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La parodia che non potrete leggere su GQ #200

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Un mesetto fa ricevo una telefonata da GQ Italia: il nuovo direttore ha pensato a una reunion delle firme storiche del mensile per celebrare il #200. Mi andava di tornare sul luogo del delitto? (Scrissi la rubrica di apertura nei primi tre anni.) Buona idea, dico, e rilancio: perché non un appuntamento mensile? Il nuovo direttore propone una nuova rubrica di apertura. Scrivo un falso sommario e lo invio. Il nuovo direttore ne è entusiasta, raggiungiamo rapidamente l’accordo economico, mi comunica le scadenze fino alla fine dell’anno. Tutti felici per due settimane. Lunedì scorso, il nuovo direttore mi telefona contrito: dai piani alti, “gente che ha paura anche della propria ombra” teme ripercussioni dagli sponsor se il mio pezzo verrà pubblicato, e la situazione è difficile, gli fanno continue pressioni e lui ha cercato di difendermi, ma questa cosa si ripeterebbe a ogni pezzo, e la situazione è difficile, e le pressioni, ed è mortificato perché aveva dato la sua parola, ed è una faccenda assurda, il pezzo era una sana ventata di auto-ironia, ma le pressioni. Insomma, niente nuova collaborazione con GQ Italia. Ecco uno stralcio della parodia che, nell’Italia del 2016, GQ Italia non può pubblicare. Se il titolo vi sembra profetico, è solo perché conosco i miei polli.:-)

Non in questo numero
di Daniele Luttazzi

GQ STYLE   “L’Italia, un Paese di paraculi mediocri che si premiano fra loro.” Reportage dello sprezzante GILLO DORFLES sul perché ci siamo ridotti così. – Conversazione con NAOTO FUKASAWA sul suo nuovo progetto per Boffi: la bara a due colori. “E’ per uomini orizzontali, che non temono le responsabilità del trapasso difficile e sono pronti a godersi anche la morte con leggerezza.”

TASTE   Come nutrirsi leccando avanzi di cibo da una barba hipster.

GQ LIKES   Immagini straordinarie di VAN MOSSEVELDE +N su una giraffa albina che partorisce un cucciolo. Le giraffe partoriscono stando in piedi. Il piccolo cade al suolo da un’altezza di due metri e non sempre muore sul colpo. “Nessuna modella è mai stata così libera da lasciarmi guardare veramente dentro,” afferma Van Mossevelde. “Infatti,” aggiunge +N.

OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI   Su quella volta che Pier Paolo Pasolini descrisse con una parabola la deriva culturale dell’occidente moderno: “C’era nel mondo una società molto potente, decisa a conservare il potere con tutti i mezzi: la borghesia. Ma che cosa c’è di più colpevole che detenere il potere? Il potere infatti è orrendo: sia quando lo si detiene, sia quando lo si vuole conquistare. È sempre corruttore. Perciò la borghesia si sentiva in colpa. E desiderava punirsi. E così la borghesia, oppressa dal senso di colpa, si punì. Ma indirettamente, colpendosi nella cultura, cioè nella ragione, che era il grande mito della borghesia: la cultura borghese era all’insegna della ragione. Attraverso l’uccisione della ragione, la borghesia si è così suicidata. E in questo suicidio la borghesia ha trovato anche il suo carnefice: Hitler. Hitler è stato il Dio dell’irrazionalismo.” Nota dell’art director: penserei a un montage sull’irrazionalismo come autopunizione, vedi Hitler; e come contestazione, scandalo, violenza contro l’ordine, i codici, la società, la morale corrente, da Rimbaud a Vasco Rossi, tanto per intenderci. Nota del caporedattore: aggiungerei le osservazioni di Pasolini sull’umorismo come atteggiamento tipico della classe borghese al potere. Nota del direttore: senza dimenticare le sue riflessioni sulla contraddizione quale elemento fondamentale del capolavoro letterario, sull’umorismo come nuovo elemento di un’opera contraddittoria, e sul destinatario del poeta: il suo nemico, la borghesia. Nota del direttore marketing: il tutto preceduto da una pubblicità Diesel. Ah ah ah. Tutti: Ah ah ah.

JOURNAL   Sondaggio: la pena di morte potrebbe rendere più interessante L’isola dei famosi ? – Nuove paure metropolitane. # 4: paura dei denti di un pettine. – Recensione del nuovo libro di CARLO CRACCO Animali morti grigliati. Con l’occasione, l’istrionico Cracco griglia una sorpresa per lo staff di GQ Italia: il cucciolo di giraffa fotografato da Van Mossevelde +N. Ma solo perché Cracco non ha sottomano un delfino. E’ difficile procurarsi filetti di delfino a Milano: solo un pesciarolo in via Paolo Sarpi ce li ha e li ha sempre finiti. La ricetta di Cracco è cucciolo di giraffa alla diavola. Il termine “alla diavola” deriva dal fatto che il cucciolo di giraffa viene cotto fra forti fiamme. Il cucciolo di giraffa va tagliato lungo la schiena e appiattito (anche se il direttore di GQ Italia preferisce aprirlo lungo il petto), poi va rosolato da entrambe le parti, girandolo continuamente, e massaggiato tutto con sale e olio di oliva. Fate dorare il giraffino con la parte spaccata all’ingiù, tenendolo ben appiattito durante la cottura, poi giratelo dall’altra parte e ripetete la stessa operazione; fate questo per 4-5 volte, fino a che non sarà cotto. La cottura dipende dalla grossezza del cucciolo, ma Cracco dice che per un cucciolo di circa 10 kg ci vogliono circa 60 minuti. Appena il giraffino sarà ben rosolato, toglietelo dal fuoco e servitelo immediatamente. Per insaporire il giraffino alla diavola, Cracco consiglia peperoncino di Cajenna, ma vanno bene anche quello rosso piccante comune, il pepe nero macinato o la Paprika. L’importante è non esagerare, affinché l’abuso della spezia non copra il gusto della carne, rendendola immangiabile. Dopo lo shooting, lo staff di GQ Italia s’avvicina all’area cottura per assaggiare la pietanza. Il giraffino grigliato è buono. Sa di delfino.

MOTORS   Su quella volta che VALENTINO ROSSI, durante un sorpasso a Marquez, sternutì dentro il casco.

TIME   Il sommario di GQ Italia: c’è davvero chi lo legge? O è un’inutile perdita di tempo?

LAB   Pubbliredazionale su un nuova pillola anti-age sintetizzata nei laboratori del Mossad che ha l’effetto collaterale di inibire qualsiasi tipo di paura umana. Testimonianze di chi l’ha provata in anteprima per GQ Italia:

“Potrebbe trattarsi della scoperta medica più entusiasmante dei nostri tempi!” –SILVIO GARATTINI, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.

“Mi è piaciuta così tanto che ne ho ingoiata una dozzina!” –MORGAN dei Bluvertigo

Posso buttarne giù una carriola piena!” –MORGAN dei Bluvertigo

Mi sembra di avere degli insetti sotto la pelle! Sto bruciando! Aaaaarghh!” –MORGAN dei Bluvertigo

TOYS   Nuovi complementi d’arredo: popò di cane in plastica, design Citterio.

STEFANO BOLLANI suona la Rapsodia in blu di Gershwin con la punta del naso. Una app permette al lettore di vedere il filmato. E’ sbalorditivo anche al rallentatore.

da pag.1 a pag. 44  Pubblicità di abiti che magari ti puoi permettere, ma tanto non sembrerai mai come quei modelli e quelle modelle. Insomma, pubblicità che ti dice: “Sei tu che fai schifo.”

Racconto inedito di ALDO NOVE: Mumbo Jumbo Gooey Gumbo. Il protagonista, un sedicenne Ettore Maiorana, ha una relazione sentimentale di gradazione cardiaca con una di quelle bellezze turistiche, pneumatiche e ineffabili, i cui inevitabili effetti sul maschio adolescente vanno dal blocco istantaneo della produzione di fonemi al grottesco inenarrabile, espresso con movimenti stilizzati ripetitivi.

Sulla non replica

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Un lungo, lunghissimo argomento ad hominem. E dice 100 volte supercazzola. (Andrea H Sesta sulla non replica di Scanzi)

Quando non si hanno i mezzi culturali per rispondere a proposito (tecnica, logica, informazioni eccetera), la via più prudente, specie per un giornalista, sarebbe quella di astenersi dal farlo, in attesa di completare lo studio; ma la prudenza è una virtù cardinale di cui non tutti i mortali partecipano, e così accade che il giornalista, pressato da urgenze frivole, decida di prendere qualche scorciatoia. La più comune consiste nell’attaccare non quello che l’interlocutore ha detto, ma la sua persona, magari definendola rancorosa e permalosa. Non c’entra nulla, e infatti questo celebre errore manda in vacca il ragionamento, puntando allo shock: si chiama argomento ad hominem. Tipico del blogger, è imperdonabile in un giornalista, che a un minimo di razionalità è tenuto, se non altro per motivi deontologici. Si può rintracciare con facilità la fallacia ad hominem sapendo che fa spesso il paio con un altro trucchetto dal fiato corto, ma più visibile: lo sfottò, il surrogato reazionario della satira. Scrivere che l’interlocutore “frigna” è fare dello sfottò. Un grosso guaio dello sfottò è la sua origine pulsionale, per cui può avere implicazioni piuttosto imbarazzanti per l’autore: ne è un esempio definire i fan di Federer, in modo spregiativo, federasti (Scanzi, 2011).

Formazione e informazione si tengono a vicenda. La prima, fra l’altro, evita che la seconda proceda per pregiudizi e luoghi comuni, come quello di considerare una frase “plagio” di un’altra, solo perché simile o identica, dopo averle estrapolate entrambe dal loro contesto. Una sciocchezza come quella di sostenere che due scatoloni, siccome identici, hanno quindi lo stesso contenuto.

Non si può parlare di “plagio” se non si possiedono competenze giuridiche e letterarie. Non bastano i pregiudizi di bloggers e giornalisti, altrimenti uno potrebbe concludere che una di queste battute è un plagio dell’altra:

La Moratti è l’idea che una parrucchiera ha di un ministro. (Luttazzi 2005)

Dolcenera è l’idea che i Puffi hanno di Morgan. (Scanzi, 2012)

Andrea, sei rimasto fermo al 2010. La prossima volta, prima di replicare, non avere fretta e aggiornati. Materiali per incominciare:

Ultima intervista http://tinyurl.com/hdu3llc

Transcreazione http://tinyurl.com/jajenxx

Balle del killeraggio http://tinyurl.com/jnx7nbz

Intertestualità http://goo.gl/wsYZaG

Arte della citazione http://goo.gl/72VuSM

Analisi dei jokes http://tinyurl.com/gvhn3sv

Blog flashback http://goo.gl/sBWPrT

A risentirci quando sarai più preparato.

p.s.: “supercazzola” è un’altra petizione di principio.

Andrea Scanzi e il problema del kitsch sentimentale

 

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Conosco Andrea Scanzi da quando era un giovane giornalista di belle speranze che scriveva di musica sul Mucchio Selvaggio e seguiva tutte le date toscane dei miei tour. Lo ricordo, con la dolce Linda, ospite squisito nella loro bella villa di Rigutino (AR). Un giorno mi chiese se potevo scrivere la prefazione al suo primo libro di racconti. In tono affettuoso, la mia introduzione parodistica sgamava un difetto di Andrea che, purtroppo, col tempo è peggiorato: il kitsch sentimentale. Luogo classico della retorica bassa, il kitsch sentimentale si compiace del patetismo, ed è l’errore artistico che vizia la cultura popolare, cui reca successo: ne originano quegli aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp (Luchino Visconti che guarda Sanremo per sghignazzare con gli amici).

Tollerabile nella cultura di massa, il kitsch sentimentale diventa, quando contagia un giornalista, una vera disgrazia: non per lui, che ne lucra consensi facili, ma per i suoi lettori. Forma e sostanza dei suoi pezzi, infatti, ne vengono così influenzati che la realtà raccontata non corrisponde più al vero.

Forma e sostanza del contenuto

Ogni pezzo di Andrea Scanzi ha la forma e la sostanza di un necrologio. Non solo quando si occupa di grandi artisti defunti che non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa (Gaber e De André, da lui usati come vetrina personale come Koons ha fatto con Piazza della Signoria), ma soprattutto quando prende di mira fenomeni ancora vivissimi, di cui descrive una decomposizione che solo lui vede, e che non c’è. Il modello, che una volta notato diventa stucchevole (la stucchevolezza è il principale indizio di kitsch sentimentale), è sempre lo stesso: X, che una volta era un grande, ora non lo è più. Variante: anche se ora non lo è più, X era un grande. Il modello gli serve per denigrare, la variante per esaltare; ma l’effetto ricercato è sempre lo stesso: il kitsch sentimentale.

Andrea Scanzi, il Mogol dei coccodrilli

Gli ultimi due pezzi di Andrea sono un esempio flagrante del suo modus operandi. Il titolo del primo è tutto un programma: “Benigni, quel che resta di lui”. Siamo già all’ossario.

Andrea comincia accusando Benigni di incoerenza: “voterà sì al referendum che vuole sancire lo sfascio della Costituzione, lui che faceva sermoni sulla sacralità della Costituzione”. E’ un errore di ragionamento piuttosto comune: la petizione di principio. Che il referendum sfasci la Costituzione, infatti, lo sostiene Scanzi. Benigni la pensa diversamente. Non c’è incoerenza.

Posati i binari della premessa fallace, Andrea può farvi procedere il suo solito trenino a due vagoni. Nel primo, fa sedere l’artista che una volta gli piaceva; nel secondo, l’artista di oggi, che non gli piace più. Al suo fermodellismo manca il treno in cui l’artista evolve secondo criteri propri, non quelli scanziani, e quindi il lettore non può giungere ad altre destinazioni. Come se non bastasse, il tono del capostazione Andrea è spesso paternalistico (“voglio essere buono”): ma considerarsi superiori agli artisti è un pregiudizio giornalistico piuttosto diffuso, e non si possono addossare a uno le colpe di tutta una categoria. Sostenere però che un artista, siccome non la pensa più come te, non è più un grande artista, è un salto logico da purismo grillino.

Satira R.I.P.

Nell’altro pezzo, in un’esagerazione di pompe funebri, Andrea fa addirittura il necrologio a tutta la satira televisiva italiana. Infatti il titolista, che ha capito il trucchetto, compone un fenomenale “Pace alla satira sua”; ma la materia è troppo vasta per l’articolista, e la sua corona di fiori non basta per tutte le bare.

Come da modello, sul primo vagoncino di Andrea troviamo la satira tv di una volta, sul secondo quella di oggi. Il viaggio comincia con la domanda: “Che fine ha fatto la satira in tv?”, e procede bene nel ridente panorama storico ricostruito, ma a un certo punto il trenino scambia le cause con gli effetti, e deraglia. Per riportarlo sui binari, allora, occorre precisare che la nostra assenza dalla Rai, prima, e da altre emittenti, poi, non fu un fenomeno accidentale, di quelli atmosferici, ma un atto di censura, deciso ed eseguito da dirigenti scelti alla bisogna; e quindi sottolineare quali, fra le cause elencate da Andrea, sono invece conseguenze: alcune strategiche (le tv invase da programmi e intrattenitori comici dissimulano l’avvenuta censura alla satira), altre inevitabili, ma che non c’entrano con la sparizione della satira dalla tv italiana (all’estero, il ruolo meno dominante della tv e i gusti delle nuove generazioni non hanno intaccato la quantità e la qualità della satira tv), altre comprensibili, ma non determinanti (l’autocensura dei comici, poiché la censura funziona e stronca carriere; o l’impreparazione satirica dei nuovi). Se nella tv italiana non c’è più satira, ma solo divertimento e caricature irrilevanti, la colpa è esclusivamente della censura di questi anni di inciucio. Dirigere l’attenzione altrove è una mistificazione che sminuisce la portata dell’azione censoria.

Scrive Andrea: “Berlusconi era il nemico e il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi è tutto più complicato.” Le cose non stanno così. Innanzitutto non fai satira per accontentare il tuo pubblico naturale: il pubblico naturale non esiste, e la satira non è consolazione. Inoltre, l’unico nemico della satira è il potere, di cui i bersagli non sono che incarnazioni. Ieri si faceva satira su politica, sesso, religione e morte; e oggi pure. Il problema ce l’ha solo chi si serve della satira per fini partitici, cioè di propaganda; ma non c’entra con la scomparsa della satira dalla tv italiana.

Andrea lamenta giustamente la mancanza di una satira tv urticante, per esempio sui teo-con che organizzano manifestazioni contro i diritti civili. Ovvio, la satira la fai sull’attualità. Per questo dà fastidio ai politici, che le impediscono l’altoparlante tv. Riportami in tv e te ne faccio quanta ne vuoi. Nel frattempo, è ancora democrazia?

Scrive Andrea: “Il satirico si sostituiva al politico (…) e a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi si fermava a metà (Sabina Guzzanti), e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo).” Ahi ahi ahi, qui il giornalista si fa propagandista grillino. Grillo infatti è un megafono solo su Gaia: in Italia, ha fondato un movimento partitico.

Sulla distinzione fra politico e partitico i giornalisti italiani, per vari motivi, hanno serie difficoltà. Repetita juvant: la satira è sempre politica, ma non è più satira quando diventa propaganda partitica. La differenza è che la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Non perché lo dico io, ma perché satira e propaganda partitica sono inconciliabili.

Che io mi sia fermato “prima di diventare politico” è, dunque, una riduzione dell’angolo visivo; mi fermai, chiudendo il blog nel 2006,* perché vedevo la deriva del pubblico che cercava nel satirico un leader senza macchia. Mi fermai per non favorire un circuito perverso di cui vedevo tutti i pericoli. Invitai anche Grillo a chiudere il suo blog, ma non lo fece: abbiamo capito perché.

* Lo riaprii nel 2007 per denunciare pubblicamente la chiusura pretestuosa di Decameron. Lo chiusi nel 2011. La storia completa del mio blog è qui: https://luttazziflashback.wordpress.com

Ma Andrea mi ha già messo nel secondo vagone, quello patetico: “Il satirico si è sostituito al politico (…) situazione anomala e scivolosissima che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tv con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.”

Non mi sono mai smarrito in vita mia, caro Andrea, e sono alquanto prodigo di ciarle, per un muto ostinato e rancoroso. Ho continuato a fare satira, politicamente: come ho spiegato in tutte le interviste possibili, ho deciso di non fare teatro finché non potrò tornare in tv. La censura, eseguita nell’ombra, va portata alla luce: è il senso politico della mia assenza dalle scene, che nessun giornalista ha ancora raccontato. Nel frattempo ho scritto due bei libroni satirici. Li hai letti?

Oh, certo, ricevo proposte per nuovi programmi tv ogni anno, ma tutto si incaglia sempre su scogli di natura legale: le tv vogliono poter tagliare il materiale che non condividono, poiché temono le cause giudiziarie, anche se le mie vittorie giudiziarie dimostrano ampiamente che non sono un irresponsabile. Io tengo il punto: la satira o è libera, o non è.

Raiperunanotte fu uno squarcio nella censura: riuscì grazie alla determinazione di Michele Santoro, ma la stampa italiana minimizzò il più possibile il risultato del mio monologo, trattandolo alla stregua degli altri interventi. Quei 15 minuti di monologo non solo raddoppiarono lo share del programma, ma crearono alcuni record in Rete, compresi le 800mila visualizzazioni in un giorno su YouTube e i 5700 tweet/ora su Twitter. Nessuno ne parlò. Per capire l’anomalia del trattamento: quando Corrado Guzzanti, con Aniene, totalizzò su YouTube 600mila visualizzazioni in una settimana, Repubblica dedicò due pagine al suo successo (meritatissimo).

Non commettere anche tu l’errore di confondere la realtà vera con la realtà creata dai media. E’ il caso della querelle plagio. Dopo quel monologo che denunciava l’inciucio bipartisan, alla minimizzazione seguì una campagna stampa diffamatoria che strumentalizzava falsità diffuse in Rete da anonimi incompetenti. Non c’era alcun plagio, né i comici stranieri gentilmente informati dai diffamatori mi hanno fatto causa. L’orda considerava plagio, fra l’altro, la mia battuta su Giuliano Ferrara, che fu il pretesto con cui Campo Dall’Orto chiuse Decameron; ma una sentenza del 2012 afferma che non era affatto plagio: mi hanno risarcito con un milione di euro. Parlare ancora, dopo sei anni, di generica querelle plagi, è un modo per continuare la gogna a mezzo stampa, parandosi il culo. Continua pure. Se però vuoi approfondire davvero la materia, nelle mie interviste sul Fatto trovi tutti i riferimenti utili. Scoprirai, fra l’altro, che uno dei responsabili di quel killeraggio ha confessato la mascalzonata (nascosero la parte rilevante della vicenda per darmi del disonesto) e mi ha chiesto perdono.

Che bella storia, eh? Puro kitsch sentimentale. Buon appetito.

 

 

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