Il web è la Disneyland degli spaccamarroni

di danieleluttazzi

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Intervista rilasciata al nuovo blog Pixartprinting lo scorso dicembre e pubblicata l’11 gennaio 2016. Buona lettura!

Lolito e Bloom si siedono al volante di Lolita e Ulisse e li dirottano, trasformando i pastiche in iperpastiche, in attesa del compimento della trilogia in modi che probabilmente non vorrai anticiparci. La destinazione è abbastanza chiara. Ma perché proprio Lolita e Ulisse?

Non posso rispondere, perché sarebbe come se volessi davvero farlo.

Lolito parla di noi attraverso un Berlusconi ninfatico e la sua Beba, metafora di un Paese. Bloom è più inestricabile: riscrive Joyce con lo stile di Omero, fa scontrare personaggi luoghi ed epoche, prende Ulisse e Odissea e salta dall’uno all’altra come attraverso uno squarcio nel tessuto temporale. Cosa stai indicando? E a chi?

Sto invitando tutti alla lettura di Snake Agent di Stefano Tamburini.

La tua è una poetica postmoderna: vuoi eliminare l’artista in favore del logos. E’ la morte dell’autore teorizzata da Barthes, con una differenza: in Barthes a seppellirlo è il lettore, con te il lettore è bersaglio. In Lolito e Bloom, si intuisce il piacere di aver pubblicato opere che resteranno sempre parzialmente indecifrabili. Ma se l’autore muore e il lettore brancola, cosa rimane?

No no no. Io sono contro il logos. Il logos (la parola, la voce) impone una metafisica della presenza, e insieme con questa l’ideologia del soggetto, e il discorso d’autorità. Siamo ancora all’interno del discorso del potere. Chi fa il comico, e soprattutto chi fa satira, dev’essere contro tutto questo. Anche contro il potere della satira. Cosa deve fare, allora? Per esempio, attuare tutta una serie di strategie artistiche che demoliscano la propria autorevolezza. Dopodichè l’artista non riuscirà più a fare il leader, chessò, di un movimento politico: i “puri”, disgustati, si saranno allontanati. L’arte è per happy few. Nel loro piccolo, Lolito e Bloom sono opere decifrabilissime, ma complesse. Differenza fra complicato e complesso: in ciò che è complicato, gli elementi formano un coacervo inestricabile e incomprensibile; in ciò che è complesso, invece, gli elementi sono interconnessi. Quello che resta, per il lettore che si è impegnato con frutto, e ha scoperto le interconnessioni della texture, sono molteplici ricompense ineffabili. Le ricompense artistiche non sono per tutti: sono solo per chi se le merita; ed è giusto così. Una delle soddisfazioni maggiori per uno scrittore è trasformare i lettori in talmudisti che passano le giornate a ponderare le virgole e i significati reconditi. Col tempo, il lettore diventa più bravo anche a interpretare la realtà stessa, e ciò lo renderà meno succubo rispetto ai propagandisti d’ogni risma. Spero non ti sia sfuggita la citazione dall’Enrico V di Shakespeare. (Anch’io, al tuo posto, mi offenderei se qualcuno me la facesse notare.)

I due libri sono anche molto divertenti, e in modi non ovvi: Lolito fa spesso a meno del joke classico, Bloom completa la transizione. Una reazione alla saturazione da battutine?

Sono solo un individuo profondamente disturbato. Come faccio a vivere con me stesso? Non è facile.

A proposito: di recente hai polemizzato coi “battutisti della domenica” che “non fanno satira, ma carta da parati”. Hai mai la sensazione che in epoca post-ironica – il paradosso che diventa pratica sociale, gli hipster che bevono Pabst Blue Ribbon – la carta da parati sia diventata ridere tout–court?

Sì, ma la fase post-ironica sta esaurendo il suo ciclo e già s’avverte il bisogno di mito. Vedremo. Quanto alla satira, quella vera è un atto, un’azione, e la si vede dalle reazioni che suscita. Tali reazioni vanno dalla damnatio memoriae al pestaggio mediatico: situazioni, per certi versi, entusiasmanti, poiché i tuoi nemici nascosti vengono a galla come gli stronzi che sono, e così puoi segnarteli nel tuo libriccino nero, a buon rendere. Puoi addirittura divertirti a classificarli per clan di appartenenza. Quando pesti il piede a qualcuno, lo pesti in realtà a tutti i membri del suo clan di potere. Ricorda questo: se il grosso della rappresaglia non ti arriverà da quel clan, ma ti sorprenderà alle spalle, vorrà dire che uno dei clan che in teoria dovrebbero stare dalla tua parte ha fatto accordi sottobanco col clan che hai infastidito. Infatti, nei giorni dopo il mio monologo a “Rai per una notte”, l’attacco principale contro di me venne da Unità e Repubblica: la mia accusa di correità al PD aveva irritato gli scagnozzi. Non bisogna fare “satira politica”, bisogna fare satira politicamente. La satira ha impatto solo quando agisce come se lo schema concettuale comune fosse già sovvertito. E’ questo che dà fastidio al blocco d’ordine perbenista, a creare scandalo. La comicità che non sovverte schemi concettuali, cioè ideologie e pregiudizi, è appunto mera decorazione. Ho visto i nuovi trentenni che si sono messi a fare satira sul palco. Sono tutti piacevolmente deludenti.

L’impressione è che i veterani non godano di salute migliore. Qualcuno si abbandona con fiducia all’irrilevanza, altri replicano vecchi comizi davanti a un pubblico che è cambiato, si è fatto meno rassicurante. Chi resta che tu possa chiamare collega credendoci?

Un brutto vizio del giornalismo italiano è quello di promuovere quei meccanismi identitari che tanto piacciono al lettore pigro. “Chi sono i buoni e i cattivi?” Come se la realtà fosse così semplice. Meglio stare alla larga dai battesimi. Di qualunque tipo.

Anni fa lo hai chiamato GGM, Giornalismo Geneticamente Modificato, e monitoravi la sua evoluzione in chiave propagandistica. Lo stadio attuale mi sembra quello dell’intrattenimento culturale, e lo scopo dichiarato quello di divertire. Dove siamo?

Vedo che fai tua l’interpretazione di Neil Postman. Risale al 1985: quella funzione è intatta. Si sono aggiunte tecniche di propaganda più bieche, come la manipolazione dell’uditorio praticata dagli spin-doctor alla Frank Luntz; e altre più spregiudicate. Una settimana fa, in tv, Scalfari ha detto di Renzi: “Oggi alla luce di quanto accade in tutta Europa è giusto che il premier sia un uomo solo al comando.” Il 16 luglio 1942, su “Roma fascista”, Scalfari scriveva: “Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere.” Trova le differenze. Un altro esempio è il dilagare dello sfottò, di cui è campione il Foglio. Con lo sfottò trasformi gli avversari in fantocci; chi è a corto di argomenti, ricorre allo sfottò. Adesso prendiamo un articolo del Foglio e sostituiamo al fantoccio inventato (“l’antagonista”) il nome di un intellettuale che da sempre si oppone al sistema reazionario di cui il Foglio si vanta di essere “mosca cocchiera”: basta questo semplice détournement * per mostrare quanto lo sfottò sia violento, nella sua arroganza. E’ una vecchia storia: per i lupi, la favola dei tre porcellini discrimina i lupi.

Torniamo ai libri. Lolito e Bloom fanno saltare in aria l’oggetto libro in sé, con prefazioni apocrife, crittografie, apparati note che rimandano ad altri apparati note. E’ anche una risposta ai tempi, alla risacca montante per cui “ridateci le grandi narrazioni” o “se non ti piace il romanzo tradizionale è perché non lo sai fare”?

Apparentemente. A un occhio non allenato.

Il tuoi riferimenti letterari includono Sterne, Borges, Gadda, Barthelme, Vonnegut, Arbasino. E Nabokov: hai definito Il dono il più bel libro del Novecento. Chi hai aggiunto al Pantheon da allora? Il secolo attuale ha già un candidato?

Questa è una domanda-trabocchetto: so che sai che la grande arte è sempre tutta contemporanea e la si divide in periodi solo per facilitare il compito agli studenti. Nella poetica di Dante, la sapiente mosaicatura di “auctoritates” o fonti letterarie apporta nobiltà allo stile e bellezza alla “inventio”: cos’è, post-moderno ante-litteram? A proposito: Arbasino è ancora vivo. Una domenica potrebbe andare al cinema, sbagliare sala e beccarsi un cinepanettone. Non ci pensa, a questo, Neri Parenti?

Parlando di postmoderno, il web è il luogo dell’ibridazione per eccellenza. Tu ne sei sempre stato scettico. E’ ancora così?

Il web è la Disneyland degli spaccamarroni. Gli spaccamarroni, che in passato avevano un raggio d’azione limitato al proprio quartiere e al proprio luogo di lavoro, adesso hanno a disposizione il mondo intero. Stanno davvero costruendo la città dell’utopia. Sempre più vicino il giorno in cui tutti staranno sulle palle a tutti, grazie a Facebook.

Ti sei dichiarato un uomo di sinistra perché “asseconda il senso di responsabilità del cittadino”. Parrebbe necessario dell’ottimismo. Tu come coniughi pessimismo e progressismo?

Cercando di fare del mio meglio. L’ho imparato nei boy-scout. Boy-scout famosi: Dell’Utri e Renzi.

Un inciso. Nel 2009 hai pubblicato un saggio sui pericoli della ”risata fascistoide”. Da qualche anno la difesa del debole è pratica diffusa, a prescindere dall’effetto concreto. Noti anche tu un eccesso di zelo? Pensi che a farne le spese, oggi, sarebbe anche buona parte del tuo materiale, Raiperunanotte in primis?

Una battuta è fascistoide quando mette in ridicolo vittime vere di veri carnefici. Chi fa una battuta fascistoide, si schiera di fatto coi carnefici. Ha la mentalità di un fascista: se ne assuma tutta la schifosa responsabilità e riceva tutti gli insulti che si merita. La battuta fascistoide, però, non va confusa con la battuta cinica (crudeltà del sentimento, ma non contro vittime vere di veri carnefici). Gradiente di massima: A) satira > B) cinismo > C) fare il cazzaro > D) fare lo stronzo > E) sfottò fascistoide. Ogni battuta è un giudizio innanzitutto su chi la fa. Un comico propone cose che fanno ridere lui, sperando che facciano ridere anche altri. (Stop quindi ai tentativi di censura basati sugli argomenti “Taldeitali non fa ridere” e “Questa battuta è di cattivo gusto”. Se uno è un genio che è avanti di 20 anni sul resto della popolazione, non farà ridere. Per ora. Sta alla sua forza artistica continuare per la sua strada, fregandosene dei contemporanei distratti e/o impreparati.) Inoltre, il giudizio che dai su una battuta dice molto di te, e l’abuso dei propri criteri di giudizio per fomentare gogne sul web (il web esalta il bullismo degli ignoranti e dei faziosi) è una delle tecniche moderne di censura. E a questo punto del ragionamento salta sempre fuori un fascista che sostiene di essere, dunque, censurato. Sgombriamo il campo definitivamente dall’equivoco: in democrazia, tutte le idee possono essere espresse, tranne l’idea violenta (quella cioè del carnefice su una vittima), poiché l’idea violenta (ad esempio quella fascista) è già stata giudicata dalla storia come pericolosa per la democrazia. Una volta al potere, l’idea violenta cancella la democrazia. Ecco perché è giusto che le democrazie condannino i revisionisti che negano l’Olocausto. Il carnefice che si lamenta di essere censurato va ignorato. Per poi goderci la malinconia del traguardo raggiunto.

Di nuovo ai libri. Lolito e Bloom sono usciti in edicola in allegato al Fatto Quotidiano quando avrebbero meritato ben altro rilievo. Congiura del silenzio? Avversità dell’editoria italiana verso pratiche letterarie non convenzionali?

Nessuno ammette mai al proctologo di essersi infilato l’oggetto su per il culo apposta. È sempre un incidente.

Sei conosciuto per la tua attenzione al dettaglio. Hai curato personalmente gli artwork dei due libri, o comunque sovrinteso alla loro creazione?

Ai grafici ho solo chiesto copertine che proiettassero la pura gioia di un talento che afferma se stesso.

Il postmoderno è eclettismo. Il tuo modello dichiarato è David Byrne: satira a parte, hai pubblicato due album jazz e una raccolta di disegni. Oggi concentri i tuoi sforzi sulla scrittura. Tornerai a espanderti?

Ho una trentina di nuove canzoni. In un sogno recente, Beyoncé ne cantava una. Poi vomitava. Uno dei miei sogni sarcastici.

Se tornassi in TV scopriremmo che la tua proposta è cambiata di pari passo, corrodendo i format come qui ha corroso la forma? Imponendo per forza di cose la TV una presenza, come pensi proseguiresti il discorso di rimozione totale del soggetto-autore intrapreso con questi due libri?

Questa è facile: mi farei crescere delle basette.

Carlo Freccero, direttore di Rai2 ai tempi di Satyricon, è da agosto in Consiglio d’Amministrazione RAI; ma Antonio Campo Dall’Orto, che chiuse il tuo Decameron su La7, ne è Presidente. Probabile si elidano a vicenda, perché in TV non ti abbiamo rivisto. C’è qualche speranza per il futuro prossimo?

No, ma non ha alcuna importanza. Finché vi piacerà restare plebe da soma, troverete sempre qualcuno ben contento di nutrirvi a fieno e bastone.

Massimo Fini ti ha definito un “cavaliere solitario”. Di stanza a Roma, epicentro di determinate cose. Tu che la guardi con occhiali speciali: resta un po’ di bellezza a cui aggrapparsi?

La Cappella Sistina è niente. Devi vedere quello che Michelangelo ha dipinto nel cesso accanto.

:o:o:o:

* Il professionista dell’anti-tutto

da il Foglio (?), 21.5.2015

Per sua specifica natura, Noam Chomsky è insieme reduce da glorie passate, immaginarie il più delle volte; e in transumanza verso altri orizzonti non meno luminosi. Panato di buone intenzioni e spesso satollo di stratosferico egocentrismo, Noam Chomsky procede. Di più: marcia. Politicamente: Noam Chomsky crede sempre di avanzare (avendo, a propria specifica vocazione, la costante sua presenza su “un terreno più avanzato di lotta”). Orizzonti, va da sé, di gloria – che di gloria, si capisce, prima o poi pure lui rivestiranno. E’ in moto perenne, Noam Chomsky. Fosse un film, sarebbe “Cavalca vaquero!” (1953). Perché Noam Chomsky, pure questo si sa, è per sua natura scomodo e pericoloso: per il Sistema tutto, che tutto all’erta sta, a contrastare il peso gravoso della sua opposizione. Infatti, tipica di Noam Chomsky è la lamentazione: -Hanno paura di quello che dico, eh? non mi fanno parlare per paura, eh?- Crede, il poveretto in buona fede, che il mondo lo tema, il mondo che soltanto lo ignora; non fosse disdoro per la grandissima poetessa, si potrebbe dire che è nella stessa condizione della Dickinson, “questa è la mia lettera al mondo, che non ha mai scritto a me”.

Scomodo, pericoloso e purtroppo largamente incompreso (la voce di mammà che risuona nelle orecchie: dai una sistemata alla cameretta!, fatti una lavatrice!, trovati un lavoro!), Noam Chomsky perciò è per sua natura errante: come il pastore leopardiano, come il cavaliere medievale, come la fantasia foscoliana, come il Buddha col sacco di riso appresso. Va, Noam Chomsky va – tirandosi dietro un’approssimativa comprensione del mondo, e una totale favolistica convinzione di averlo benissimo compreso.

E passa da un antagonismo all’altro, da una lotta alla successiva, da un nemico a quello che viene dopo. E siccome la generale varietà potrebbe mettere a repentaglio la fragile coerenza, Noam Chomsky ha ben chiaro nella sua testa (lì solo: ma la sua testa, per quanto fornita a volte di disponibili meningi, gli basta e gli avanza) il legame profondo tra Sistema e Potere che ogni lotta sua mira a scardinare, in una complessione tale al cui confronto un romanzo di Umberto Eco o la teoria katafisica di Dionigi l’Areopagita hanno la linearità e la semplicità di “Quarantaquattro gatti” e “La Peppina fa il caffè”. Noam Chomsky, nella sua testa, ha tutto chiaro.

Noam Chomsky è una sorta di cabalista della piazza, di alchimista dello scontro, di enigmista risolutore della altrui incomprensioni. “Io so” – lui sa: non ha le prove, non ha nemmeno indizi, ma sa, sempre una sorta di tardo pasolinismo di riporto sospeso tra l’adolescenziale e il demenziale. Sa, lui. Adunato, assembleato, tuittàto: sa.

Noam Chomsky, di solito, vive in una sorta di comune rurale, ma spesso convinto di spaziare per il mondo globale: legge roba che lo conferma nella sua certezza, parla con gente che pensa le sue stesse cose, vive dentro la sfera di vetro dove si racconta e ancora racconta e sempre racconta (la malattia di ogni reducismo: a 80 anni, dalla guerra in Vietnam; a venti, da OccupyWallStreet) l’eroico antagonismo che contro Sistema & Potere Noam Chomsky sempre schiera, ché a schiena dritta sta (e magari tatuata, ché un arabesco Maori ha la sua bella suggestione sul proletario del New Jersey).

Noam Chomsky sa. Noam Chomsky mai dubita. Noam Chomsky ha una sua perennità, un suo posizionamento di principio: bella cosa, fino a quando l’ossificazione non muta cotanta beltà dell’azione in funzione di statico paracarro – che sempre e comunque, però, come perenne elemento della perenne sua bellissima utopia, verrà spacciato. Siamo tutti anti qualcosa – e spesso pure saggiamente. Ma quella che era una decente posizione si è mutata in patologia. Con Noam Chomsky è tutto un allarme, un denunciare, un affanno rabbioso che Aristofane riconosceva nei politici che correvano ad accattare il più facile consenso popolare: “Voce orrenda, alito cattivo e modi volgari”. Ma lo stesso, Noam Chomsky raramente mira a convincere gli altri (il popolo sempre evocato, le masse sempre scomodate, la gente sempre sollecitata: popolo, masse e gente poi incomprensibilmente dall’altra parte); mira piuttosto ad alzar bandiera, e spesso ad alzare le mani. L’essere Noam Chomsky ormai non è più giustificata indignazione, quanto una sorta di oscura e professionale occupazione. “Il venti per cento della gente è comunque contraria a qualsiasi cosa”, aveva calcolato Bob Kennedy.

Noam Chomsky ha una serie infinita di opzioni. C’è la guerra in Vietnam? Noam Chomsky organizza proteste, e felicissimo liscia il pelo alla resistenza studentesca. C’è Israele che vessa la Palestina? Per Noam Chomsky diventa ragione di vita e di lotta. C’è la dittatura in Argentina? Noam Chomsky è contro l’appoggio americano a Pinochet. Ci sono i Contras in Nicaragua? Noam Chomsky attacca l’appoggio di Reagan ai Contras. C’è il neo-liberismo che accresce il divario fra ricchi e poveri? Mondo, arrivo a salvarti! America latina? Ci scrivo su dei libri! Pena di morte? Assolutamente no. Fondo monetario internazionale? Massimo allarme democratico!

Le buone ragioni e le pessime si mischiano insieme, si confondono, si chiudono a testuggine – ché la vocazione più deletaria di Noam Chomsky è sconvolgere, piuttosto che coinvolgere. Noam Chomsky non ha dubbi. Mai: né sulla buona causa né sul valore del suo offrirsi a essa. Se il mondo non capisce, il mondo capirà (non ha molta pazienza col mondo, di solito, Noam Chomsky).

La possibilità di essere contro qualcosa è infinita. Noam Chomsky assomma quattro o cinque cause insieme – secondo l’indicazione di Totò, “abbondandis in abbondandum”: è anticapitalista, conseguentemente antimilitarista, ma pure antifascista, va da sé antirazzista, ecc. ecc. Mai sguarnirsi della possibilità di una Grande Causa, così da avere l’impressione di una Grande Lotta. La professione dell’anticasta: ormai sceneggiatura genere “Beautiful”, ove la logica si perde e i morti tornano miracolosamente in vita, in un continuo buffo rilancio a far mostra che la moralità mia a nessuno è seconda.

Noam Chomsky è spesso egocentrico (io so, e voi non sapete un cazzo!), e nel labirinto della modernità solo si crede fornito del filo che lo condurrà fuori – e fuori condurrà pure le refrattarie masse: a calci nel culo, se dovesse servire. Noam Chomsky di solito è irritante: nel suo modello basico ciarliero e ripetitivo, di poche semplici essenziali parole fornito (come i romanzi rosa per parrucchiere di quartiere: ma ce ne sono di quelle, viste in televisione, che mentre fanno lo shampoo recitano persino Baudelaire).

Non ti convince, Noam Chomsky, al massimo quando gli gira bene ti esorta, come il monaco Zenone dell’Armata Brancaleone, “sarai mondo se monderai lo mondo!”: così è tutto un artigliarvi la coscienza (se ne avete una), un denunciate la viltà (vostra, si capisce), un esortare al coraggio (ovviamente prendendo il loro ad esempio). Noam Chomsky, di solito, sfugge i fatti concreti, le cifre, il mesto dare e avere: vola alto sulle metafore, s’inerpica sulle vette dell’assoluto, non gli interessa migliorare quanto piuttosto salvare. Come se avesse ricevuto un crisma, una rivelazione, un’illuminazione, tronfio va all’assalto. Io so. Noam Chomsky sa.

E perciò, con assoluta certezza Noam Chomsky sa che il Potere ha mandato in piazza la polizia per reprimere la feconda e rivoluzionaria lotta, e che il manganello dello sbirro lavori per l’annientamento. Noam Chomsky ha il disprezzo facile. Noam Chomsky è assolutamente convinto, pur sconosciuto nel suo stesso caseggiato, di essere al centro delle mire del Sistema – che s’ingegna per distruggerlo e silenziarlo: ma a lui non la si fa! Noam Chomsky ha bisogno, essendo poi di scarsissima fantasia, del nemico eccezionale da poter elevare all’altezza della sua ansia di redenzione.

Noam Chomsky fatica molto (è sostanzialmente una sorta di Edipo mediatico) a staccarsi dalla figura all’origine del suo (auto)celebrato antagonismo. E perciò insiste, prolunga, intigna, anche quando il buon senso dice che nessuna vigilanza più occorre, e dal presentatàrm! si potrebbe passare al riposo. Indignarsi, oh quanto indignarsi!, soprattutto indignarsi! – Noam Chomsky ha, per sua natura, una persistente indignazione pendente dalle labbra, come in certi film la sigaretta da quelle di Jean Gabin.

Per Noam Chomsky, l’11 settembre come il bagno per i vecchi nella vasca di “Cocoon”, l’uovo sbattuto mattutino (con cucchiaio di marsala in aggiunta), un piattino di benefiche bacche di Goji. Il sangue comincia a circolare di nuovo, gli slogan hanno fecondo riciclo, l’adrenalina torna a fare il suo mestiere. E’ l’allarme democratico che Noam Chomsky soprattutto ama – e lui a presidio sempre della democrazia.

Per il bene di Noam Chomsky, non fosse altro, un po’ il terrorismo deve durare – ché poi arriva l’estate, non ci si può mica mettere alla ricerca di un nemico sotto il solleone. Noam Chomsky è anti-imperialista, un antifascismo di quello che può pure condurre a fischiare la politica estera di Israele, ché il festevole fervore di Noam Chomsky mica sa sempre ben figurarsi il posto delle vittime. E’ un anti-imperialismo di maniera – facile presidio a una carcassa consumata da decenni: ché l’imperialismo, si sa, è perenne rischio, mai troppo perennemente denunciato.

Noam Chomsky è pure antirazzista – e ci mancherebbe. Ma in questo afflato generoso, con la faccina sdegnata che mostra a te quale merda di bianco quasi a caratura lepenista sei, tutto si piglia e niente si spiega e nulla si governa: è mirabile il tamburo del senegalese che fa l’ambulante, il tam tam che ci affratella, ma volentieri Noam Chomsky si concederebbe il trastullo nell’attico di Park Avenue di Leonard Bernstein, come le Black Panthers rese immortali da Tom Wolfe. Radical. Chic. Noam Chomsky.