooklyn. Combatte in Algeria, Sicilia, Anzio, e nel sud della Francia. Nel ’45 Lenny ottiene il congedo fingendosi omosessuale.

Geller Dramatic Workshop

   Scuola di recitazione molto nota a Hollywood. Subito dopo il congedo, Lenny va a frequentarne il corso di tecnica drammatica e dizione. Durante il saggio finale, nella scena del braccio della morte Lenny fa ridere il pubblico avvicinandosi alla sedia elettrica con la camminata di Charlot.

“Fast” Harry

   Chimico. All’inizio degli anni ’50 rifornisce di droga Lenny e i suoi amici jazzisti Joe Maini e Gary Fromer, chiedendo in cambio impressioni dettagliate sugli effetti fisici e psicologici delle varie sostanze.

Dolophine

Morfina sintetica inventata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, e sperimentata, oltre che da Lenny, da Adolph Hitler.

Joe Maini

   Uno fra i più versatili e noti sassofonisti degli anni ’50. Lenny impiega Joe come spalla durante i suoi monologhi al Duffy’s di Los Angeles, nel ’56. Si divertivano a parodiare canzoni famose: da Cole Porter ricavano “It’s delightful, it’s delicious, it’s Dilaudid!”; da Nat King Cole, “Mona Lisa, Mona Lisa, pass the reefer / Caught a wiff of what you’re smoking, let’s get high”. Al divorzio di Lenny, Maini testimoniò in tribunale che Honey Bruce era un’alcolizzata, e pertanto non adatta al ruolo materno. Kitty venne affidata al padre. Un tragico giorno Joe Maini trova una pistola in casa di un amico. Per scherzare se la punta alla tempia, e tira il grilletto dicendo: “Roulette russa?” La pistola era carica.

Crescendo

   Night club di Los Angeles dove si esibivano big dello spettacolo quali June Christie, the Four Freshmen, e i Mills Brothers. Nel ’57, Maynard Sloate e Gene Norman, i due proprietari, assumono Lenny per intrattenere il pubblico prima dei concerti. Lenny inventa numeri crudeli che gli procurano una qualche notorietà. Per esempio si avvicinava a una coppia fra il pubblico, e telefonava alla loro giovane baby-sitter: “Pronto, casa Parker? E’ Betty Bird? Oh, Miss Bird, ho cattive notizie. I signori Parker hanno avuto un incidente sulla statale per San Bernardino. Purtroppo sono morti entrambi. C’è qualcosa che posso fare per lei?” Mentre lo shock lasciava in apnea la ragazza e il pubblico, Lenny scoppiava a ridere, e informava la poveretta che si trattava di uno scherzo. I Parker erano seduti lì vicino a lui al Crescendo. Voleva parlare con loro?

Arrestato per uso di narcotici, Lenny accetta di collaborare con la polizia, e fa arrestare alcuni fra i maggiori spacciatori di Hollywood. Viene rilasciato.

Lenny tornerà al Crescendo nel 1960. E’ il suo periodo di maggior creatività. Nascono i monologhi Tits ‘n’ Ass, Christ and Moses, e To is a Preposition, Come is a Verb.

Marvin Zeidler

   Proprietario di un famoso negozio di abbigliamento a Las Vegas. Commissiona a Lenny alcuni spot radiofonici. Nel primo, fulminante, si ode una donna in orgasmo:

“Oh!… Oh!… Oh!… Oh!”

LENNY: “Oh? Oh, oh cosa? Oooooh, Zeidler & Zeidler, 800 North Vermont!”

Ann’s 440

   Il locale di San Francisco dove Lenny viene definitivamente scoperto nel 1958. In quegli anni, San Francisco era la capitale del Rinascimento culturale americano: la città dei beatniks, della poesia, del jazz, e della nuova comicità anti-establishment di Mort Sahl. Con le sue esibizioni all’hungry i (“l’intellettuale affamato”), Sahl aveva rivoluzionato l’immagine dell’entertainer: saliva sul palco vestito in jeans e camicia, e parlava in modo esplicito di temi allora insoliti per un comico, ricavati dall’attualità politica e di costume: “Qualcuno dovrebbe inventare un nuovo giubbotto: il giubbotto McCarthy, un giubbotto normale, con in più una cerniera-lampo sulla bocca.”

A San Francisco, Lenny perfeziona la propria tecnica satirica, che consiste nel rappresentare i potenti (siano essi uomini politici, leader religiosi, o Dio stesso) come cinici affaristi, o degenerati senza scrupoli. E’ di questo periodo uno dei suoi monologhi più riusciti, Religions, Inc.

Cloister

   Il trionfo a San Francisco procura a Lenny un ingaggio al Cloister, il nuovo night club di Chicago fra i cui proprietari figura Hugh Hefner, l’editore di Playboy.

Sick

   Con questo aggettivo (“malato”) i settimanali Time e Life etichettano il nuovo tipo di comicità che va affermandosi in America alla fine degli anni ’50. E’ una comicità cinica, e di denuncia. Il termine finirà per comprendere un po’ di tutto: l’umorismo di Mad e quello di Jules Feiffer, le vignette di Charles Addams e i monologhi di Nichols e May, la comicità tradizionale di Shelley Berman e quella hipster di Dick Gregory. Anche Lenny Bruce viene definito “sick comic”. La sua risposta all’articolo di Time: “Mi piacerebbe che Time s’occupasse di un altro tipo di malattia, quella per cui un insegnante in Oklahoma guadagna al massimo 4000 dollari l’anno, mentre Sammy Davis jr. ne prende 10.000 per una settimana a Las Vegas.”

Sulla copertina del suo nuovo LP, intitolato The sick humor of Lenny Bruce, si vede Lenny che sta facendo un picnic in un cimitero.

Steve Allen Show

   Negli anni ’50, il varietà tv più famoso d’America. Steve Allen è l’inventore del talk show televisivo, un formato che resiste inalterato da ormai mezzo secolo. Umorista raffinato, pianista jazz, Steve Allen è stato anche un generoso scopritore di talenti. Quando i probiviri della NBC si oppongono alla sua idea di portare Lenny Bruce in tv, Allen minaccia di abbandonare lo show. Furba la sua presentazione:

“Riceviamo molte lettere dai nostri telespettatori sulle loro preferenze in merito ai nostri sketches. Ma che lo si voglia o no, non c’è battuta o sketch, specie di tipo satirico, che non offendano qualcuno. Ecco come abbiamo deciso di risolvere il problema: una volta al mese inviteremo un comico che offenderà tutti quanti. (Risate.) E così, signore e signori, ecco a voi un comico controverso, il comico più controverso dei nostri tempi, un giovane diretto a razzo verso la fama: Lenny Bruce!”

Benché vincolato dall’obbligo di eseguire solo il materiale approvato, Lenny improvvisa la sua prima battuta. Il fatto del giorno è il matrimonio fra Elizabeth Taylor e Mike Todd, un produttore cinematografico di origine ebraica. Lenny si guarda attorno con un sorriso birichino, quindi, rivolto ad Allen, dice: “Elizabeth Taylor farà il bar-mitzvah?”

Il pubblico ride, ride Allen, e ride anche Lenny, puntando il dito verso Allen come a dire “te l’ho fatta!”. Poi però torna subito sul monologo concordato:

“No, ho promesso di comportarmi bene. Ho questa reputazione di essere controverso e irriverente. E poi c’è questa trappola semantica del cattivo gusto. Sono sempre accusato di cattivo gusto dal tipo di persone che mangiano in ristoranti con posti riservati, quel genere di cose. Penso che a loro possa interessare come sono diventato offensivo. E’ cominciato a scuola. Bevevo. Ero un bambino molto depresso. Fumavo. (Si scopre l’avambraccio, mostra un tatuaggio.) Vedete questo? Fumavo Marlboro a sei anni, ed è cresciuto fin qui.* Offendere. Questa è una cosa curiosa. Ci sono parole che offendono me. ‘Governatore Forbes.’ ‘Segregazione’ mi offende. ‘Televisione serale.’ (Si volta verso Allen.) Certa televisione serale. (Risate.) Gli spettacoli che sfruttano il sesso, la droga, e la prostituzione con la scusa di aiutare a risolvere questi problemi sociali.”

Segue lo sketch del bambino che scopre quanto sia euforizzante sniffare colla per aeroplani:

“Buongiorno, signor Schneider. Bel negozio che avete. Mi dia due matite, un quaderno, e due tonnellate di colla per aeroplani.”

Quindi il pezzo sull’immigrato spagnolo:

“Solo qui in America ho veri amici. Sono spagnolo, va bene? Ma ho amici di colore, ebrei, giapponesi, francesi. Amici di questo Paese: dobbiamo stare tutti uniti! E menare i greci!”

In chiusura, Lenny canta All Alone, accompagnato al piano da Allen:

LENNY: L’ho finita. L’ho del tutto finita con lei.

ALLEN: Come hai fatto?

LENNY: Mi ha lasciato.

Dopo la pubblicità, lo show prosegue con la comicità classica dei Three Stooges.

*  L’uomo della pubblicità Marlboro aveva un tatuaggio sul dorso della mano. (Lenny, in vista di questa partecipazione tv, fece un accordo di plug in con un agente pubblicitario, e ricevette un compenso di 100 dollari per la citazione della marca di sigarette in questione.)  

Playboy’s Penthouse

   Titolo dello show televisivo prodotto e presentato da Hugh Hefner nel 1959. Gli ospiti della prima puntata furono Lenny Bruce, Nat King Cole, Rona Jaffe, Hy Averback, e A.C. Spectorsky.

HEFNER: Come ti sembra questo show?

LENNY: Interessante. E’ un party finto, per la tv. Ma ha il sapore di un vero party. Con le dovute limitazioni. Questo mi piace. Qui si bevono alcolici. Non ho mai visto farlo in altri show. Questa onestà mi piace. Le ragazze sono simpatiche. Quando ho saputo che Playboy sarebbe approdato in tv con uno show ho pensato… (risate)…no, non direi mai una cosa così ovvia. Ho pensato all’eventuale sponsor. L’identificazione con lo sponsor. La rivista è piena di pubblicità di auto sportive, eccetera. Significa che pensate che il lettore di Playboy possa permettersi queste cose. Avete coraggio: non vi interessa chi non ha soldi.

HEFNER: Ti consideri un “sick comic”?

LENNY: No. Facciamo un po’ di semantica. Non esiste qualcosa come la “sick comedy”. Prima c’era la “slapstick comedy”, e anche quella era “sick comedy”, non c’è nulla di nuovo. Poi Time ha fatto un pezzo raggruppando quattro o cinque nuovi comici definendoli “sick comics”. Mort Sahl: brillante, satira politica, niente battute “sick”. Shelley Berman: molto scadente, dimenticatelo. Jonathan Winters: formidabile. Sì, un po’ “sick” lo è. Lou Costello. Una sua battuta: “Mia moglie è morta ieri notte.” Questa è un’area dell’umorismo in cui non entrerei mai. La comicità è tragedia più tempo. E qui il tempo trascorso è troppo poco. Questo è un po’ “sick”. “E sul letto di morte mi ha detto:-Se vai con un’altra, esco dalla tomba scavando e ti rovino.-” Che è una situazione molto macabra. La battuta finale: “L’ho sepolta a faccia in giù. Che scavi pure.” Questo è “sick”.

HEFNER: Parte del tuo umorismo si occupa di temi politici come quello di Mort Sahl, ma parte riguarda argomenti derivati dalla società malata…

LENNY: Sì. Io non penso mai alla società come a qualcosa di esterno da me, loro di là, e io di qua. Io sono la società. Mi interessano certi aspetti relativi all’ipocrisia dei comportamenti.

Carnegie Hall

   Nonostante New York sia paralizzata da una bufera di neve, Lenny fa il tutto esaurito col suo recital alla Carnegie Hall. E’ il 1960. I critici paragonano il suo stile brillante e la sua forma libera ai virtuosismi jazz di Charlie Parker.

“Mi piacerebbe uccidermi in tv. Sarebbe una vera novità. Naturalmente il produttore sarebbe nervoso. -Non è che dirai qualcosa di sporco, eh?- -No, è un numero pulito. Prendo quattro pillole e muoio.-”

Jazz Workshop

Locale di San Francisco. Lenny viene arrestato per oscenità dopo il primo spettacolo, nel 1961. Esce su cauzione. Torna sul palco e parla del suo arresto. Il pubblico non si diverte, e Lenny si scusa:

“Non sono stato molto buffo, stasera. A volte non lo sono. Non sono un comico. Sono Lenny Bruce.”

Cinque giorni prima, Lenny era stato arrestato a Filadelfia per uso di stupefacenti. Il giudice che si occupa del caso è corrotto, e cerca di estorcergli diecimila dollari in cambio dell’assoluzione. Scoperto, il giudice verrà sospeso dall’esercizio della professione, e si uccide.

The Establishment

Club privato di Londra. Vi si esibivano con regolarità quelli del gruppo satirico Beyond the Fringe: Peter Cook, Alan Bennet, Jonathan Miller e Dudley Moore. Nell’aprile del 1962, grazie all’entusiasmo del critico Kenneth Tynan, Lenny viene scritturato per cinque settimane. La sera della prima è il finimondo: il pubblico grida allo scandalo, molti se ne vanno, altri lanciano sul palco monetine e bicchieri. La seconda sera la scena si ripete: escono fra gli altri Evgenij Evtushenko e John Osborne.

Trobadour

Night club di Hollywood dove Lenny viene arrestato per tre volte con l’accusa di oscenità.

Gate of Horn

   Night club di Chicago. Lenny sale sul palco, e il pubblico stenta a riconoscerlo: è ingrassato, cupo, arrabbiato, amaro. Le continue spese processuali lo stanno riducendo sul lastrico. Attacca la falsità di politici, poliziotti e giornalisti. Tuona contro il moralismo dell’uomo della strada:  “Quando tradisco mia moglie, glielo dico sempre. Perché sono onesto e ho un’ottima educazione, e non so mentire. Ogni volta che la tradisco, devo dirglielo: perché mi piace ferirla. Mi piace farla star male!”

E’ un Lenny Bruce spietato, mai visto prima:  “La verità è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere.”

Una sera i poliziotti lo arrestano durante una performance a causa di alcune battute sulla chiesa cattolica.

Playboy

   1963: nel numero di ottobre la rivista di Hugh Hefner pubblica la prima parte di Come parlare sporco e influenzare la gente.

Cafe Au Go Go

   Locale di New York dove Lenny viene arrestato all’inizio del ’64 per oscenità.

Agosto 1966

Lenny Bruce viene trovato cadavere nel bagno di casa. Motivo del decesso: overdose da eroina. L’amico John Judnich pulisce la stanza, ma la polizia, prima di ammettere i fotografi, ricrea la scena: serra un laccio al polso di Lenny, e gli pone accanto una scatola di siringhe trovata nel cestino.