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Contro gli imperatori del web – fonti

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FQ Millennium, il mensile del Fatto quotidiano, nel numero di agosto ha pubblicato un mio pamphlet contro gli imperatori del web (e i corsari digitali che ingenuamente li agevolarono). Qui le fonti citate:

Lanier, Six reasons why social media is a Bummer, 2018
Montagnani, Internet, contenuti illeciti e responsabilità degli intermediari, 2018
Lessig, Free Culture: How Big Media Uses Technology and the Law to Lock Down Culture and Control Creativity, 2004
Srnicek, Platform Capitalism, 2017
Levine, Google’s Earth: how the tech giant is helping the state spy on us, 2018
BBC NEWS, Google privacy changes ‘in breach of EU law’, 2012
Cadwalladr, Google is not ‘just’ a platform. It frames, shapes and distorts how we see the world, 2016
Biondi, Il nodo pubblicità sul futuro dei social, 2018
Dance, La Forgia & Confessore, As Facebook Raised a Privacy Wall, It Carved an Opening for Tech Giants, 2018
Ansa, Facebook perde anche in appello con azienda, 2018
Roose, Facebook Is Complicated. That Shouldn’t Stop Lawmakers, 2018
Cadwalladr, ‘I created Steve Bannon’s psychological warfare tool’: meet the data war whistleblower, 2018
Hern, Breach leaves Facebook users wondering: how safe is my data?, 2018a
Facebook logs texts and calls, users find as they delete accounts, 2018b
Facebook apologises for storing draft videos users thought they had deleted, 2018c
Facebook: Washington DC sues tech giant over Cambridge Analytica data use, 2018
Frenkel, Confessore, Kang, Rosenberg & Nicas, Delay, Deny and Deflect: How Facebook’s Leaders Fought Through Crisis, 2018
O’Hagan, No one can pretend Facebook is just harmless fun any more, 2018
Lewis & Wong, Facebook employs psychologist whose firm sold data to Cambridge Analytica, 2018
Cadwalladr & Graham-Harrison, Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, 2018
Walker, Russian troll factory paid US activists to help fund protests during election, 2017
Swayne & Bennetts, Mueller charges 13 Russians with interfering in US election to help Trump, 2018
Mahdavi, Is 2019 the year you should finally quit Facebook?, 2018
Goodman & Kornbluh, How Facebook shot themselves in the foot in their Elizabeth Warren spat, 2019
Solon, ‘A grand illusion’: seven days that shattered Facebook’s facade, 2018
Curran & Hill, Perfectionism Is Increasing Over Time, 2017
Limburg, Watson, Hagger & Egan, The relationship between perfectionism and Psychopathology, 2017
Naughton, Extremism pays. That’s why Silicon Valley isn’t shutting it down, 2018
Hogan & Safi, Facebook hate speech exploded in Myanmar during Rohingya crisis, 2018
Ho, “It’s time for significant changes”: civil rights groups call for Facebook leaders to step down, 2018
Pieranni, L’inchino dello Stato-Facebook al Sultano, 2019
Hern, Third of advertisers may boycott Facebook in hate speech revolt, 2020
Liebowitz, Pitfalls in measuring the impact of file-sharing on the sound recording market, 2005
Zentner, Measuring the effect of file sharing on music purchases, 2006
Peitz & Waelbroeck, Piracy of digital products: a critical review of the economics literature, 2006
Godin, The new dynamics of book publishing, 2010
Stallmann, Reevaluating Copyright: The Public Must Prevail, 1996
Noto La Diega, Il paradigma proprietario e l’appropriazione dell’immateriale, 2014
Greenfield, Radical Technologies: The Design of Everyday Life, 2017

Come ti abortisco il pupo (noterelle per una storia della Rai)

Lo scorso gennaio, in conferenza stampa, il neo-direttore di RaiDue Carlo Freccero esprime il desiderio di avere un mio programma nel suo nuovo palinsesto. La notizia è accolta dall’ovazione, con applausi, delle giornaliste presenti (qui a 0:14″). Il giorno dopo, tutti i giornali titolano sul mio probabile ritorno in Rai, a 18 anni dalla chiusura di Satyricon.

Immediata la contraerea. Fra i dispiaciuti si segnala l’Huffington Post con l’articolo jettatorio “Perché Luttazzi se tornasse in Rai farebbe flop”.

Ad aprile vengo convocato da Freccero. Torno dalla Spagna e mi presento in Rai con il mio avvocato. Oltre al direttore e al suo staff (Di Iorio, Cappa), ci sono due manager della Ballandi, la produzione esterna chiamata da Freccero e a me gradita (era quella di Satyricon). Freccero esordisce esprimendo la sua esigenza di “controllo editoriale”, perché non vuole rischi (e qui fa il gesto delle manette). Allora gli ricordo due cose:

1) sedici anni di processi vinti dimostrano abbondantemente che faccio satira secondo i criteri stabiliti dalla legge (satira continente e non diffamatoria);

2) definirmi “rischioso” significa essere complice del bullismo di chi mi fece cause pretestuose per tapparmi la bocca. Inoltre è un’apologia del conformismo.

Poiché controllare la satira è una forma di censura, propongo una soluzione che salvaguardi il diritto Rai di decidere cosa trasmettere, e il mio diritto costituzionale di fare la satira che voglio: consegnerò la registrazione della puntata il giorno prima della messa in onda, Freccero potrà decidere quali parti tagliare, e al loro posto metterò un riquadro nero con la scritta “materiale satirico giudicato non idoneo alla messa in onda”. Freccero guarda i suoi e sorride: l’ostacolo è rimosso. Mi chiede di parlargli del programma. Spiego che sarà un talk-show con ospiti, come Satyricon, e novità nei vari comparti, fra cui una ventina di nuove rubriche. Gli mostro la scenografia del programma: gli piace. Gli dico il titolo del programma: ne è entusiasta. L’incontro finisce, Freccero esprime la sua contentezza perché il programma c’è. Non faccio in tempo ad arrivare a casa, che l’agenzia AGI dà la notizia dell’incontro, con un’intervista a Freccero ricca di dettagli.

A maggio, Freccero sollecita un nuovo rendez-vous. Ci incontriamo nello studio del mio avvocato. Sono presenti il vice Di Iorio e un altro vice, Lavatore, un funzionario di lungo corso che Freccero presenta come “la Rai”. Freccero ribadisce la sua esigenza di “controllo editoriale”. Espongo a Lavatore, assente ad aprile, la mia soluzione dello schermo nero con didascalia. Lavatore sostiene che non è possibile: quando accidentalmente fu trasmesso un nero per 30 secondi, i responsabili vennero multati. Gli faccio presente che questo non sarebbe un nero accidentale, ma satirico: la censura deve essere vista, quando c’è. Allora Lavatore propone che la durata del nero non sia pari alla durata del materiale rimosso, ma sufficiente a far leggere la scritta. Freccero aggiunge che la scritta potrebbe contenere anche un’informazione sul tema del materiale rimosso. Va bene. Freccero aggiunge: “Comunque, sono preoccupazioni eccessive. Ti ho forse mai censurato a Satyricon?” Rispondo: “No, ma poi per 16 anni mi sono trovato la Rai come controparte nei processi.” Freccero annuisce. Gli suggerisco di guardarsi il mio monologo a Raiperunanotte, per avere un’idea di quello che farò. Freccero: “Se mi dici che quello è la matrice, lo farò senz’altro. Ottima indicazione.” A questo punto, Lavatore introduce due novità: la produzione sarà interna (Rai), non più esterna (Ballandi); e il programma si registrerà a Torino, perché a Roma gli studi Rai sono tutti occupati. Sottolineo che si tratta di un talk-show con ospiti, e gli ospiti gravitano su Milano e Roma. Freccero si impegna a trovare uno studio Rai a Roma. Non resta che un tema: il conquibus. La Ballandi, per preparare il preventivo da presentare alla Rai, mi aveva chiesto un’indicazione sul compenso, e il mio avvocato aveva inviato una e-mail con una somma (riguardante quattro voci: conduzione, testi, format e diritto d’immagine) che corrispondeva al mio compenso di dodici anni fa a La7. Freccero sostiene di non saperne niente. Il mio avvocato dà a Lavatore e a Freccero una fotocopia della e-mail inviata alla Ballandi. Lavatore dice subito che la cifra è eccessiva, e che non ha mai visto compensi così in Rai. Allora chiedo quale proposta economica mi faccia la Rai. Lavatore e Freccero dicono che non è competenza loro, c’è un ufficio preposto. (A voi vi ha chiamato, l’ufficio preposto? A me no. Chissà chi lo attiva, l’ufficio preposto.)

Passato qualche giorno, i contenuti di quella e-mail (una cifra che non è mai stata oggetto di trattativa con la Rai, e che era il mio compenso a La7 dodici anni fa) sono pubblicati da Repubblica, in un articolo secondo cui il mio rientro in Rai si fa difficile a causa della mia “richiesta economica eccessiva”. Il tutto utilizzando il solito condizionale paraculo (“Luttazzi avrebbe chiesto”). Chissà chi l’ha passata, quella e-mail, a Repubblica.

Il giorno dopo, Repubblica svela che Fiorello chiede la stessa cifra per il suo rientro in Rai, e Fiorello s’incazza. Repubblica concede a Fiorello un’intervista esplicativa a tutta pagina (in nuce: “la tv è come il calcio: i più bravi vengono pagati molto, smettetela di invidiare chi guadagna tanto e ci paga fior di tasse.”)

La settimana seguente, la Rai sposta il talk-show di Fazio su RaiDue.

A metà giugno apprendo dai giornali una notizia dall’ultimo CDA Rai: “Luttazzi, salvo imprevisti clamorosi, sarà out dal prossimo palinsesto”.

Ieri, alla presentazione della prossima stagione, Freccero dichiara che le trattative con me si sono interrotte per tre motivi:

1) “Il poco tempo a disposizione, in quattro-cinque mesi non si possono fare miracoli” (Miracoli? A maggio già si poteva concludere l’accordo, se davvero avessero voluto);

2) “La richiesta economica elevata” (Lo ripeto per i finti tonti: NON C’E’ STATA ALCUNA TRATTATIVA ECONOMICA CON LA RAI);

3) ”La satira di Luttazzi si basa su potere e sesso, che mi stanno bene, e sulla religione: in questa epoca pre-moderna ho ritenuto che quest’ultimo fosse un tema troppo difficile da affrontare” (Oooh, ecco il vero motivo; e in ogni epoca, anche premoderna, questa si chiama censura. Come se la religione non fosse potere e sesso…)

Riassumendo: prima si fanno belli per mesi annunciando il rientro del pupo (“fine dell’editto bulgaro!”), poi, quando è evidente che il pupo mostrerà ogni censura, abortiscono il pupo cercando di dare la colpa a lui (la “richiesta economica elevata”), con certa stampa ben felice di porgere l’attaccapanni in fil di ferro.

Direi che tutto torna. In una intervista di qualche settimana fa, Freccero si è divertito a spiegare che, a differenza di Debord, lui usa il situazionismo in favore dello spettacolo, non contro di esso. S’è fatto reazionario. Si professa addirittura sovranista (cioè fascista 2.0, come la Le Pen, quella che va a braccetto con Salvini). Non mi resta che affidare all’icasticità di un gesto l’espressione del mio giudizio in merito.

Complimenti a tutti. (Non lo dico io, lo dice l’ufficio preposto.)

E ora lasciatemi trarre dalle budella la seguente conclusione: il mondo è pieno di opportunisti che pascolano beati all’ombra di una qualche organizzazione (politica, sociale, religiosa). A questo tipo umano, la satira risulta sempre fastidiosa, come il sole a picco. Davvero la religione, di questi tempi, è un tema troppo difficile da affrontare?

L’improvvisa tenerezza
della glicine fiorita
questa notte è risalita
sul cancello e sulle mura
dell’antico monastero
delle suore di clausura.

Quanto sole nel giardino
silenzioso del convento
secolare! Non so più dimenticare
suora Clara che somiglia
in un modo impressionante
a una bionda che ho incontrato
nel vagone ristorante
Barcellona-Ventimiglia.

Vorrei proprio diventare
un rosario che si sgrani
nelle vostre fredde mani
al barbaglio dell’altare,
suora Clara, religiosa
di rinuncia e di preghiera,
monachina dolorosa
dagli zigomi di cera.
E fantastico languori
d’un convento tutto bianco
rifiorito d’ostensori.

E non sogno che una chiesa
piccolina, tutta accesa
di ricami, tra le mura
dell’antico monastero
delle suore di clausura.

§

Supplemento (11 luglio 2019): oggi il Fatto quotidiano pubblica alcuni brani di questo post. La replica di Freccero: “Che cattiveria.” Cioè, prima intrafottono la trattativa cercando di dare la colpa a me, poi però il cattivo sono io. What a Wonderful World.

Come piccolo contributo al miglioramento del giornalismo italiano, vorrei far notare, inoltre, una pecca che pare endemica: l’occhiello mi attribuisce, con un virgolettato, una frase che non ho mai detto: “Freccero pretendeva di controllare la satira.” Come spiego nell’articolo, un direttore di Rete ha tutto il diritto (e il dovere) di controllare quello che manda in onda. La mia soluzione (schermo nero con didascalia al posto dei brani censurati) lasciava sia a lui che a me le rispettive libertà costituzionali. Il valore della satira è nel suo antagonismo: mentre ci fa ridere, ci offre la possibilità di ripensare alla nostra relazione con il mondo e con gli altri. Per questo motivo la satira dev’essere libera, o non è satira.

Supplemento 2 (31 dicembre 2019): su tvblog, Freccero torna a maramaldeggiare sulla vicenda ripetendo la bufala sul compenso “eccessivo” che definisce “imposto”. Ripeto: nessuno ha imposto nulla alla Rai perché non ci fu alcuna trattativa economica; ed è ridicolo sostenere che un artista possa “imporre” un cachet alla Rai;

Freccero oggi dimentica la motivazione vera da lui espressa ai palinsesti Rai di luglio (mi cassava perché non voleva la mia satira sulla religione);

Freccero oggi dimentica la soluzione che avevo proposto (poteva tagliare in anteprima tutto quello che voleva, ma io avrei mostrato con uno schermo nero dove Freccero avrebbe censurato i miei contenuti: i paraculi vogliono censurare, ma senza che si sappia in giro);

in più, Freccero oggi aggiunge una spiegazione cervellotica, reazionaria e diffamatoria: “Se mandassi in onda Luttazzi in questo contesto e alle condizioni economiche da lui imposte, i commenti il giorno successivo sarebbero più o meno del tenore: “Chi è questo Luttazzi, pagato come una superstar per insultare il pubblico con i suoi commenti “politicamente scorretti”?”  Il “politicamente scorretto” di Luttazzi non sarebbe valutato come espressione di libertà, ma come “turpiloquio inconcepibile in una Rete pubblica”. Ancora più scandalo farebbe il suo compenso completamente al di fuori delle leggi di mercato.” 

Freccero, diffamandomi, attribuisce al pubblico ipotetiche reazioni negative su di me. Il pubblico, però, a causa della CENSURA PREVENTIVA di Freccero, non ha potuto avere alcuna reazione alla mia satira: chissà, magari, se fossi andato in onda, il pubblico ne sarebbe stato entusiasta (come del resto confermano i dati di ascolto di ogni mio programma e di ogni mia incursione in tv, un fatto che non ricorda mai nessuno, perché renderebbe lampante il tratto puramente ideologico della censura televisiva che subisco da quasi 20 anni) (mentre con la mano descrivo una spirale in aria per esprimere l’esagerazione).

Non pago, Freccero subito dopo rincara la dose diffamatoria, attribuendo al pubblico addirittura una valutazione di “turpiloquio” rispetto alla mia satira mai andata in onda.

Non credevo si potesse fare peggio dell’editto bulgaro. C’è riuscito Freccero.

E adesso basta, ho il dito medio stanchissimo.

 

 

 

 

I social network sono tossici

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In questi mesi, inchieste del Guardian, del New York Times e del Washington Post hanno documentato il modo tossico con cui i social network, Facebook in testa, manipolano senza scrupoli la psicologia degli utenti, propri e altrui, e ne usano i dati personali per operazioni di marketing, politico e commerciale.

Quando lo scandalo  Cambridge Analytica ha fatto emergere la complicità di Facebook col famigerato SCLgroup, aderisco alla campagna mondiale #deletefacebook. 

Marketing politico

Il Washington Post, nel 2016, si era accorto che fra gli elettori di Trump c’era un numero sproporzionato di persone con bassa competenza politica e cognitiva. Alla luce delle nuove rivelazioni, un  esperto  sostanzia l’ipotesi che i dati di Cambridge Analytica servissero a individuare gli elettori sprovveduti per poi bersagliarli con propaganda a contenuto emotivo. 

Zuckerberg smascherato

Chiamato da senatori e deputati USA a render conto del comportamento irresponsabile della sua azienda, Zuckerberg recita pseudo-scuse e balle vere che sviano dal vero problema:  il modello Facebook.

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Fra le omissioni colpevoli di Zuckerberg, quella sull’accordo che permette l’uso dei dati Facebook a Huawei, una compagnia cinese segnalata dall’intelligence USA come pericolosa per la sicurezza nazionale.

Fanno scalpore gli appunti di Zuckerberg sulle risposte retoriche con cui aggirare le domande più spinose:

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Nonostante la portata dello scandalo sia evidente, i media italiani e stranieri non cancellano il proprio account Facebook o i propri link a Facebook.

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Un’inchiesta della BBC, fatta un anno prima delle rivelazioni su Cambridge Analytica, scopriva un fatto di enorme rilevanza: Facebook, Google e YouTube erano stati parte attiva nell’operato di Cambridge Analytica. Aggiungo dunque  #deletegoogle e #deleteyoutube a #deletefacebook, #deleteinstagram e #deletewhatsapp.

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Il problema cruciale delle piattaforme di sorveglianza (Facebook e simili) è quello della nostra privacy. Per giustificare il modus operandi di Facebook (spiare gli utenti per vendere al marketing commerciale e politico gli utenti più adatti a essere persuasi dalla loro pubblicità mirata), nel 2010 Zuckerberg disse che “la privacy non è più una norma sociale“. Alla propria privacy, però, Zuckerberg tiene eccome, come si vede dalla sua risposta alla domanda perfetta del Sen. Durbin, che lo incastra.

Il bottone misterioso

Facebook usò il suo bottone misterioso  anche in Italia, durante la campagna elettorale 2018. Perché? A che titolo? Con quali effetti?

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Facebook organizzò pure una tribuna elettorale escludendo sei forze politiche:

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La protezione dei dati è una balla 

Facebook ha 2 miliardi di utenti. Erano tutti situati nella sede irlandese di Facebook. In pochi giorni Facebook ne ha spostati 1 miliardo e mezzo dalla sua sede irlandese a quella USA per sottrarli alla nuova legge europea che protegge i dati. Così può continuare a usare i loro dati come le fa comodo. Le tasse però continua a pagarle in Irlanda, dove le fa comodo.

Facebook scheda gli interessi politici, sessuali e religiosi degli utenti

A maggio si scopre l’ennesimo comportamento schifoso di Facebook: classifica gli utenti secondo il loro interessi politici, sessuali e religiosi per permettere il marketing mirato.

Facebook permette agli smartphone di raccogliere dati da Facebook

Facebook considera gli smartphone sue protesi e permette loro di raccogliere i tuoi dati da Facebook a tua insaputa.

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Nel suo nuovo libro, Jaron Lanier spiega perché i social network, e gli smartphone collegati, sono tossici. Include nel gruppo anche Twitter. Scrivo #deletetwitter sul mio account Twitter (un messaggio ricorsivo che i fan di Westworld non hanno mancato di apprezzare) e chiudo la mia esperienza Twitter. Con i tuoi atti dimostri chi sei e in cosa credi.  

Luoghi comuni

Alla mia decisione di condannare in blocco i social network e di lasciare Twitter, alcuni di voi hanno replicato con luoghi comuni che sono smentiti dalle nuove conoscenze. I più frequenti sono tre e sono perniciosi perché fanno parte della mentalità, ormai consolidata, indotta dalla propaganda con cui i social network bombardano il web da una decina d’anni. Valga come ennesima prova della loro capacità di condizionamento occulto.

Primo luogo comune

Non sono i social a essere tossici, è l’uso e abuso che se ne fa. 

SBAGLIATO. Adesso si sa che i social network sono SEMPRE tossici. Ogni tua attività sui social perfeziona il loro sistema di profilazione, marketing mirato, controllo psicologico e modificazione comportamentale. La tua attività sui social contribuisce alla tossicità contro di te e contro gli altri.

Secondo luogo comune

I social sono il futuro che avanza e non ci si può fare niente.

SBAGLIATO. La vernice al piombo fu vietata quando si scoprì la sua tossicità. I social sono un modo tossico di fare web. Poiché tutto origina dalla loro raccolta dati, questa va vietata. Trovino un altro modo di fare affari: l’attuale è pericoloso. Io intanto comincio cancellandomi dai social e invitando tutti a farlo

Terzo luogo comune

I social sono uno strumento valido contro il monopolio dell’informazione.

SBAGLIATO. I social manipolano l’informazione in due modi: 1) con gli algoritmi che ti mostrano ciò che corrisponde alle tue preferenze (bolla informativa) 2) intervenendo nella propaganda partitica mirata, occulta, sponsorizzata, deviata da chi ha i soldi e gli interessi per farlo, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica (Mercier, Bannon, Trump, Brexit) e dal caso hacker russi (Trump).

Liberarsi dalla sorveglianza

Cancellarsi dai social e cambiare gli smartphone con cellulari semplici da poche decine di euro sono i primi passi per liberarsi dalla manipolazione tossica delle multinazionali di sorveglianza.

Oltre a una questione di liberazione, propria e altrui, è una questione morale: ora che queste cose finalmente si sanno, si tratta di non esserne complici.