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Bloom Porno-Teo-Kolossal: l’intervista

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Intervista di Daniela Ranieri (il Fatto Quotidiano, 13-2-2015)

Bloom Porno-Teo-Kolossal è una Odissea scritta con la penna di Joyce e, viceversa, un Ulisse come lo avrebbe scritto, o dettato, Omero. Un esperimento in cui mischi cosmogonia e mito ai generi più popolari dell’immaginario, il porno e il kolossal, a riprova che tutto è contaminato, che la cultura è un frutto insieme ibrido e fertile fatto di citazioni, rimandi, ironie, contagi. È così? Come ti è venuta l’idea?

Innanzitutto voglio ringraziarti per aver accettato di condurre un’intervista a domande e risposte scritte: una pratica rivoluzionaria, per l’Italia, dove i giornalisti a libro-paga di questo o quell’industriale amano tradurre le parole degli eccentrici in una koinè addomesticata, che è quella del potere che li foraggia. Con questa premessa, come vedi, in realtà sto già rispondendo alla tua domanda. Bloom PTK, infatti, è il secondo di una trilogia satirica il cui bersaglio extraletterario è il popolaccio italiano, che si merita tutto il male che gli capita, poiché considera indice di massima furbizia l’essere complice del potere che lo vessa, e vivere all’accatto di prebende più o meno fortunose.

L’ironia di questa tua “chiamata in abisso” dentro due dei capisaldi della cultura occidentale è in realtà è una critica all’attualità. Dedalus dice “la storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi”: potrebbe essere il secondo sottotitolo del libro e una chiamata in correità del lettore italiano che preferisce dormire, che tu chiami popolaccio.

Un popolaccio che ha come abdicato alle proprie responsabilità civili e morali, preferendo restare maleducato, diseducato, illetterato. Gonzo perenne dell’imbonitore di turno, questo popolaccio non è in grado di accorgersi, ad esempio, della scaltrezza con cui il gesuita Bergoglio nasconde il proprio messaggio reazionario (“non si offendono i sentimenti religiosi”) sotto l’immagine colorata del pugno a chi offende sua madre. Il giorno dopo, non a caso, TUTTI i cosiddetti satirici italiani hanno fatto battute sul pugno del papa. Bene: quella non era satira, cioè critica, ma carta da parati, cioè decorazione. Questa ignoranza diffusa, unita all’abilità con cui il potere manipola i media, e alla docilità con cui i media si fanno manipolare, ben felici di vivere nel Matrix, è un problema enorme, che impone a chi fa satira la necessità di una riflessione alta e di una prassi rinnovata, che la faccia uscire dall’irrilevanza in cui l’ideologia al potere l’ha costretta. Un’ideologia dominante si esprime in un linguaggio e può essere corrosa solo con un linguaggio altro. La pratica situazionista del détournement ritrova qui tutta la sua urgenza. Il popolaccio, infatti, è schiavo dell’ideologia dominante anche perché si accontenta del semplice senso grammaticale dei testi dati; ma il significato vero di un testo si sprigiona dal rapporto con tutti gli altri testi del discorso, all’interno di pratiche sociali che hanno stabilito il significato di quel rapporto. Non è possibile non dico scardinare, ma neppure criticare l’ideologia dominante se resti all’interno del codice imposto.

In Bloom fai tuo il metodo del montaggio. Ci sono Joyce, Nabokov, Dante, le immagini dei pasti sembrano quelle di certa pittura fiamminga e del Satyricon, (“le interiora: la densa zuppa di frattaglie, li aromatizzati ventrigli, il cuore arrosto ripieno”), poi ci sono certi spiriti di Petrarca e dei Madrigali di Monteverdi e gira persino un aforisma di Baricco messo in bocca a un pallone gonfiato che scrive su un quotidiano di Dublino. La cultura consiste nell’accumulazione? Riconosci nondimeno una gerarchia tra l’alto e il basso?

Il collage è la grande scoperta del modernismo, la vera forma artistica del XX secolo; e Joyce, come sai, ne era un campione. Lo usa, dunque, per la sua operazione sull’Odissea, il cui effetto di abbassamento non è però diverso da quello che ottenne Lorenzo Venier, nel ‘500, quando compose La Puttana Errante parodiando l’Ariosto. Il Modernismo è come l’apoteosi della stagione ironica inaugurata da Heine e da Stirner, ma butta con i dogmi arrugginiti anche l’interrogazione sul mistero del mondo che aveva alimentato tutta la classicità, il sottotesto che ne rende la lettura così significativa. L’Odissea è un nostos, un ritorno; e Bloom PTK tematizza il ritorno al mito: non in senso nostalgico, ma come prassi, dotata di un’efficacia conoscitiva e politica, che regoli certi conti con la storia e con l’ideologia dominante. La satira, non va dimenticato, è per natura una commistione di generi. La parodia satirica usa la trasformazione e il raddoppiamento per smascherare. In questo senso, essa è innanzitutto filosofia, “critica in azione”, la definiva Proust. La cultura è intertestualità. A ragione, Michel Butor scrive che “la citazione più letterale è già in una certa misura una parodia”. La gerarchia è tra letteratura e non letteratura.

La satira, dici, è un genere in cui Woody Allen sta accanto a Aristofane perché sotto le loro maschere c’è Dioniso: tragedia e tempo producono il comico. Ma quando la cifra del presente è il patetico, su quanto gioco può contare la satira? È possibile grattare il satirico dal nostro localismo? Con B. le battute venivano da sole – bastava pescare dal limo corporeo e dalle pulsioni sessuali nel loro legame col potere: come si può far ridere sulla Leopolda? Come si può criticare e quindi resistere al puro nonsense?

Il limite di ciò che viene fatto passare per “satira italiana contemporanea” è proprio il suo essere naif. La satira su B. aveva valore solo nell’accezione bio-politica da te ricordata. Chi non operava con questa consapevolezza, ha scritto e fatto cose che non resteranno; come non resterà nulla di ciò che viene scritto su Twitter dai battutisti della domenica. La competenza satirica è innanzitutto analitica. Occorre saperne quanto l’ideologia dominante. La Leopolda è tutt’altro che nonsense, e non stai facendo satira con la caricatura di Renzi grullo. Renzi è tutto fuorché un grullo. Chi fa satira deve interrogarsi SEMPRE sui rapporti di forza. Vanno colpite le alleanze, ad esempio, come si riproponeva il SISMI di Pollari & Pompa quando teorizzava la disarticolazione degli oppositori al governo Berlusconi. Commentare le notiziole che i media imbandiscono quotidianamente è restare dentro il linguaggio dominante. Mai dimenticare il famoso apoftegma della CIA: “Perché manipolare i media, quando puoi manipolare la realtà?” La satira non è scrivere battute. La satira è quello che ci fai, con quelle battute. La satira è un atto.

Dopo la strage di Parigi eravamo tutti Charlie, anche chi tra noi non si è mai posto il problema della libertà di satira e dava per scontato dovesse finire al cospetto della religione. Cosa pensi di quella consolante retorica?

Fa parte della mancanza di cultura del popolaccio italiano la commozione melodrammatica: il kitsch sentimentale è l’emozione dominante di un Paese non a caso cattolico. Questo spiega le reazioni a caldo, e il loro scontrarsi, appena due giorni dopo, con le ragioni necessarie della difesa della satira, cioè della libertà di espressione, tanto faticosamente conquistata da altri in nome della razionalità.

Perché la religione è una ancora retorica di potere così potente? Puoi spiegare perché, come hai detto, tutte “le religioni sono pericolose e assurde”?

Il potere crea le religioni, e le religioni plagiano i popoli sfruttando i circuiti neurali di colpa-ricompensa, di cui la natura fornisce gli animali per motivi di sopravvivenza pratica. Le religioni sono una truffa, circonvenzione di incapaci. Detournando Bergoglio: chi va a messa, è scemo. Spero che Giancarlo Leone mi dia un varietà del sabato sera su RaiUno, dove ampliare il concetto. Guardate ad esempio con quanta abilità i teologi fingono di ignorare che chi inghiotte il corpo di Cristo, poi lo caga. Questo per l’assurdità. La pericolosità è dovuta al fatto che in nome di Dio, un’astrazione, è molto più facile compiere nefandezze concrete, come la storia dell’umanità, purtroppo, non cessa di dimostrare.

Tu non impari mai. Forse è per questa tua tendenza a svelare i dispositivi per mezzo dei quali funziona la sopraffazione che dopo l’editto bulgaro, e a parte il sublime-terrificante monologo a Raiperuanotte sulla sodomia, non sei più comparso in Tv.

Oh, proposte ne ho avute, dato che i miei picchi d’ascolto tv fanno gola; ma tutte si arenano al momento del contratto. Offro ogni manleva legale, eppure le tv vogliono poter tagliare quello che giudicano scorretto. La satira, però, è libera, o non è. Fin che posso, tengo il punto. Difendo il mio diritto, e quello del popolaccio italiano, al libero pensiero, anche se, a quanto pare, il popolaccio italiano non ci tiene molto, al suo libero pensiero. Rifiuto inoltre le proposte che finirebbero per rendermi complice del contesto dominante. No alla presentazione della prima edizione del Grande Fratello (poi accettò la Bignardi). No alla rubrica sul Foglio di Giuliano Ferrara. No alla presentazione del Festival di Sanremo con Baudo e la Hunzicker. Considero i miei “no” altrettanti atti satirici. Sono però sempre in agguato: non appena si apre una breccia, mi ci infilo. Lo feci con “Decameron”. Hai visto com’è andata a finire. :-)

“Quanto più un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo” scrivi citando Nabokov. Tutto sommato, non trovi offensivo che non ti abbiano ancora bruciato?

Domanda che nasconde una lusinga piuttosto insidiosa. Certo siamo tutti fortunati di non vivere più nel medioevo; ma, a parte il rogo, le altre tecniche di coartazione sono ancora tutte attive, comprese varie strategie di delegittimazione che mirano a censurare non quello che dici, ma addirittura il tuo diritto a dirlo. Lo fecero con Giordano Bruno, sono in buona compagnia. Il potere, da sempre, vuole far rientrare nei ranghi l’artista; l’artista però non può essere rinchiuso, perché un artista è irriducibile al mondo. L’arte crea significato stabilendo legami tematici. Prendi Pasolini che inquadra Ettore morto in Mamma Roma come Mantegna il Cristo morto. L’avesse inquadrato di lato, l’immagine avrebbe perso tutto il suo significato. Sarebbe stata “letterale” (“Ettore è morto”), o magari avrebbe evocato un’altra immagine simile, ma solo per caso. Un artista, invece, è tanto più bravo quanto più controlla tecniche ed effetti. Questo controllo richiede cultura. La stessa che servirebbe al popolaccio per comprendere cosa gli sta capitando. E siamo daccapo.

Con chi, tra i vivi e i morti, senti, per citare Manganelli, una “consanguineità mentale”?

L’elenco sarebbe troppo lungo. La parodia come critica satirica ha di bellissimo che, in quanto metodo, ti obbliga a conoscere l’universo letterario cui si riferisce l’autore del testo originario (ipotesto). Scrivo “originario” per sottolineare che la precedenza è cronologica, non valoriale: la mia strategia testuale è il prodotto di una poetica post-moderna che si oppone al pregiudizio dell’autore originale e all’ideologia del soggetto. Nel caso di Bloom PTK, ho dunque riletto l’Odissea, l’Eneide e le Egloghe, le Argonautiche, l’Ars Poetica e le Metamorfosi, la Divina Commedia, il Don Chisciotte, l’Orlando furioso, l’Amleto, il Re Lear, la Tempesta, diversi romantici inglesi, il Leopardi dei Paralipomeni, e certi autori moderni che a partire da Leopardi sviluppano il tema infernale: Manganelli (Hilarotragoedia), Savinio (Alcesti) e Pasolini (Porno-Teo-Kolossal). Oltre all’opera omnia di Joyce, Finnegans Wake compreso. E ai saggi critici maggiori, in primis il trattato di Genette Palinsesti. Si procede di luce in luce. E si ride di una risata superiore, quella che i giganti dell’arte concedono a chi partecipa, grazie a loro, e con tutta l’umiltà possibile, delle gioie della creazione. Chi c’è stasera a Sanremo?

 

 

Il “doppio standard” dei fondamentalisti

110In Iran, un’organizzazione che si occupa di fumetti ha lanciato un concorso internazionale di disegni sulla negazione dell’Olocausto. Ai primi tre classificati, premi da 12000, 8000 e 5000 dollari. I promotori parlano di “protesta” contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo. La prima edizione del concorso fu indetta nel 2006 dal quotidiano iraniano Hamsharhi dopo la pubblicazione di vignette su Maometto nel giornale danese Jyllands Posten: lo scopo era quello di denunciare il “doppio standard” dell’Occidente sulla satira e sulla libertà di espressione.

Occorre ricordare che in Occidente non c’è alcun “doppio standard” di questo genere. La confusione è creata, a scopo di propaganda politico/religiosa, da chi propone il concorso iraniano, adesso come nel 2006. Ripropongo dunque quanto scrissi allora contro quei fondamentalisti furbacchioni.

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Un quotidiano iraniano adesso bandisce un concorso per la miglior vignetta sull’olocausto. Una provocazione idiota. Comunque dubito che il vincitore potrà mai superare l’estro di Jules Feiffer. Nel 1960, Adolf Eichmann fu estradato da Israele. Per l’occasione, a New York, qualcuno si presentò a un party con una spilla che diceva:”I like Eich”. Ilarità generale. L’unico a non ridere fu l’umorista Jules Feiffer. -Dai, Jules, non lo trovi divertente?- -Solo fino ai primi cinque milioni.-

Come si vede, per un autore satirico, tutto può essere commentato in modo arguto. La satira esprime un’opinione. L’unica idea che anche in democrazia non può essere ammessa è quella violenta: è già stata giudicata dalla storia. Una volta al potere, l’idea violenta cancella la democrazia (Cfr.Mentana a Elm Street).

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Criticare la fede non è né provocare, né insultare: è fare appello alla razionalità

StarTrekTOS

Un problema assai dibattuto nella filosofia del secolo XIII aveva come posta teorica la definizione del concetto di libertà applicato alla volontà o arbitrio; e quella del rapporto fra volontà e intelletto. Per i più sexy, come Dante Alighieri, il concetto di libertà postulava quello di razionalità, e quindi non era concepibile un contrasto tra la ragione e la volontà. Secondo tale posizione, che sentiamo contemporanea, il silenzio dell’intelletto priva l’individuo della sua libertà, asservendone la volontà alla concupiscenza, ovvero all’irrazionale. Da secoli, per ovvi motivi, il papato è di altro avviso, con le note conseguenze tragiche: dall’Inquisizione al lobbismo contro la ricerca scientifica.

Che l’irrazionale sia la merce principe della religione lo conferma Bergoglio. Ieri, riflettendo sui tragici fatti di Parigi, il papa ha proferito alcune castronerie interessate cui, forse, è il caso di porre rimedio, prima che certe fratture ideologiche calcifichino in modo sbagliato, procurando una zoppia funzionale all’immaginario collettivo.

Il papa ha detto: “Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può deridere la religione.”

Applichiamo, con la necessaria cautela, il nostro tutore satirico: “Uccidere in nome di Dio è la scusa di cui ogni potere, nella Storia dell’umanità, si è servito per giustificare le sue nefandezze, da prima di Giordano Bruno a dopo i nazisti.

Criticare la fede non è né provocare, né insultare: è fare appello alla razionalità, così necessaria in codesti tempi di irrazionalità integralista. Se qualcuno crede che esistano esseri invisibili, non può pretendere di offendersi quando questi esseri invisibili (e chi ci crede) sono presi in giro dalla satira. La sensibilità dei credenti è sopravvalutata, come lo sarebbe la sensibilità dei fan di Star Trek, se pretendessero che il culto di Star Trek fosse qualcosa di sacro. A causa di questo, non di altro, la religione è un alibi assurdo per qualunque tipo di atto compiuto in suo nome. La religione è merce di ciarlatani. Chi si offende per la satira religiosa ha un problema, e la sua pretesa di essere rispettato perché crede in un essere invisibile e nei suoi profeti è anacronistica e ridicola.

Le religioni non hanno più senso, nel 21° secolo. Vanno accolte nel discorso per ciò che sono: una stramberia, retaggio di epoche in cui la religione suppliva la scienza nell’interpretazione dei fenomeni naturali. Un capo religioso, se fosse onesto, dovrebbe dire ai suoi fedeli: ‘Sapete una cosa? Sull’aldilà nessuno ne sa niente. Siete liberi di pensarla come volete.’ E poi chiudere l’esercizio.”

Il papa ha detto: “La libertà di espressione ha il limite di non offendere nessuno.”

Tutore satirico: “La libertà di espressione ha il limite stabilito dalla legge: non si può diffamare, calunniare, fare apologia di reato eccetera. L’offesa invece non è un limite, perché ci sarà sempre qualcuno disposto a offendersi, pur di censurarti. Un credente, finché non dimostra che l’essere invisibile in cui crede esiste, non ha alcun diritto di fare l’offeso se qualcun altro lo prende in giro. Non c’è nulla di “sacro” nella religione. L’offesa è creata dal credente. E’ un’altra delle sue invenzioni, come l’essere invisibile. Se non dimostri che l’essere invisibile in cui credi esiste, non puoi esigere “rispetto” del tuo “sentimento religioso”. Perché un’assurdità dovrebbe essere rispettata? Un’assurdità non è sacra: è ridicola, o tragica.

Le leggi non devono tutelare l’assurdo. Devono invece difendere la democrazia dalle idee violente. L’idea violenta non può essere ammessa nel discorso democratico; e chi dà spazio all’idea violenta in nome della libertà d’espressione sbaglia, perché l’idea violenta, quando va al potere, cancella la democrazia. L’unica idea che anche in democrazia non può essere ammessa è quella violenta (cfr. Mentana a Elm Street ).

L’irriverenza satirica, invece, non è odio: è solo irriverenza; ma educa al pensiero critico, non dogmatico.

Il terrorismo cancella la democrazia impedendo il sano scontro fra idee diverse, che ne sono il sale. Chi si offende per la satira religiosa fa il gioco dei terroristi.

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