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A proposito di plagio, originalità, diritto d’autore, copyright e comicità

Nell’ottobre del  2020, il Fatto quotidiano pubblicò la mia mini-serie in 8 puntate dedicata a temi di cui in Italia si parla troppo spesso con scarsa cognizione di causa, trinciando giudizi ad minchiam (di solito per diffamare chi, per vari motivi, sta sulle palle). Qui trovate il testo e le fonti citate, puntata per puntata. Buon viaggio!


Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 15 ottobre)

Vi ringrazio per aver “riabilitato” Luttazzi. Volevo ringraziarvi pubblicamente per aver ridato spazio a Daniele Luttazzi. Potrei abbonarmi al Fatto solo per questo. Lo trovo un fatto molto simbolico, dopo l’editto bulgaro del Caimano che lo esiliò insieme a Biagi e Santoro, e dopo la campagna di fango nei suoi confronti per aver rubacchiato, reinterpretandole, alcune battute di comici stranieri, come fanno tutti. Bravi. Luca Salvi (Fq, 14 ottobre 2020)

Il problema di questo elogio, alla cui ingenuità voglio credere, consiste nell’implicare che fossero fondate le accuse della campagna di fango organizzata contro di me nel 2010: fomentata in rete da anonimi dopo il mio monologo a Raiperunanotte, fu amplificata con gusto da giornalisti berlusconiani e pidini, ben felici di sputtanare chi aveva accusato di complicità Berlusconi e il PD. Mi tacciavano di “plagio” fingendo di aver “smascherato” una cosa che tenevo “nascosta” (invece, la notizia delle citazioni da trovare era in homepage sul mio blog fin dalla sua apertura nel 2005, e i fan ne disquisivano in chat e forum da anni: tutto en plein air). Nel 2007, del resto, giornali e tv avevano sostenuto che pure la mia battuta su Giuliano Ferrara (pretesto con cui La7 chiuse d’arbitrio il mio Decameron) fosse un plagio (da Bill Hicks). La7, nel farmi causa, mi accusò dunque anche di plagio, ma la sentenza del 2012 diede ragione a me, specificando che non si trattava affatto di plagio. Il problema è che la nozione di plagio viene data per scontata, ma non lo è: per giudicare nel merito occorrono competenze giuridiche e letterarie che i più, per forza di cose, non hanno. La questione, dunque, merita di essere affrontata con criterio, in modo che la si smetta di prendere cantonate, più o meno convenienti, e di propalare il falso, più o meno interessato. L’errore di tanti è dovuto a un concetto ambiguo, quello dell’originalità, la cui connotazione positiva ha solo un carattere ideologico/pregiudiziale. La superstizione dell’opera originaria come opera originale, dotata di una certa sacralità, nasce con le traduzioni bibliche: il concetto di testo ‘definitivo’ corrisponde soltanto “alla religione o alla stanchezza” (Borges, 1975). La cultura orale incoraggiava la creazione di testi per incorporazione e adattamento di altri testi, considerati patrimonio comune: l’arte era un’impresa collettiva. “Omero cucì insieme parti prefabbricate” (Ong, 1982). La scrittura fece sorgere il concetto di originalità, che la stampa rafforzò per difendere i propri privilegi: si arrivò a considerare l’autore un genio che crea ex nihilo. La poetica modernista rifiutò questa ideologia romantica, e tornò ai metodi intertestuali dell’oralità impiegando il collage e il pastiche. L’Ulisse di Joyce, con il suo doppio movimento retorico (un’epopea ridotta alla cronaca della giornata di un impiegato, la giornata di un impiegato amplificata a epopea, con echi di Omero, Dante, Shakespeare, e brani di giornale) mostra come collage e pastiche producano effetti nuovi (omaggio, affrancamento, umorismo, parodia, satira). Joyce si diceva contento di passare alla storia come un “paste and scissor man”, uomo colla e forbici, uomo copia-e-incolla. “Le ripetizioni, quando sono volute, non sono affatto tali (anche se redatte esattamente con le stesse parole), ma sono l’espediente più adatto per provocare un raffronto” (Melandri, 1968). E’ uno dei motivi principali per cui “non esiste l’originalità letteraria: tutta la letteratura è intertestuale” (Eagleton, 1997). Da quando mi sono accorto di quanta parte abbia, negli argomenti dei profani, il pregiudizio dell’originalità, scrivo “originario” per sottolineare che la precedenza di un testo è solo cronologica, non valoriale. (1. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 20 ottobre)

Plagio e originalità. Neubauer (2009) considera le accuse di plagio una conseguenza deteriore dell’idea romantica di originalità dell’opera letteraria, non più giustificabile in epoca postmoderna, quando l’immissione di un testo altrui nel proprio rientra tra le risorse lecite della creatività. “La credenza di essere originali è insieme ingenua e presuntuosa; esprime solo mancanza di cultura” (Melandri, 1968). L’ironia è che i poeti romantici, Wordsworth e Coleridge in testa, elogiavano l’originalità del genio, ma poi saccheggiavano Milton, il loro nume tutelare, e centinaia di altre fonti. Non potevano fare altrimenti: nell’arte, la sapiente mosaicatura di auctoritates, o fonti letterarie, dà nobiltà allo stile e bellezza alla inventio. E’ la lezione di Dante, che a sua volta la riprende dagli antichi, i quali integravano e ricombinavano nella propria opera gli apporti più diversi: i rimandi rinsaldavano la complicità fra autore e lettore, invitato a godersi l’agnizione. Del resto, se anche gli elementi non sono “originali”, non è detto che non sia “originale” la sintesi, ovvero “la pretesa di interpretare daccapo tutto quanto” (Melandri, 1968). Leon Battista Alberti compone i dialoghi delle Intercenales (1440) con la stessa tecnica musiva, dimostrando come sia possibile, a partire da materiali di riuso, ottenere una novità formale e funzionale (dunque, semantica) mutando i loro rapporti (Cardini, 2004); e l’antica pratica dei centoni (II-IV sec. d.C.) usa solo versi altrui, stravolgendone del tutto il contenuto per semplice giustapposizione. Il cut-up è la versione aleatoria del centone: Burroughs ritaglia le frasi da un libro e le usa come tessere per comporre un testo differente.  

Il significato di una frase è la funzione che svolge all’interno di una pratica sociale, cioè di un contesto. Due frasi identiche, in contesti differenti, hanno funzioni differenti, dunque sono due atti linguistici (enunciati) differenti (Austin, 1962; Searle, 1969). Per esempio, una donna che chieda alla figlia “Russi di notte?” sta conversando; la stessa domanda, fatta da una donna sposata al garzone che ha una cotta per lei, acquista tutto un altro significato. Dire che due battute, estrapolate dai loro contesti, “sono uguali, quindi è plagio”, è un’idiozia come voler sostenere che due scatoloni, siccome sono identici, hanno lo stesso contenuto. La battuta “Mia moglie è una donna” (“My wife’s a woman”) fu scritta da Oscar Wilde, poi da Joe Orton, poi da Neil Simon: nei contesti rispettivi, quella stringa di parole ha funzioni diverse; di fatto, sono tre battute differenti.  

Chi esalta la mitologica “originalità” svaluta in modo ottuso l’ingegno sapiente di chi sa decantare una tradizione culturale. Quando il cadavere del Che fu esibito alla stampa dalla polizia boliviana, Mark Hutten lo fotografò a imitazione del Cristo morto del Mantegna: in tal modo, suggerì un paragone politico fra il Che e la figura di Cristo. Questo controllo dell’effetto richiede cultura. “Non conta cosa prendi, conta dove lo porti” (Godard). Il corollario è che, per un artista, tutta l’arte è contemporanea (Eliot, 1919), e può essere usata per parlare dell’oggi. Proust, nella Recherche, immagina un’incursione aerea con “La cavalcata delle Valchirie” come commento sonoro: Coppola gli prende in prestito l’idea per una delle scene più memorabili di Apocalypse Now. 

Le attività umane si valutano in base alle conseguenze sulla cultura e sulla società, non in base a una presunta “originalità”, come dimostrano Tarantino e Facebook: in ogni fenomeno di ripetizione, l’identico perde subito la propria identità, e ciò che conta è il differente (Nancy, 2008). 

Riassumendo: mezzi e risultati non vanno confusi. Che il mitra sia inglese è irrilevante, se ci ammazzi Mussolini. (2. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 21 ottobre)

Copyright e diritto d’autore. Il copyright è il monopolio temporaneo su un’opera, concesso dallo Stato all’autore. La sua tradizione è propria dei Paesi anglofoni, dove l’ordinamento giuridico (common law) si fonda più sui precedenti giurisprudenziali (sentenze) che su codici e leggi, come invece nel nostro sistema (civil law). Il copyright equivale al nostro diritto d’autore, ma ne differisce per alcuni aspetti importanti, sia filosofici che disciplinari. Per esempio, il copyright legittima la tutela temporanea delle opere come incentivo alla creazione, affinché la società ne benefici quando le opere diventeranno di dominio pubblico (diritto utilitaristico); invece il diritto d’autore legittima la proprietà intellettuale in quanto frutto di un lavoro personale (diritto morale). I due tipi di legge (copyright e diritto d’autore) portano agli stessi risultati pratici, ma non sempre: per esempio, se un autore cede il diritto di adattamento, e poi ci ripensa perché non è soddisfatto del risultato, il copyright non glielo permette, il diritto d’autore sì (Geller, 1994). Differenza sostanziale: negli USA, per godere di protezione legale, un’opera va depositata, dietro pagamento, al Copyright Office; da noi, il diritto d’autore nasce automaticamente con la creazione di un’opera.

Il copyright ha come oggetto l’opera (works): la tutela se è “originale” (originale in senso legale, cioè creata da un autore in modo autonomo) o se manifesta una modica quantità (modicum) di creatività (Feist Publications, Inc. v. Rural Tel. Serv. Co., 1991; VerSteeg, 1993). Un’opera derivata gode del fair use se trasformativa, cioè creativa (Campbell v. Acuff-Rose Music, Inc., 1994). Il copyright tutela l’espressione: non le idee, i procedimenti, i metodi operativi, i concetti, le scoperte. E’ un amalgama di strutture concettuali fondate sull’ideologia dell’autorialità (Bracha, 2008): la sua stesura incorpora una nozione di originalità mutuata dalla poetica romantica (Kaplan, 1967; Boyle, 1988; MacFarlane, 2007), che all’inizio serviva a distinguere le opere preesistenti da quelle derivate, ed era dunque sinonimo di originarietà (Casas Vallés, 2009). Il concetto romantico di originalità è un artificio retorico che nega la natura collettiva dei processi creativi e perpetua l’ideologia di una società composta da individui in competizione (Mould, 2018).  

Il diritto d’autore ha come oggetto “le opere dell’ingegno di carattere creativo”: ne tutela l’espressione formale (forma esterna), la struttura (forma interna) e l’in sé (il contenuto) che caratterizzano l’opera come “originale”, cioè come frutto dell’attività creativa dell’autore. E’ lecito riprendere opere altrui a scopo di critica, discussione, insegnamento (“purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”), o per ottenere un effetto artistico diverso (la nuova opera ha un nuovo “in sé”, pertanto, oltre a essere originale, è anche originaria): ne sono esempi la parodia e l’Appropriation Art. 

Plagio è l’utilizzazione/riproduzione (totale o parziale) di un’opera altrui, attribuendosene la paternità. E’ una violazione dei diritti patrimoniali (diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera) e morali (a tutela della personalità dell’autore). Un’opera è plagiata se usa gli stessi elementi espressivi e partecipa dello stesso significato dell’opera originaria. Non è possibile verificare il plagio con algoritmi o procedure automatiche, né darlo per scontato, poiché la valutazione richiede un’analisi qualitativa, oltre che quantitativa. (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 22 ottobre)

Citazione e plagio. Quando si citano brani altrui in un testo accademico o giornalistico, lo standard è quello di segnalare la fonte. E’ una conseguenza della polemica fra gli allievi di Newton e quelli di Leibniz nel XVIII secolo: la citazione, da allora, serve a stabilire la primogenitura di un’idea, alla stregua dei brevetti. Questa convenzione non riguarda, invece, l’arte, dove la citazione svolge altre funzioni: omaggio, sfoggio, complicità con l’uditorio, addizione/variazione semantica, critica ideologica, parodia. “L’arte è una conversazione, non un ufficio brevetti” (Shields, 2010): è un dialogo con il passato, sul presente. Non attribuire una citazione non è di per sé violazione di copyright (UMG v. Disco Azteca, 2006), anche perché la citazione artistica usa un messaggio precedente come un fatto in un nuovo messaggio, e il copyright non tutela i fatti (Gordon, 1992). Per il diritto d’autore, è lecito riprendere opere altrui al fine di ottenere un effetto artistico diverso: da giudicarsi caso per caso, se c’è lite. Un’opera è plagiata quando usa gli stessi elementi espressivi e partecipa dello stesso significato dell’opera originaria; ma il plagio dichiarato (attribuendo le fonti, o usandone di celebri, o invitando a cercarle, o esibendole come fa l’Appropriation Art, o rendendo pubblica la prassi citazionista) non è plagio, perché questo presuppone il dolo. Chi si ritiene plagiato ha cinque anni dalla data del presunto plagio per sporgere denuncia, poi il reato è prescritto.

Originalità, creatività, plagio. La dottrina italiana riconosce da tempo l’impossibilità della creazione “originale” nell’accezione romantica di ex nihilo (Piola Caselli, 1927; Santoro, 1968). La legge sul diritto d’autore utilizza una formula descrittiva (“opere dell’ingegno di carattere creativo”), e anche il copyright enfatizza l’originalità/creatività: ma affermare che l’originalità sia una forma di creatività è arbitrario (Madison, 2010). “L’azione autoriale è più simile alla traduzione e alla ricombinazione che alla creazione di Afrodite dalla spuma del mare” (Litman, 1990). Un’opera viene creata con l’apporto di tanti, di cui un autore si avvantaggia; questo argomento limita le pretese di chi sostiene il diritto morale dell’autore, e pertanto vorrebbe un copyright illimitato (Bard & Kurlantzick, 1999). Per giunta, “creatività” resta un concetto non definito: un giudizio equo richiede la verifica di ciò che di non banale è stato aggiunto, tolto, sostituito, cambiato e riarrangiato rispetto al testo fonte (VerSteeg, 1993). D’altra parte, con il racconto su Pierre Menard (in Finzioni, 1944), Borges ha dimostrato che anche l’assenza di variazione testuale può comportare un cambiamento notevole del significato, quando cambia il contesto: “Attribuire L’imitazione di Cristo a Celine o a Joyce non è un rinnovamento sufficiente delle sue tenui indicazioni spirituali?” Per le teorie estetiche contemporanee, la somiglianza non è indizio di alcun reato: è una traccia dell’interazione, necessaria e inevitabile, con la cultura esistente (intertestualità). 

Anche la retorica che tratta i diritti di proprietà intellettuale come diritti morali o naturali è una semplificazione dell’atto creativo (Arewa, 2007). Scrive Updike (1991): “Il motivo segreto per cui leggo è sempre stato non quello di giudicare, ma quello di rubare.” L’arte non è fatta di originalità, ma di procedimenti. L’industria della moda, per esempio, non solo prospera in assenza di copyright, ma la sua creatività consiste di continue appropriazioni (Raustiala & Sprigman, 2006). (4. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 23 ottobre)

La comicità e il copyright. Negli Stati Uniti, le battute spiritose (joke) non sono protette con certezza dal copyright. La legge sul copyright, infatti, tutela l’espressione di un’idea, non l’idea; ma quando solo un’espressione può rendere, con lo stesso effetto, quell’idea (è proprio il caso del joke, in cui basta cambiare una parola, o la sua disposizione, per perdere l’effetto esplosivo), l’espressione viene considerata fusa con l’idea, e il copyright non si applica, altrimenti si darebbe il monopolio su un’idea (è la cosiddetta merger doctrine). C’entra anche la valutazione de minimis: una frase, benché creativa, non è un’opera tutelabile dal copyright, come spiega il Governo americano con un parere sul caso Southco, Inc. v. Kanebridge Corp (2004). Inoltre, i joke si fondano spesso su scènes à faire (temi e soluzioni espressive diventati convenzionali), che non sono protette dal copyright. Soprattutto, poiché le formule comiche non sono infinite, ogni joke è inevitabilmente la riscrittura di un joke precedente, sicché, quando A sostiene che B gli ha copiato la battuta X, B può dimostrare facilmente, se ha una buona cultura comica, che la battuta X a sua volta è una copia della battuta Y (Hoffman v. LeTraunik, 1913), quindi non tutelabile dal copyright. Come se non bastasse, è difficile sostenere che un joke altrui sia copiato proprio dal tuo, se i social ne esibiscono decine di varianti simili. Per di più, una stessa espressione, in un contesto nuovo, acquista significati nuovi, diventa un nuovo enunciato; sicché una gag, in un altro contesto, non farà mai ridere per gli stessi motivi (semantici e pragmatici): genera nuovi effetti comici, è una nuova gag. Infine, la risata scatta grazie alla tecnica, cioè al meccanismo retorico della frase, e il copyright non tutela le tecniche. Date queste premesse, neppure l’assoluta identità verbale basta a provare automaticamente la violazione del copyright di un joke. Dove la legge non può arrivare, arrivano le norme sociali, che regolano il comportamento fra i comici nel loro ambiente di lavoro.

Le norme sociali dei comici. I comici proteggono il proprio materiale comico con un sistema tribale di norme informali con cui affermano la proprietà delle gag, ne regolano l’utilizzo e la cessione, e impongono sanzioni a chi trasgredisce. Benché seguito in tutto l’Occidente a causa dell’influenza USA, questo sistema non è esente da criticità gravi. Per esempio, a differenza del copyright, le norme sociali dei comici vietano il riutilizzo non autorizzato sia dell’espressione che dell’idea; e questo divieto ha una durata illimitata. Anni fa, Carlos Mencia fu accusato dal web di aver plagiato una routine di Bill Cosby: il plot (l’idea) era simile, ma il testo e la punchline erano diversi. In un processo per infrazione di copyright, Mencia sarebbe stato assolto (Oliar & Sprigman, 2008). A chi, in un modo così sommario, viene giudicato un trasgressore, sono inflitte sanzioni sociali: discredito (sparlare di lui, gogna), ostracismo (rifiutare di lavorarci insieme, escluderlo dai locali di stand-up) e minacce di violenza fisica (cui talvolta si ricorre). In aggiunta, il web oggi permette a qualunque anonimo la soddisfazione gaglioffa di accusare un comico di joke stealing (furto di battute), pur non avendone alcun titolo, o competenza; ma, se il comico è famoso, il linciaggio mediatico è inevitabile, e il comico non viene tutelato in alcun modo. Marc Maron: “Ci sono persone che credono sia compito loro fare i poliziotti della comicità, giudicare la vita delle persone. Sono solo bulli.” (Voss, 2010)

(5. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 27 ottobre)

Il sistema delle norme sociali dei comici non è in vigore da sempre. Negli USA, all’epoca del vaudeville (e fino agli anni ’50) l’appropriazione delle gag era una consuetudine diffusa, non sanzionata, poiché la comicità era sentita come un bene comune, e il valore di un comico era attribuito al miglioramento che il suo stile apportava alla tradizione. C’è chi sostiene (Oliar & Sprigman, 2008) che negli anni ’60 lo show-biz comico abbia implementato il nuovo sistema di norme anti-appropriazione poiché la comicità era diventata meno generica, più personale; ma questa correlazione causale fra nuovi contenuti e nuove norme è ritenuta arbitraria da Madison (2009). 

   Il sistema di norme sociali serve a impedire il danno economico: è tabù rubare dal repertorio di un comico che lavora nella stessa piazza. La piazza coincide con la propria nazione/lingua: per esempio, dire in tv una battuta sentita in teatro da un altro comico la brucia per sempre, ed è un danno economico. Tutti i comici fanno da sorveglianti. Chi pensa di aver subìto un torto affronta personalmente il trasgressore e chiede spiegazioni: di solito, questo è sufficiente a stabilire la verità dei fatti, a correggere i comportamenti, a evitare recidive; e la cosa finisce lì. Nel caso in cui i due convengano sulla creazione indipendente e contemporanea della stessa gag, uno dei due (quello che ne ha meno bisogno per la sua routine) può decidere di toglierla dal proprio repertorio, come cortesia. I pochi aneddoti riguardanti l’uso della violenza fisica per punire un trasgressore sono leggendari, e raccontati nell’ambiente con gusto (in Italia, quello di Faletti che dà un pugno a Paolo Rossi): la tribù non condanna la violenza; in questi casi, anzi la giustifica, come giustifica la gogna. A ben vedere, le norme del sistema servono a mantenere la proprietà della gag in mano a una sola persona (il comico che usa la gag). Nell’ambiente dei comici, infatti, per convenzione: 

1) Se un comico è pagato per scrivere una gag, la gag non è più sua, ma di chi gliel’ha comprata. Secondo la legge sul copyright, invece, la proprietà di un’opera è dell’autore (a meno che questi non lavori per un’azienda). 

2) Vendere una gag è vendere ogni diritto di utilizzo. Chi scrive gag per un comico non può neppure attribuirsele: una volta vendute, non sono più sue. La vendita non richiede alcun contratto fra le parti, a differenza della licenza che permette l’uso di un’opera protetta da copyright. 

3) Fra diversi co-autori di una gag, la proprietà viene attribuita a chi ha ideato la premessa, anche se la punchline non è sua. Secondo la legge sul copyright, invece, la proprietà di un’opera è divisa fra tutti i co-autori.

4) Se due comici stanno usando la stessa gag, e la creazione è giudicata da entrambi indipendente, la proprietà della gag è di chi l’ha eseguita per primo. Nel copyright, invece, la creazione indipendente rende entrambi co-autori dell’opera. La priorità è un criterio che vale solo per i brevetti.

5) Se due comici stanno usando una gag simile, la gag apparterrà al primo che la esegue in tv: da quel momento, l’altro smetterà di eseguire la propria, poiché non vuole essere accusato di furto dai colleghi e dal pubblico di fan, anche se non ha fatto nulla di male. Ritroviamo qui il tema della priorità, tipica dei brevetti e non del copyright.

6) Se due comici freelance inviano via email la stessa gag a un conduttore di talk-show, e la gag viene usata nel programma, viene pagato chi ha inviato la gag per primo. Di nuovo la priorità dei brevetti. (6. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 28 ottobre)

Ancora sulle norme sociali dei comici. Il sistema informale di norme osservato dai comici contemporanei privilegia la proprietà della gag, e non la performance, perché i cambiamenti tecnologici (radio, tv, web) hanno reso la proprietà più conveniente: la motivazione reale delle norme dei comici è ridurre la competizione altrui restringendo il numero dei comici accreditati (Strandburg, 2009). Il tabù presidiato dalle norme ha un legittimo significato economico, ma la sua retorica ricorre, per giustificarlo, al concetto romantico di originalità (Kaplan, 1967): un comico è tanto più apprezzato quanto più è originale, un concetto di cui abbiamo visto l’arbitrarietà. Nel vaudeville, invece, la valutazione riguardava la tecnica della performance: dire meglio la battuta, colorarla meglio, temporeggiare meglio con il pubblico, saper creare un monologo migliore (cioè più appropriato all’occasione) ricorrendo alle decine di migliaia di battute del repertorio comune, pubblicate su periodici del settore e in voluminosi tesauri a divisione tematica. Lo stile, che è impossibile da imitare ed è più personale della gag, era considerato più importante perché era quello a garantirti i favori del pubblico teatrale: una motivazione economica, senza però l’ipocrisia originalistica delle norme attuali. Il criterio dell’originalità permette una gestione più facile del sistema informale di norme, ma questo non significa che criterio e sistema siano giusti. 

   I comici non fanno causa ad altri comici (questa norma sociale si ritrova in altre comunità regolate da usanze, cfr. Ellickson, 1991), ma in una tribù la cosa più importante è la reputazione: fondamentale per lavorare, o per ghettizzare. Robin Williams smise di frequentare i locali di stand-up, dove improvvisava a ruota libera ogni sera, perché stanco delle occhiatacce dei colleghi, dopo che qualcuno aveva sparso la voce che rubasse le battute (Grobel, 1992). Comici minori che si esibiscono in luoghi non prestigiosi (crociere, feste aziendali) possono “rubare” tutto quello che vogliono: la tribù li considera già scadenti, non costituiranno mai un pericolo competitivo. Un’altra eccezione sono i comici esordienti: il mestiere si impara facendolo, e la tribù chiude un occhio sul debuttante che sta cercando la propria voce usando sul palco materiale derivato; il debuttante non fa danni, essendo il suo pubblico esiguo. Il criterio del danno ricorda quello tenuto in considerazione dal giudice nella limitazione del copyright per fair use: se la copia non danneggia il mercato (la piazza) dell’opera originaria, il copyright non si applica.    

   I proprietari di locali tendono a non far lavorare chi “ruba” battute ad altri; ma se ne fregano, quando il cleptomane è un comico famoso (Persall, 1991). Inoltre, se il comico è famoso, l’accusa di rubare mossagli da un principiante viene tenuta in scarsa considerazione (Oliar & Sprigman, 2008). Certi locali usano una luce intermittente per segnalare al comico in scena che è entrato un “ladro” di battute: il comico in scena può decidere allora di proteggere il materiale nuovo passando al vecchio repertorio; oppure si mette a improvvisare, magari interagendo con il pubblico.

   Al grosso pubblico non interessa chi è l’autore delle gag: basta che il comico faccia ridere (Geoghan, 1989). Il pubblico di appassionati, invece, introietta le norme sociali della tribù: tiene molto alla presunta “originalità” del comico, e può intraprendere un linciaggio mediatico contro un ipotetico trasgressore (Oliar & Sprigman, 2008). (7. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 29 ottobre)

Il motivo per cui le norme sociali dei comici sono dannose è che, a differenza del copyright, non considerano gli interessi della società nel loro complesso. Altri aspetti negativi: 1) Le norme sociali dei comici vietano non solo il riuso delle espressioni, ma anche delle idee. Vogliono impedire il furto di battute (joke stealing), ma in realtà proibiscono l’uso di battute simili, premesse simili, idee simili: cioè non proibiscono il furto, ma la somiglianza (Rothman, 2009). Questo è un limite enorme allo sviluppo creativo delle gag. Inoltre, il divieto sulle idee viola la libertà di espressione. 2) Le norme sociali dei comici non ammettono il fair use, non prevedono un processo equo, né la possibilità di appello. 3) La valutazione della trasgressione non segue protocolli definiti, è del tutto arbitraria. 4) Il danno alla reputazione dell’ipotetico trasgressore può durare per sempre, e quindi è sproporzionato rispetto a qualunque presunta trasgressione. Robin Williams,  vincitore di tre Grammy Awards per il miglior album comico dell’anno, non poteva entrare serenamente in un locale di stand-up neppure dieci anni dopo le accuse di presunti plagi. Come se non bastasse, il web, con la sua assenza di oblio, oggi rende perenne la gogna anonima. 5) La sanzione tramite violenza (o minaccia di violenza) è illegale. 6) A differenza delle norme sociali dei cuochi e delle fandom, che incoraggiano il riuso purché ci sia attribuzione, quelle dei comici impediscono qualunque riuso, anche con attribuzione, poiché il riuso di una gag la usura. Le norme sociali dei comici sarebbero assai dannose, se impiegate in altri campi creativi; né sono accettate all’unanimità in quello comico, visto che ci sono campioni che non sono tenuti a uniformarvisi (Oliar & Sprigman, 2008; Rothman, 2009). 7) Le norme sociali dei comici sono informali, e sono state create senza che sia stato possibile discuterle. Per tutte queste ragioni, limitano in modo primitivo i diritti della collettività (Rothman, 2009). 

In Italia, il diritto d’autore tutela i joke in quanto opere letterarie; ma, come nel resto del mondo occidentale, non ci sono precedenti di comici che fanno causa a comici (vale il de minimis), e le controversie sono regolate seguendo le norme sociali della comunità comica, con tutti gli eccessi e i malintesi del caso. L’unico precedente legale in materia di plagio di joke si trova nella sentenza (2012) che mi fece vincere la causa intentatami da Telecom Italia Media dopo la chiusura arbitraria del programma televisivo Decameron (La7, 2007). Il giudice scrisse: “Non vi è prova della mancanza di originalità del monologo in questione, considerato che la circostanza che l’artista, nell’elaborazione della sua opera creativa, si ispiri ad altri soggetti, non esclude l’originalità dell’opera medesima.” Per decidere quanto sia riconoscibile l’apporto creativo che dà “originalità” e fa escludere il plagio, non basta la semplice comparazione degli elementi isolati (un classico di chi accusa a capocchia, o con malizia): va sempre considerato il contesto, che definisce il tipo di relazione fra gli elementi. “In un contesto diverso, un testo dice cose diverse: è un altro testo” (Rotstein, 1993); ma per tacciare filosofi come Giordano Bruno di plagio dagli eretici, dunque di eresia, e condannarli al rogo, la furba Inquisizione ritagliava le frasi dai due contesti e le appaiava, una pratica truffaldina tuttora usata in campo artistico per delegittimare concorrenti e avversari. 

Morale della favola: poiché ignoranti, invidiosi e bacchettoni (che spesso coincidono) sono la maggioranza, non c’è nulla di più sincronizzabile di un linciaggio. (8. Fine)


Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 25 giugno)

E per la serie “Lettere luterane”, la posta della settimana. 

Si celebrano i 20 anni di La7 e di te non c’è traccia nelle commemorazioni. (Sergio Ghermandi, Modena) 

Sono il loro convitato di pietra. Nel 2007 chiusero il mio Decameron dopo la quinta puntata con un pretesto (la battuta su Giuliano Ferrara che apriva la puntata sulla guerra coloniale, criminale e illegale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq). Nella sesta, mai trasmessa, iniziavo con un monologo di 20 minuti dedicato alla Spe Salvi di Ratzinger e alle ingerenze del Vaticano nelle questioni dello Stato italiano (diritti civili, eutanasia, staminali, Cus, fecondazione assistita). Alla chiusura, il Cdr di La7 denunciò una censura nella censura: “Con un incomprensibile e arrogante atto censorio, il vicedirettore Pina Debbi ha deciso di non inserire nell’edizione notturna del tg dell’8 dicembre la notizia, un fatto gravissimo che ostacola il dovere di completa e libera informazione del telegiornale di La7” danneggiando “l’immagine di imparzialità e professionalità della redazione” e alimentando “sospetti sui reali motivi della sospensione del programma”. Adalberto Baldini, del Cdr, disse: “Ogni volta che La7 fa un programma di successo, e Decameron, con punte di 2,7 milioni di spettatori, lo è, viene stoppato. Per la pubblicità le aziende, anche Rai e Mediaset, si contendono pure lo 0,1% di ascolti. E se un programma scompagina gli ascolti è meglio chiuderlo. La7 deve chiarirci che posizione vuole avere sul duopolio Rai-Mediaset.” Venduto ai pubblicitari per uno share stimato del 2,3%, Decameron aveva punte del 9% (al sabato notte, dove prima La7 faceva lo 0,8). La7 mi fece causa, accusandomi pure di plagio: perse e dovette risarcirmi. Secondo la sentenza, La7 aveva chiuso Decameron in modo arbitrario e illegittimo; la battuta su Ferrara non era insulto, ma satira; la battuta su Ferrara non era plagio. Peccato che non tu non abbia potuto vedere le altre 5 puntate, Sergio: erano splendide e piene di risate. Per approfondire, c’è questa rassegna stampa curata da aficionados del vecchio blog: http://bit.ly/3gOPLgx. 

FONTI

# 1  

Borges, Prologhi, 1975

Ong, Oralità e scrittura, 1982

Melandri,  La linea e il circolo, 1968

Eagleton, Literary Theory: an Introduction, 1997

# 2

Neubauer, New Paths: Aspects of Music Theory and Aesthetics in the Age of   Romanticism, 2009

Melandri,  La linea e il circolo, 1968

Cardini, Mosaici, 2004

Austin, How to Do Things with Words, 1962

Searle, Speech Acts, 1969

Eliot, Tradizione e talento individuale, 1919

Nancy, Dis-Enclosure: the Deconstruction of Christianity, 2008

# 3

VerSteeg, Rethinking Originality, 1993

Bracha, The Ideology of Authorship Revisited: Authors, Markets, and Liberal Values in Early American Copyright, 2008

Kaplan, An Unhurried View of Copyright, 1967

BoyleThe Search for an Author: Shakespeare and the Framers, 1988

MacFarlane, Original Copy, 2007

Casas Vallés, The requirement of originality, 2009

Mould, Against Creativity, 2018

# 4

Shields, Fame di realtà: un manifesto, 2010

Gordon, Reality as Artifact: from ‘Feist’ to Fair Use, 1992 

Piola Caselli, Il diritto civile italiano secondo la dottrina e la giurisprudenza, 1927

Santoro, Brevi osservazioni in tema di parodia, 1968

Madison, Beyond Creativity: Copyright as Knowledge Law, 2010

Litman, The Public Domain, 1990

Bard & Kurlantzick, Copyright Duration, 1999

VerSteeg, Rethinking Originality, 1993

Borges, Finzioni, 1944

Arewa, The Freedom to Copy: Copyright, Creation, and Context, 2007

Updike, Odd Jobs: Essays and Criticism, 1991

Raustiala & Sprigman, The Piracy Paradox: Innovation and Intellectual Property in Fashion Design, 2006

# 5

Oliar & Sprigman, There’s No Free Laugh (Anymore): The Emergence of Intellectual Property Norms and the Transformation of Stand-Up Comedy, 2008

Voss, Is There Ever a Justification for Joke Stealing?, 2010

# 6

Oliar & Sprigman, There’s No Free Laugh (Anymore): The Emergence of Intellectual Property Norms and the Transformation of Stand-Up Comedy, 2008

Madison, Of Coase and Comics, or, The Comedy of Copyright, 2009

# 7

Strandburg, Who’s in the Club? A Response to Oliar and Sprigman, 2009

Kaplan, An Unhurried View of Copyright, 1967

Ellickson, Order Without Law: How Neighbors Settle Disputes, 1991

Grobel, Robin Williams – Playboy Interview, January 1992

Persall, Standing Up Just for Laughs, 1991

Oliar & Sprigman, There’s No Free Laugh (Anymore): The Emergence of Intellectual Property Norms and the Transformation of Stand-Up Comedy, 2008

Geoghan, Waiter, There’s a Joke in My Soup, 1989

# 8

Rothman, Custom, Comedy and the Value of Dissent, 2009

Oliar & Sprigman, There’s No Free Laugh (Anymore): The Emergence of Intellectual Property Norms and the Transformation of Stand-Up Comedy, 2008

Rotstein, Beyond Metaphor: Copyright Infringement and the Fiction of the Work, 1993

 

Errori di ragionamento ed errori cognitivi – bibliografia

Il Fatto quotidiano sta pubblicando una serie di articoli dove elenco gli errori di ragionamento e gli errori cognitivi che ci impediscono giudizi corretti, e finiscono per tarare il discorso pubblico, favorendo i furbi. Queste le fonti citate:

Peirce, Deduction, Induction, and Hypothesis, 1878

Dodgson, What the Tortoise said to Achilles, in The complete works of Lewis Carroll, 1939

Cecchi, Taccuini, 1976

Gilovich, Griffin & Kahneman, Heuristics and Biases, The Psychology of Intuitive Judgment, 2002

Encyclopedia Britannica, Fallacies

Wikipedia, Cognitive bias

Musahi, The 25 Cognitive Biases, 2016

Priest, Biased: 50 Famous Cognitive Biases That Impair Our Judgment, 2019

Forman, Cognitive Biases, 2020

 

Contro gli imperatori del web

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FQ Millennium, il mensile del Fatto quotidiano, nel numero di agosto ha pubblicato un mio pamphlet contro gli imperatori del web (e i corsari digitali che ingenuamente li agevolarono). Ecco il testo e la bibliografia.

Contro gli imperatori del web

di Daniele Luttazzi

Non siamo i guardiani della verità. (Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, bacchettando sulla trumpiana Fox News la decisione di Twitter di segnalare che un tweet di Trump diceva il falso)

C’è chi sostiene che trasformare le piattaforme in soggetti editoriali significherebbe la fine di Internet, poiché è diventato quello che è grazie al comma 230 del Communications Decency Act (1996), secondo cui, negli USA, nessuna piattaforma può essere considerata responsabile come un editore per i contenuti postati dagli utenti. Altri, partendo dalla considerazione che sia un falso problema stabilire se le piattaforme sono editori o no, concludono che non è più possibile stabilire chi abbia ragione, fra Twitter e Trump. Fermo restando che, se davvero fosse un falso problema, Zuckerberg non si darebbe tutto quel daffare per evitarlo; e che il paragone giusto non è con gli editori, ma con la vernice al piombo (Lanier, 2018), che fu tolta dal commercio quando se ne scoprì la tossicità; e che Twitter, come Facebook, profila gli utenti per scopi di marketing commerciale e politico, per cui invito tutti a cancellarvi dai social, lasciando un messaggio ricorsivo del tipo #deletefacebook o #deletetwitter, altrimenti contribuite alla loro attività tossica; e che la soluzione per far sì che Internet sia vernice senza piombo è quella proposta da Richard Stallman, fondatore di GNU ed esponente del Free Software Movement, ovvero “proibire per legge qualunque sistema che raccoglie dati, non importa se è un’azienda, un’organizzazione no-profit, o una struttura pubblica: non gli deve essere permesso di raccogliere dati se non giustificano questa attività come necessaria alla funzione da svolgere”; e che la Corte di Strasburgo, avendo come riferimento non il diritto europeo, ma la Convenzione sui diritti dell’uomo, ritiene giusto far pagare a un giornale online il risarcimento dei danni causati dalla pubblicazione di commenti diffamatori da parte di utenti terzi (Montagnani, 2018); nel caso in questione non è così difficile giudicare che Twitter ha ragione. La Commissione europea, per esempio, ha lodato la decisione di Twitter di moderare i contenuti falsi, perché pericolosi. E la contromossa di Trump, ridurre le garanzie del comma 230? E’ sbagliata dal punto di vista morale, perché fatta come rappresaglia; ma giusta in generale: andava fatta da tempo (e infatti Biden promette di revocare il comma 230, una volta presidente, proprio contro le fake news e l’hate speech). Dovrebbe essere ovvio che non si deve confondere la libertà di espressione con la libertà di razzismo e di falsificare i fatti. Il razzismo non è un diritto, è un reato. Idem falsificare i fatti. Visto com’è facile giudicare? Per arrivare a queste conclusioni, però, occorre non dimenticare tante cose, altrimenti il discorso nasce tarato in partenza, e fa i gattini ciechi. Poiché la questione è scottante (ne va della democrazia, che non è una categoria novecentesca da riporre in solaio o in cantina), partiamo dall’inizio.

La pirateria digitale. La voce “Guerriglia” dell’Enciclopedia Britannica (edizione 1929) è scritta da sir Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia), l’ufficiale inglese che, su incarico della Corona, sobillò e guidò la rivolta araba contro l’impero ottomano (1916-1918). I suoi principî, aggiornati con attacchi informatici e psy-ops digitali (fake news, WikiLeaks, ecc.), sono implementati ancora oggi dai servizi segreti di tutto il mondo, e dai terrorismi che ne sono il braccio sporco. Lawrence d’Arabia spiega che la guerriglia è come un gas, che esala e si concentra dove vuole; dev’essere rapida, ubiqua e autonoma dalle vie di rifornimento; deve sabotare rifornimenti e infrastrutture, e demoralizzare l’avversario; la tattica ha una componente intuitiva che è il vero test di chi guida le operazioni; il raggio d’azione vince sulla forza: tanti piccoli attacchi in punti diversi sono più efficaci e più prudenti di un singolo grosso attacco; l’azione individuale rende difficile l’attività di controspionaggio. La pirateria digitale nasce come guerriglia contro le multinazionali dei contenuti, ma fa il gioco delle multinazionali delle piattaforme, i cui oligarchi prosperano sullo scambio gratis dei contenuti piratati, con cui gli utenti sono attratti dentro i dispositivi di sorveglianza. Un tempo, i sovrani favorivano la pirateria a proprio vantaggio, autorizzandola con lettere di corsa (Francis Drake era un corsaro, cioè un pirata autorizzato da Elisabetta I, che poi lo nominerà Sir). Poiché il mito del web libero è sostenuto dai sovrani digitali con lobbismo e propaganda (dove il web libero diventa “economia del dono” e “lotta contro la censura”), i pirati digitali, anche quando animati da buone intenzioni, sono di fatto i loro corsari, ricompensati non con titoli nobiliari, ma con vantaggi patrimoniali indiretti (risparmio sull’acquisto di contenuti). La pirateria digitale, inoltre, può essere impiegata per la guerriglia reazionaria contro i nemici del sistema: il download illegale dei libri di Noam Chomsky danneggia il profitto di Noam Chomsky, il quale si difende affidando i suoi libri alla tutela del copyright. Chomsky si fa pubblicità con interviste e articoli (che rende disponibili sul suo sito ufficiale), non regalando i suoi libri. Le multinazionali statunitensi dei contenuti combattono la pirateria. Il paradosso è che l’industria cinematografica, agli esordi, si trasferì dalla East Coast in California per aggirare i brevetti di Edison (Lessig, 2004).

Ingenuità dei corsari digitali. Agli inizi del nuovo millennio, il movimento d’opinione dei corsari digitali sostiene uno scontro contro i potentati discografici e multimediali, giustificando il cracking di software proprietario, la masterizzazione di CD e il file sharing come atti politici contro la tirannide e i suoi profitti smodati. Usano argomenti sacrosanti (per esempio, che la cultura è sempre un prodotto collettivo, e la creazione funziona per osmosi, commistione, contagio, plagio; che il copyright appartiene a un’epoca in cui la tecnologia di riproduzione/diffusione era in mano a pochi; che l’innovazione tecnologica ha creato la figura del prosumer, il produttore/consumatore, mentre il copyright rende tuttora illegali le sue attività; e che la legge deve cambiare, se cambia la percezione del reato). Gli sfugge però che il capitalismo, come Proteo, muta aspetto secondo la convenienza. Una volta dominavano i potentati dei contenuti, oggi dominano i potentati delle piattaforme di sorveglianza, una tirannide più pervasiva, fondata sulla tecnologia dell’estrazione dissimulata di dati e metadati personali (Facebook, Google, Amazon, app, smartphone, ecc.). La signoria del capitalismo digitale delle piattaforme di sorveglianza, dove i nostri dati personali sono il nuovo petrolio, da estrarre, raffinare, e usare in vari modi (Srnicek, 2017), è stata favorita dalle battaglie dei miopi corsari digitali. Vediamo i loro argomenti ingenui, tipici dell’epoca pre-Snowden/pre-Wylie, con cui hanno fatto il gioco del giaguaro:  

1) “La restrizione dell’uso è a esclusivo vantaggio delle major dell’editoria!” Ma la liberalizzazione dell’uso ha favorito le major del web come Facebook, Google, Apple, Amazon e Microsoft, che vendono agli investitori e alle società di marketing le attività e le preferenze degli utenti, ne condividono i dati personali con altre aziende (tech, telefonia) per lucrare sul conseguente aumento di traffico, e passano quei dati all’NSA per il programma di spionaggio PRISM.

   Google, con Chrome, Gmail, Youtube e Android (il sistema operativo di cui si servono, fra i tanti, Facebook, Twitter, Snapchat e Uber), domina Internet al punto da essere Internet: un fatto non rassicurante, specie se si considera che Google collabora con CIA, NSA, NGA, Pentagono e industria della difesa (Raytheon, Northrop Grumman, Lockheed Martin). Google lavora inoltre con agenzie federali e governative, amministrazioni locali, dipartimenti di polizia, ospedali, scuole pubbliche, associazioni profit e non-profit. Larry Page, co-fondatore di Google, in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato: “Il nostro obiettivo principale è sociale. Come organizziamo le persone? Come le motiviamo? E’ un problema davvero interessante: come organizziamo le nostre democrazie?” Che i dati di miliardi di persone passino per Google suscita perplessità: quale fine fanno, con Google? Google ha delle restrizioni e dei limiti, oppure no? (Levine, 2018)

   Google fu criticato, quando nel 2012 cambiò le proprie regole in modo che tutte le sue piattaforme (per esempio Gmail, You Tube e Blogger) condividessero i dati raccolti sui suoi utenti, perché anteponeva gli interessi degli inserzionisti, e i propri, alla privacy dei consumatori (BBC NEWS, 2012). 

   Come se non bastasse, la modalità di funzionamento dell’algoritmo di Google è sfruttata dai gruppi estremisti per disseminare in rete propaganda, hate speech e razzismo. Digitando su Google “Did the Holocaust happen?”, Google indicava come risposta alcuni link, il primo dei quali portava a un articolo del sito neo-nazista stormfront.org intitolato “10 motivi per cui l’Olocausto non è mai accaduto”. Il terzo link era per l’articolo “The Holocaust Hoax; IT NEVER HAPPENED”, il quinto “50 reasons why the Holocaust didn’t happen”, il settimo era per il video You Tube “Did the Holocaust really happen?”, il nono per l’articolo “Holocaust Against Jews is a Total Lie – Proof.” Google guadagnava con la pubblicità collegata ad articoli negazionisti e di hate speech, e ciò la rendeva complice. Google è responsabile dell’algoritmo che permetteva a quei link di avere rilevanza e di fare proseliti. Dopo un’inchiesta giornalistica, Google ha corretto quei risultati, ma senza darne notizia; e senza spiegare in che modo è intervenuto, e se la modifica è strutturale o solo contingente (Cadwalladr, 2016).

   Quanto a Facebook, da sempre lucra sul traffico indiscriminato di contenuti: una pratica oscena e pericolosa contro cui, sull’onda del caso Floyd e delle proteste del movimento Black Lives Matter!, era indirizzata la campagna di boicottaggio Stop Hate for Profit, cui hanno aderito un terzo dei maggiori investitori pubblicitari americani (Unilever, Pfizer, Diageo, Beam Suntory, Ford, Honda, Adidas, Verizon, HP, Levi’s, Patagonia, Northface, Upwork, Ben & Jerry, Puma, e in Europa EDF, Volkswagen, Britvic e Mars) sospendendo per il mese di luglio ogni pubblicità su Facebook e le sue piattaforme, per protestare contro i suoi contenuti razzisti, violenti e di disinformazione. Anche Coca Cola, Starbucks e  Microsoft hanno boicottato, ma senza aderire ufficialmente alla campagna. Unilever ha tolto la sua pubblicità anche da Twitter e esteso temporalmente la campagna fino a dopo le elezioni americane.

   Google, Facebook e altre piattaforme di sorveglianza usano filtri per farti vedere solo notizie che corrispondono ai tuoi gusti, in modo da tenerti agganciato. La dominanza sul mercato pubblicitario in rete è tale che, da sole, Google e Facebook ne controllano l’84% (Biondi, 2018).

   Facebook, con i suoi cookies, raccoglie dati sui suoi utenti anche quando si trovano su siti diversi da Facebook, e raccoglie i dati anche su persone che visitano Facebook senza esserne membri: finalità e durata della conservazione dei dati sono ignote; i dati personali sono talmente rivelatori che l’analisi dei tweet permette a un algoritmo di individuare in un utente il disturbo bipolare un anno prima rispetto alla diagnosi, con un’accuratezza del 90%. Facebook, dal 2010 al 2017, si accordò con 150 aziende, fra cui Amazon, Microsoft, Apple, Spotify e Netflix, mettendo a loro disposizione i dati di centinaia di milioni di propri utenti, senza che questi ne fossero informati in modo esplicito, nonostante la Federal Trade Commission proibisca tale modalità dal 2011. Facebook sostiene che buona parte dei suoi accordi non contravvengono alla direttiva della FTC perché quelle aziende forniscono servizi a Facebook e vanno considerate come un’estensione della propria piattaforma; questa interpretazione è giudicata troppo larga da David Vladeck, che dirigeva l’ufficio di tutela del consumatore alla FTC: l’esenzione dalla segnalazione all’utente, infatti, riguarda solo le attività di routine della piattaforma (inviare/ricevere informazioni, gestire le transazioni con carta di credito). Facebook strinse lo stesso accordo anche con Huawei, l’azienda cinese segnalata dai servizi segreti USA come pericolosa per la sicurezza nazionale, e con Yandex, l’azienda russa accusata di passare le proprie informazioni al Cremlino (Dance, La Forgia & Confessore, 2018).

   Facebook, come i monopolisti del passato, fa fuori i concorrenti potenziali comprandoli, vedi Instagram, oppure copiandoli, vedi Snapchat (Srnicek, 2017) e Faround (Ansa, 2018); con un algoritmo ad hoc può decidere di non segnalare siti web (cancellando posti di lavoro), come successo a Little Things (O’Hagan, 2018); aveva pure un servizio (Onavo) che, permettendogli di monitorare di quali app si servivano i suoi utenti, faceva da sentinella su concorrenti potenziali (Roose, 2018).

   Nel 2016, la società di marketing politico Cambridge Analytica, finanziata con 15 milioni di dollari dal magnate reazionario Robert Mercer, fondatore di Breitbart, comprò da Aleksandr Kogan, ricercatore a Cambridge, i dati personali di 50 milioni di utenti Facebook. Facebook aveva permesso alla società di Kogan, la Global Science Research, di analizzare i dati degli utenti con una app di profilazione psicometrica. La raccolta di quei dati servì alla propaganda elettorale mirata (micro-targeting) pro-Trump e pro-Brexit (Cadwalladr, 2018). Non risulta che Facebook abbia implementato un sistema per impedire che cose del genere possano accadere di nuovo; fra l’altro, una azienda X potrebbe raccogliere dati da Facebook in modo lecito, ma un’altra azienda potrebbe comprare l’azienda X e usare quei dati per altri scopi (Hern, 2018a).

   Facebook, tramite la sua app Messenger, raccoglie anche i testi degli SMS e i dati delle telefonate effettuate con smartphone che usano Android (Google): nomi, numeri di telefono, orario di inizio della conversazione e sua durata (Hern, 2018b).

   Si è scoperto che Facebook conserva filmati che gli utenti non hanno mai postato su Facebook (Hern, 2018c); e non permette agli utenti di impedire che i dati sulla propria localizzazione siano usati dalla pubblicità mirata, anche quando si impedisce a Facebook di accedere al GPS del proprio cellulare (Hern, 2018).

   Nel novembre 2018, un’inchiesta del New York Times ha rivelato che Facebook cercò di screditare i propri critici tramite una società di consulenza politica, Definers Public Affairs, fondata da veterani delle campagne presidenziali repubblicane. Gli articoli venivano pubblicati su un sito di news affiliato a Definers (NTK Network) e rilanciati dal sito di ultradestra Breitbart (Frenkel & al., 2018). Facebook non è solo un divertimento innocente (O’Hagan, 2018).

   Nel 2014, Facebook fece un esperimento sui suoi utenti, senza il loro consenso, che consisteva nel variare i contenuti positivi e negativi dei loro feeds per vedere se Facebook riusciva a indurre un “contagio emotivo”.

   L’anno dopo, Facebook disse agli inserzionisti di essere in grado di identificare quando gli utenti teenager si sentivano “insicuri”, “senza valore” e “bisognosi di un incremento di stima” (Lewis & Wong, 2018).

   Facebook aiutava a indirizzare certi annunci immobiliari solo a utenti non di colore, in violazione della legge USA.

   Facebook, con i politici impegnati in campagne elettorali, magnificava la propria capacità di profilazione degli utenti, e l’efficacia della propaganda elettorale su Facebook, portando come esempio l’elezione del presidente polacco Andrzej Duda e la vittoria del Partito Nazionale Scozzese nel 2015 (Hern, 2018a).

   Joseph Chancellor, co-direttore della società di Kogan, adesso lavora come social psychologist per Facebook nel quartier generale californiano di Menlo Park, dove si analizzano i dati dei 2 miliardi di utenti Facebook.

   Tamsin Shaw, professore alla New York University, ritiene che a Facebook sia stata permessa l’espansione e la potenza attuale perché è una risorsa per la sicurezza nazionale statunitense, risorsa che la Russia ha ritorto contro gli USA durante le elezioni americane del 2016 (Cadwalladr, 2018) con azioni pervasive di trolling (Walker, 2017) a sostegno di Trump (Swayne & Bennetts, 2018).

   “Quando il prodotto è gratis, il prodotto sei tu”, dice Steve Wozniak, che fondò la Apple con Steve Jobs. In confronto, le campionature tipo Auditel, di cui radio e tv si servono per vendere pubblico agli inserzionisti, sono primitive, anche se utili per perfezionare le profilazioni elaborate dalle società che aggregano dati.

   Giganti come Google e Facebook pongono all’utente un problema morale: è giusto continuare a far parte del motivo che li rende così potenti e pericolosi? La scelta individuale, comunque, non può risolvere i loro abusi: serve una regolamentazione (Mahdawi, 2018).

2) “Kazaa, che ha sede in Olanda, si limita a fornire un sistema di scambio tra utenti, e non è responsabile dei contenuti illegali scambiati, più di quanto la Fiat sia responsabile della condotta dei criminali della Uno bianca!” Ma un ricettatore è colpevole degli scambi illegali in cui è coinvolto, così come responsabile di furto non è solo il ladro, ma anche il palo: infatti, nel 2009, i fondatori di The Pirate Bay furono condannati in Svezia a un anno di reclusione e a una multa di 3 milioni di euro in quanto colpevoli di assistenza alla violazione di copyright. Una piattaforma come Facebook è, a tutti gli effetti, una media company con 2 miliardi di utenti, non un produttore di automobili; e, come una media company, va ritenuta responsabile di ciò che pubblica; lo dimostra la stessa Facebook che, dopo aver negato per anni di essere una casa editrice, in modo da evitarne gli obblighi deontologici e legali (fra cui i costi del controllo sui contenuti), ha subito rimosso contenuti quando grossi inserzionisti hanno minacciato di cessare le sponsorizzazioni se Facebook non avesse eliminato account di propaganda nazista.

   Nel 2019, per replicare alle accuse di aver permesso pubblicità pro-Trump piena di bugie su Biden, Facebook si è paragonata a una casa editrice. Questa ammissione dovrebbe avere delle conseguenze, perché una casa editrice è sottoposta a regolamentazioni severe (Goodman & Kornbluh, 2019). 

   Stesso discorso per YouTube (un miliardo di utenti), che ha cancellato dalla piattaforma 150.000 cartoni animati violenti e pornografici postati su YouTube Kids (una app per bambini), solo dopo che Adidas, Mars, e Hewlett-Packard hanno sospeso le inserzioni su YouTube; un canale YouTube dai contenuti pedofili, ToyFreaks, al momento della chiusura aveva 8 milioni e mezzo di sottoscrittori.

   Facebook e YouTube sono già editori non solo perché moderano i contenuti (sono hosting attivi), ma anche perché la prima ha redazioni che aggregano e scelgono i contenuti, e la seconda produce pure video propri. Non sono più meri intermediari irresponsabili, come da sempre si descrivono in modo capzioso per ingrassare approfittando del comma 230. Anche Snapchat è intervenuta, dopo i messaggi di Trump che “incitano alla violenza razziale e all’ingiustizia”, come spiega il portavoce di Snap, Rachel Racusen: hanno rimosso l’account di Trump dalla sezione che segnala contenuti riguardanti la politica.

3) “L’obbligo delle piattaforme di rivelare le generalità degli utenti sospettati di pirateria carica sulle spalle di una piattaforma oneri polizieschi che non le competono, danneggiano la sua attività alimentando il clima di sospetto e censura preventiva, e rompono il vincolo di fiducia tra utente e fornitore!” Ma le piattaforme di sorveglianza si sono fatte carico volentieri di oneri polizieschi passando i dati degli utenti all’NSA, o eliminando contenuti quando gli conveniva, temendo di perdere grossi inserzionisti. Ai deputati USA che lo stavano torchiando in seguito allo scandalo Cambridge Analytica, Zuckerberg ha promesso di far diventare Facebook il poliziotto del sistema che ci ruota intorno.

   Il “vincolo di fiducia” di cui cianciavano i corsari digitali è fondato in realtà sulle menzogne dei colossi del web, la più emblematica delle quali è “Sto cercando di rendere il mondo un posto più aperto”: lo dice Zuckerberg, che però sul web difende accanitamente la propria privacy, per esempio con una app speciale che gli permette di cancellare, senza che tu lo sappia, il messaggio che lui ha inviato con Facebook al tuo box di posta elettronica.

   Per giustificare il modus operandi di Facebook, quello di spiarti, nel 2010 Zuckerberg disse che la privacy non è più una norma sociale, ma nel 2018, a un senatore che, per chiarire quale fosse il punto della questione, gli chiese se volesse dirgli in che albergo alloggiava, Zuckerberg rispose “No”.

   Altri slogan mistificatori sono “Vogliamo rendere la vita migliore per tutti”, “Abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni”, “Non ci siamo concentrati abbastanza sulla prevenzione di un uso distorto dei dati” e “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”: con queste frasi a effetto, Facebook e il suo CEO si atteggiano a filantropi, nascondendo la vera attività della piattaforma: trangugiare dati personali in modo da bersagliare gli utenti con pubblicità mirata alle loro debolezze psicologiche (Solon, 2018).

   Lo slogan fondativo della mitologia Facebook (“Creare un mondo più aperto e più connesso”) è stato smentito da email private di dirigenti Facebook rese pubbliche nel dicembre 2018 dal parlamento inglese. Dettando la linea, Zuckerberg scrive in una email che “la condivisione di dati è utile solo se la gente li condivide con Facebook”.

   Gli imperatori del web ammettono le loro pratiche dannose solo dopo esser stati sgamati, come fece Google quando si scoprì che il suo algoritmo indirizzava la ricerca privilegiando i clienti di Google.

   Zuckerberg va oltre: a ogni scandalo, recita sempre un monologo di contrizione dove definisce “un errore” ogni decisione presa per espandere Facebook succhiando dati agli utenti, si scusa, ma sostiene si tratti di una cosa del passato che è stata risolta, o lo sarà; e poi continua a succhiare dati agli utenti, senza mai pagare alcuna penale per gli “errori” del “passato”, di cui a parole si assume “ogni responsabilità”. 

   Le loro pratiche sono dannose anche per la salute: Sean Parker, uno dei fondatori di Facebook, ha detto che il meccanismo dei like fu implementato da lui, da Zuckerberg, da Kevin Systrom di Instagram e da tutti i creatori di social network poiché la validazione sociale dei like induce negli utenti una dipendenza da dopamina che li spinge a postare su Facebook altri commenti e foto per ottenere altri like, cioè altra dopamina: quindi, in pratica, quel “vincolo di fiducia” è quello fra utente e pusher. I dati sulla dipendenza dei bambini da smartphone e social sono così allarmanti che grossi fondi d’investimento fanno pressione affinché le major del web implementino soluzioni al problema.

   Né si può parlare di “vincolo di fiducia” quando le piattaforme di sorveglianza adescano gli utenti con il trucco del clickbaiting. Il presunto “vincolo di fiducia” è strumentalizzato per l’estrazione dissimulata di dati e metadati personali a scopo di micro-targeting: Facebook, per conquistare i territori degli smartphone, implementò un’interfaccia (Graph API) con cui gli sviluppatori di app potevano interagire con la piattaforma di Facebook e accedere ai dati degli utenti e dei loro “amici” (attività, interessi, check-in, localizzazione, foto, opinioni politiche e religiose, stato civile, relazioni): ne approfittarono aziende come SCL Group, la cui mission dichiarata è il cambiamento comportamentale del pubblico; ma quell’interfaccia era una parte fondamentale di Facebook.

   Il capitalismo digitale si fonda su piattaforme di sorveglianza che usano l’enorme mole di dati raccolta su ogni utente per condizionarne le scelte (commerciali e politiche): Facebook se ne vanta pure, con i suoi inserzionisti. Come è emerso, Facebook, con le sue pratiche, le sue omissioni, le sue connivenze e le sue bugie, contribuì a indebolire la democrazia (Solon, 2018). 

   Nonostante la protesta mondiale #deletefacebook, i media italiani e stranieri (a parte Playboy) non cancellarono il proprio account Facebook e i propri link a Facebook. Il business digitale dei media è lo stesso di Facebook. La multinazionale oligopolista Facebook serve al business digitale dei media. Questa complicità di sistema non risolve il problema: che ne è della responsabilità sociale dei media? 

   Fra gli strumenti di Facebook, il più criticato dagli utenti è il suggeritore di amici (“People You May Know”): è sconcertante che possa raccomandare, come è successo, connessioni fra pazienti dello stesso psichiatra, fra familiari in litigio, fra molestatore e vittima (Dance, LaForgia & Confessore, 2018).

   Si aggiungano i danni psicologici sugli adolescenti: non solo il giudizio degli altri, la cui importanza è resa eccessiva dai social, porta a un perfezionismo ansiogeno (Curran & Hill, 2017) che è all’origine di psicopatologie giovanili (Limburg et al., 2017), dalla fobia sociale alla depressione, dalla bulimia agli istinti suicidi; ma, data l’assenza di controlli, i bulli sono liberi di vessare i coetanei fragili, portandoli al suicidio.

   Senza controllo sui contenuti, i criminali sono liberi di fare pubblicità per vendere oppioidi sottobanco, un’attività illegale cui Zuckerberg aveva promesso di porre rimedio, ma ancora florida nei giorni dell’audizione alla commissione del Senato USA.

   Soprattutto, emergenze come una pandemia rendono necessario il controllo sui contenuti: negazionisti, ciarlatani, approfittatori e cazzari causano morti.

   YouTube (Google) è stata denunciata nel 2018 per violazione delle leggi sulla tutela dell’infanzia: creava pubblicità per i minori di 13 anni, e raccoglieva dati personali sui bambini (posizione, dispositivi identificativi e numeri di telefono) senza il consenso dei genitori.

   YouTube (Google) attira pubblico proponendo di continuo (come “raccomandazione” e come “autoplay”) contenuti estremizzati: se cerchi “Trump”, YouTube ti propone video suprematisti e di negazione dell’Olocausto; se cerchi “Bernie Sanders”, YouTube ti propone video dietrologici su agenzie segrete governative e sull’ipotesi che il governo americano fosse dietro l’11 settembre (Naughton, 2018).

   Facebook fu usata con successo dagli hacker russi che interferirono con le elezioni USA del 2016 per favorire Trump (McCabe, 2016); e dagli ultranazionalisti di Myanmar, che diffusero fake news e hate speech allo scopo di fomentare le violenze di massa contro i musulmani Rohingya e altre minoranze (Hogan & Safi, 2018).

   Nel dicembre 2018, 29 associazioni per la difesa dei diritti civili, fra cui MoveOn.org, hanno chiesto un cambiamento delle pratiche di Facebook, e la destituzione di Zuckerberg e Sandberg dal board dei dirigenti, dopo l’inchiesta del New York Times su come Facebook, una volta emerse le sue responsabilità nella propaganda virale di odio contro minoranze vulnerabili, cercò di screditare i propri critici assoldando un’azienda di Pr che li bollasse come agenti di George Soros (Ho, 2018).

   Novembre 2019: Facebook censura le pagine, anche di testate giornalistiche, che informano sulla guerra turca contro i curdi e che solidarizzano con il popolo curdo. Una censura, peraltro, “fatta da persone sottopagate e sfruttate, impiegate nell’attività di ripulitura del social” (Pieranni, 2019).

   Facebook non blocca l’attività del movimento cospirazionista QAnon, seguito da 3 milioni di utenti, che diffonde i proclami di un anonimo “Q” su una fantomatica organizzazione di pedofili e mercanti del sesso che mirerebbe a destituire Trump (Hern, 2020).

   Lo strapotere delle piattaforme di sorveglianza sovverte la democrazia, altro che “vincolo di fiducia”. E’ inaccettabile che la regolamentazione dell’attività delle piattaforme di sorveglianza sia lasciata all’arbitrio interessato delle multinazionali del web.

4) “Colpire chiunque metta files in condivisione peer-to-peer è impossibile, trattandosi di milioni di persone!” Ma questo non giustifica l’abuso del peer-to-peer, di cui peraltro sono responsabili innanzitutto le piattaforme di sorveglianza che lo rendono possibile: un conto è copiare una musicassetta da dare agli amici, un altro conto è copiare un contenuto digitale protetto da copyright e passarlo a milioni di persone. L’illegalità senza coscienza politica è sempre complice del potere. Così i big del web hanno ottenuto l’egemonia.   

   Quanto al dato tecnico, è possibilissimo per una piattaforma P2P controllare il file-sharing degli utenti: come spiega il perito del caso Scarlet Extended SA v. Société belge des auteurs (2011), non si condanna l’Internet Service Provider non perché sia innocente dell’omesso controllo, ma perché si considera prioritario l’interesse alla riservatezza degli utenti, riservatezza che comunque soccombe di fronte all’esigenza di prevenzione del terrorismo.

5) “Il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) non ha fermato la pirateria, e minaccia la libertà d’espressione: la semplice diffida da parte del soggetto che ritiene leso il suo copyright basta a costringere la piattaforma a rimuovere il contenuto, senza prove, verifiche, indagini della magistratura!” Ma nessuna legge ha mai fermato il crimine; e le piattaforme di sorveglianza sono diventate oligarchie multinazionali permettendo la diffusione e lo scambio di materiali protetti da copyright senza esercitare alcun controllo, poiché gli conveniva; nel 2014, la Corte europea, decidendo sulla causa UPC Telekabel Wien GmbH v. Constantin Film Verleih GmbH, chiarisce che un Internet Service Provider è un intermediario, contro cui i titolari dei diritti possono chiedere un provvedimento inibitorio, ai sensi dell’art. 8 § 3 della Direttiva 2001/29/CE.

6) “La soluzione si imporrà non a livello di diritto commerciale, quanto a livello di egemonia culturale!” Ma così si è favorita l’egemonia commerciale e culturale delle multinazionali del web, un’egemonia di mercato che fa l’interesse degli inserzionisti pubblicitari, non degli utenti. Inoltre, il fatturato dei giganti del web eccede di gran lunga la forza-lavoro impiegata; forza-lavoro che è pure sottopagata, specie se di genere femminile, e iper-sfruttata. Soprattutto, quel fatturato si fonda sull’attività degli utenti: il tempo che trascorrono usando i macchinari dei social (servizi, li definiscono furbescamente) è un lavoro che non viene pagato, come invece dovrebbe essere.

7) “Gli Einsturzende Neubauten, e poi gli Elii, hanno registrato, masterizzato e venduto il cd dei loro concerti in tempo reale, ogni sera, a prezzi molto bassi; una soluzione che valorizza l’esibizione dal vivo e relativizza l’importanza economica del supporto!” Ma con queste premesse i Beatles non avrebbero potuto creare “Sgt. Pepper”. Inoltre, il feticismo dell’esibizione dal vivo si fonda sul pregiudizio dell’originalità, riproponendo la metafisica della funzione autore di cui a parole ci si vuole liberare quando si lotta, giustamente, contro gli eccessi del copyright.

8) “La pirateria è un grande processo di riappropriazione dal basso dei mezzi di produzione della cultura!” Ma in realtà è un processo indotto dal progresso tecnologico, cioè dall’industria capitalistica, la quale come sempre supera i suoi stalli periodici cibandosi del sociale; né si è meno stronzi perché si è pirati: nel 2017, alcuni sviluppatori scoprono nel codice del sito The Pirate Bay un miner che utilizza la potenza di calcolo dei microprocessori degli ignari utenti per generare una criptovaluta, il Monero.

9) “Il file sharing fa bene al mercato perché fa pubblicità agli artisti e alle loro opere!” Ma il successo commerciale non può essere un criterio per giudicare la legittimità del file sharing, poiché il successo dipende dal gusto della maggioranza, non dagli strumenti di riproduzione/diffusione. I McDonald’s hanno successo, ma non sono ristoranti stellati. Una conseguenza perversa della pervasività e delle pratiche dei social è che il file sharing, premiando il conformismo per effetto di massa, attenta alla diversità culturale come fa il copyright, anche se per motivi differenti: il copyright impedisce la libera circolazione di tutti i prodotti della creatività, il file sharing permette al gusto della maggioranza di distorcere il mercato a danno di chi non piace ai più, ma non per questo è giusto che soccomba.

10) “Quando un fenomeno diventa un bisogno sociale, come il file-sharing, è inarrestabile!”Ma i bisogni indotti dalle novità tecnologiche del capitalismo sono inarrestabili perché il capitalismo è inarrestabile, se leggi democratiche non gli impongono paletti e doveri: dunque, usare l’argomento del bisogno sociale è farsi forza della violenza capitalistica che a parole ci si prefiggeva di contrastare.

11) “Più un’opera circola, anche piratata, e più vende!” Ma non si sa quanto venderebbe in più, non piratata; Liebowitz (2005), analizzati i dati, ne conclude che il file sharing danneggi i detentori di copyright e sia fra le cause principali nel calo delle vendite nel mercato discografico; Zentner (2006) calcola che il peer-to-peer riduca del 30% l’acquisto di musica; Peitz & Waelbroeck (2006) sostengono che l’impatto della pirateria su un’industria dipende dalle caratteristiche di quell’industria. Secondo Godin (2010), il rapporto fra un e-book scaricato gratis e la sua versione scaricata a pagamento è di 40 a 1 (la sua soluzione al problema: rendere scaricabile gratis il libro precedente quando esce il libro nuovo a pagamento); nel 2017, una ricerca commissionata alla Ipsos Connect dalla IFPI, l’organizzazione che rappresenta l’industria discografica mondiale, evidenzia il divario fra il valore enorme che piattaforme di sorveglianza come YouTube ricavano dalla musica resa disponibile e il compenso minimo che quelle piattaforme di sorveglianza riconoscono a chi produce e crea musica.

12) “Le licenze copyleft emancipano la creatività sociale da ogni manomorta capitalista, in quanto distinguono il giusto compenso del lavoro di un autore dallo sfruttamento parassitario del lavoro da parte di chicchessia, corporation comprese: puoi usare quei contenuti, senza trarne profitto!” Ma oggi un utente, grazie a opportuni contratti pubblicitari con le piattaforme, potrebbe guadagnare sul traffico web usando quei contenuti licenziati; inoltre le piattaforme di sorveglianza lucrano proprio grazie allo sfruttamento parassitario di lavoro altrui: non solo quello rappresentato dai contenuti, ma anche quello dell’utente attivo sulle piattaforme delle multinazionali del web, una manodopera gratuita che le ingrassa attraverso il data-mining.

13) “Le storie e la musica sono immateriali, quindi chi le dona non perde nulla, mentre chi le riceve si arricchisce spiritualmente!” Ma le piattaforme di sorveglianza lucrano proprio grazie al traffico di contenuti altrui “donati”, e alla manodopera gratuita degli utenti.

14) “I potentati usano la proprietà intellettuale e il copyright per rendere scarsi, cioè richiesti e costosi, beni abbondanti come le storie!” Ma le piattaforme di sorveglianza, oltre a lucrare sul traffico, sui metadati, e sulla manodopera gratuita e abbondante degli utenti, usano Bermuda, Irlanda e Olanda per eludere ed evadere miliardi di tasse annue, con diversi sistemi di triangolazione raccontati nei Paradise Papers dall’International Consortium of Investigative Journalists. I colossi del web non possiedono contenuti, ma utenti, il bene più prezioso, che è il Soylent verde del capitalismo digitale. Particolare non trascurabile: Facebook conserva in un folder tutti i dati dell’utente, comprese le foto imbarazzanti che documentano le sciocchezze commesse in gioventù, e che magari non si confanno alla carriera di quel giovane, diventato politico o giudice: potrebbero stroncargli la carriera, se divulgate. Che enorme potere di ricatto! Inoltre, Facebook & Co. potrebbero usare i dati raccolti per intimidire i propri critici. Le piattaforme di sorveglianza non hanno scopi culturali, ma scopi di sfruttamento economico, come il vecchio capitalismo di cui sono la continuazione (Srnicek, 2017).

Riformare il copyright. Per ottenere i risultati pratici che i corsari digitali auspicavano (conciliare il giusto compenso per l’autore con l’uso sociale dell’opera, cioè separare il diritto d’autore dal copyright) basterebbe riformare la durata del copyright, riportandola ai valori iniziali, parametrati all’oggi. In epoca industriale (cultura verticale creata da autori/sacerdoti e diffusa da editori, con divieto di copia non autorizzata), si pensò che 14 anni di copyright, rinnovabili, fosse la durata giusta per equilibrare i diritti del singolo con quelli della comunità; nell’epoca di Internet (cultura orizzontale creata/diffusa da tutti con tecnologie di copia non autorizzata), 14 anni di copyright rinnovabili sembrano un’eternità, perché, mentre due secoli fa la creazione/diffusione non era alla portata di tutti, e il copyright impediva quelle pratiche solo a una parte piccola della comunità (gli stampatori/editori), oggi le impedisce a tutti (Stallmann, 1996): il fatto che, negli USA, il 90% dei libri ancora protetti da copyright non sia più stampato, aggiunge la beffa al danno sociale.

   Soprattutto, se per accedere al bene ho bisogno dell’intermediazione di un ISP, il diritto non è più quello di proprietà: la logica è quella cooperativa dei diritti di credito, che però non hanno la natura personalistica dei diritti di proprietà intellettuale. Inoltre, con il cloud computing non è facile accorgersi della violazione dei propri beni immateriali; come se non bastasse, di fatto diventa impossibile difendersi da un loro uso non autorizzato, dato che il web storage è gestito da pochi colossi americani, quali Apple, Microsoft e Google, contro cui i processi sarebbero troppo onerosi per il singolo cittadino. La riservatezza, la libertà di espressione, le finalità di progresso e le nuove tecnologie convergono nell’esigenza di un diritto di proprietà intellettuale minimo (Noto La Diega, 2014).  

Nuovo plusvalore, nuovo sfruttamento. Si sapeva che il progresso tecnologico avrebbe generato tempo libero; la novità imprevista è che, nell’economia attuale, ogni attività sul web crea valore per le multinazionali del web, senza che gli utenti ricevano alcuna remunerazione; questo lavoro non riconosciuto, che ha le caratteristiche dello sfruttamento coloniale, in quanto riduce ogni individuo a un insieme di dati di cui approfittare (sia per fare soldi, sia per controllarlo, grazie ad algoritmi creati apposta, non neutri), si aggiunge a tutto il lavoro non pagato di cui il capitalismo ha bisogno per reggere come sistema (il tempo speso per gli acquisti, per il consumo, per lo studio; e tutte le attività, finora gratuite, che mantengono la coesione sociale, da quelle domestiche a quelle associazionistiche): argomenti utili alla battaglia emergente, quella per il reddito di base (incondizionato e a vita), che sarà vinta comunque, perché il reddito di base è necessario al capitalismo in stallo. Zuckerberg mette già le mani avanti, e chiede che i governi paghino il reddito di base (O’Hagan, 2018).

   L’esperienza di diversi Paesi prova che il reddito di base ha costi insostenibili, se non è accompagnato da politiche redistributive adeguate. Senza redistribuzione, non ci sarà mai aumento della domanda di beni e servizi, quindi ogni misura neo-liberista (come il Jobs Act) è destinata a fallire.

   Quanto al reddito di cittadinanza, è un sussidio temporaneo di disoccupazione, una misura che, per esempio, la Danimarca può permettersi perché ha una evasione fiscale quasi nulla, e tasse elevate. Tasse che potrebbero ridursi parecchio, se le multinazionali pagassero le proprie in ognuna delle nazioni dove operano. In aggiunta, i big del web dovrebbero pagare gli utenti in base al tempo che trascorrono sui social esponendosi alla pubblicità mirata e generando quei dati che arricchiscono le piattaforme. Stare sui social è lavoro: è ora di calcolarne l’equo compenso.

Dominio del virtuale e lotta contro-egemonica. Tutto questo, comunque, non eliminerà il dominio del virtuale sulle nostre vite (Greenfield, 2017), che è il modo tecnologico con cui il capitalismo rende invisibili i rapporti di forza a partire dai quali una politica può essere pensata. Il modo più rapido di cambiare le cose è proporre un modello nuovo, che sia persuasivo poiché migliore di quello precedente.

Conclusione. Non è vero che se le piattaforme vengono equiparate a editori chiude Internet: resta tutto come adesso, ma chi vuole guadagnare con il traffico di contenuti finalmente dovrà rispondere delle conseguenze. Se apri un’acciaieria, l’inquinamento è colpa tua, e ci sono penali da pagare. In modo analogo, grazie alle legge il Far West smise di essere prateria per le scorribande del più prepotente. Internet è ancora Far West: ciò non significa che soprusi e abusi (anche di posizione dominante) debbano continuare. Facebook e YouTube hanno redazioni che selezionano, aggregano e producono contenuti, quindi sono già editori.

   Chi sosteneva che Internet non dovesse avere alcuna regola, quando la realtà del web era ben diversa, oggi di fronte ai disastri provocati dal laissez faire digitale non riesce ad ammettere che quell’assioma era un errore, e dice che è impossibile dare giudizi e che non c’è più niente da fare, se non sperare per il meglio; ma buttarla in caciara fa di nuovo il gioco del giaguaro.

Nella querelle Twitter/Trump, Zuckerberg è intervenuto per ribadire che continuerà a non assumersi la responsabilità della sua dissennata politica industriale, usando l’ennesimo slogan paraculo (“Non siamo i guardiani della verità”). Ma la violenza dell’amministrazione Trump ha imposto una scelta di campo: Zuck ha deciso di lasciare su Facebook il messaggio rivolto da Trump a chi sta protestando per l’assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto (“Quando cominciano i saccheggi, cominciano gli spari”), e i dipendenti di Facebook si sono ribellati al capo con uno sciopero. (Hanno protestato anche i giornalisti del New York Times dopo che il giornale ha pubblicato l’articolo di un senatore repubblicano che auspicava l’intervento dell’esercito contro i dimostranti: non solo perché l’articolo mette in pericolo i neri, e i giornalisti neri; ma anche perché il New York Times, col proprio prestigio, ha amplificato, di fatto, l’opinione del senatore, e gli ha dato credibilità. Il titolo del pezzo è stato poi modificato, da “Mandate l’esercito” a “Tom Cotton: Mandate l’esercito”.)

   Per cercare di fermare l’effetto domino del boicottaggio promosso dalla campagna “Stop Hate for Profit”, Facebook ha promosso un’iniziativa (“stop, think and check”: fermati, pensa e verifica) per educare i suoi utenti a individuare le fake news e non diffonderle (secondo Facebook, uno dovrebbe chiedersi, di una notizia, “Da dove viene? Cosa manca? Come ti fa sentire?”). Al che Nick Robinson (BBC Radio Four) ha replicato: “Perché gli utenti dovrebbero fare qualcosa che una compagnia da 500 miliardi di dollari si rifiuta di fare?”  

   Da anni, i più avvertiti trovano indecente e irritante l’imperatore Zuck, perché ogni volta che beccano Facebook a fare qualche inganno, o qualche disastro, la sua replica ufficiale è sempre: “E’ un problema che stiamo risolvendo.” All’annuncio del boicottaggio Unilever, Zuck è intervenuto immediatamente con la faccia contrita di circostanza per annunciare nuove politiche aziendali, incluso il divieto di contenuti d’odio contro gli immigrati e ulteriori restrizioni sui pubblicità elettorali che diffondono notizie false. Ogni volta che c’è un problema, non dice mai: “L’abbiamo risolto.” E se i giornalisti, anni dopo, chiedono conto di come è andata a finire, Facebook non risponde. Perché Zuck dovrebbe cambiare metodo? Finora ha funzionato: i politici sono lenti, e sono tutti su Facebook. Ma provate a usare quella scusa con la vostra ragazza. “Chi è questa stronza che ti messaggia sempre su Bumble?’’ “Oh, è un problema che sto risolvendo.”

FONTI

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