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Su Dave Chappelle e il discorso tossico

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Il discorso tossico sta facendo proseliti anche in Italia, per cui certe notizie rendono doveroso un approfondimento che vada oltre la cronaca spicciola.

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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 27 ottobre)

Essere trans è buffo. Devono ammetterlo: è una situazione fottutamente esilarante. Se accadesse a me ridereste, no? (Dave Chappelle, 2017)

Il razzismo, nell’accezione estesa che ne dava Pasolini, consiste nel considerare l’altro inferiore a te perché è diverso da te. In questo senso, anche il maschilismo è una forma di razzismo: razzismo contro le donne. La cultura di massa può rendere normali gli stereotipi discriminatori: assorbendoli e ripetendoli, anche inavvertitamente, ci si comporta da razzisti, e la società peggiora. Lo scontro sul razzismo, e sulle disuguaglianze sociali che crea e rafforza, oppone due fronti. Contro il razzismo, i progressisti ricorrono a proteste mirate, sul web e fuori: gli obiettivi sono l’ostracismo del razzista e il boicottaggio delle aziende che gli forniscono il megafono. I reazionari rispondono invocando la “libertà di espressione”, come se ci fosse libertà di razzismo; definiscono “cancel culture”, etichetta denigratoria, le giuste critiche al discorso razzista; sfottono chi pensa, giustamente, che il linguaggio discriminatorio finisca per sdoganare comportamenti aberranti come quelli contro cui è sorto il movimento di protesta #blacklivesmatter; e banalizzano la questione accusando i bersagli del razzismo di “offendersi”, come se il problema fosse che l’altro si offende, non che tu sei razzista.  

     Uno dei campi di battaglia per l’egemonia culturale, anche su questo tema, è la comicità. Quando un comico reazionario viene accusato di fare gag razziste, replica sempre appellandosi al politicamente scorretto e alla libertà di satira: solo che il razzismo non c’entra col politicamente corretto, ma con la legge, poiché è un reato; non c’è libertà di razzismo, e neppure la satira ce l’ha. Per entrare nel merito, la replica del comico reazionario dovrebbe spiegare perché quelle sue gag non sono razziste. Se la polemica monta, il comico reazionario invita a farsi una risata (altra colpevolizzazione del bersaglio razzista, che dovrebbe ridere di essere ghettizzato). E i media reazionari arrivano subito in soccorso, sostenendo che quelle gag facevano ridere. Ma il punto non è se una gag fa ridere o meno. La risata non è un criterio di giudizio sui contenuti, è un riflesso scatenato dal meccanismo comico della gag. (L’altro motivo per cui la risata non è un criterio di giudizio sui contenuti è che i motivi per cui non si ride sono molteplici.). Se la tua gag veicola un’idea razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no); se ridi a una gag razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no). A maggior ragione, più sei bravo come comico, e più amplia è la tua platea, più attenzione devi mettere in ciò che dici, poiché la risata che provochi con una gag razzista sdogana il razzismo. Perpetuare uno stereotipo razzista non contrasta lo stereotipo, e incoraggia chi lo condivide: l’ultimo show del comico Dave Chappelle, The Closer, su Netflix dal 5 ottobre, ha suscitato scalpore con le sue battute transfobiche (e non solo con quelle) anche perché Chappelle, uno degli standup comedian più abili in circolazione, in passato si era posto il problema della responsabilità sociale dell’arte comica: aveva dichiarato i propri dubbi sugli effetti del suo tipo di comicità, che esasperava gli stereotipi per ridicolizzarli; e si chiedeva se il pubblico non si divertisse solo per gli stereotipi, che così lui contribuiva a rafforzare (è quello che capita in Italia con le gag reazionarie di Checco Zalone e di Pio & Amedeo, non a caso sempre difese, a ogni polemica, da Salvini e Meloni). (1. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 28 ottobre)

Dave Chappelle ha 48 anni ed è uno degli standup comedian più famosi negli USA. Durante la sua carriera, cominciata negli anni ’90, ha vinto Emmy e Grammy a bizzeffe. Raggiunse il successo con un varietà tv di sketch satirici (Chappelle’s Show, 2003-2005) che durò solo due stagioni perché Chappelle, a sorpresa, decise di smettere. Sparì per un po’, riprese a fare tour nel 2013, e nel 2016 firmò un contratto con Netflix per 6 special da un’ora. L’ultimo, The Closer, su Netflix da un mese, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQIA+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Chappelle ne snocciola in libertà da anni, e in questo monologo conclusivo cercava di affrontare le critiche piovutegli addosso dopo le gag transfobiche e omofobiche dei cinque special precedenti. Vediamone alcune.

   CHAPPELLE: “Mia moglie ha molti amici gay, Stewart è il loro capo. Ha molti amici gay e non mi piacciono. Non perché sono gay. Li sto solo giudicando in base al loro carattere. Sono solo dei tipi non simpatici. Sono dei fottuti ospiti maleducati. Sono seduti sul mio divano, ridacchiano con mia moglie, mangiano i miei fottuti amaretti. Poi entro e si comportano come se la festa fosse finita. ‘Ehi, Stewart. Come butta?’ E il tipo mi parla come parlerebbe un gatto se un gatto potesse parlare. ‘Ciao, David.’ ‘Stewart, qual è il problema, amico?’ Vuole sempre fare discussioni politiche gay. L’ultima riguardava una petizione alla Corte federale per togliere dalla legge le parole ‘marito e moglie’. Ho detto: ‘Perché vorresti quelle parole fuori dalla legge?’ Ha detto: ‘Perché discrimina le coppie dello stesso sesso’. E io: ‘Per favore, risparmiami la semantica. Fidati di me. Prendete le vostre fiches e uscite dal casinò. State per perdere tutto! Andate fuori, parlatene tra di voi, e chiunque di voi è più gay, quella è la moglie.’ No, no. A Stewart non piaceva. Stewart mi educa su questo movimento. Non ne sapevo un cazzo. Mi ha detto che si chiama LBGTQ! E io: ‘Che cazzo è la Q?’ Ha qualche senso? Q? Viene fuori che Q è come le vocali. Qualche volta sta per Y. Indica i gay che non sanno davvero di essere gay. Come i froci in prigione che dicono: ‘Cosa? Non sono gay, negro. Sto solo succhiando questi cazzi per passare il tempo. Non sono G. Sono Q.’ Di tutte quelle lettere, la T ha davanti a sé la strada più  dura. In effetti, penso che la T dovrebbe stare per ‘Transito accidentato'”.

   “Ogni volta che vedo una di quelle T per la strada, non m’importa, ma dico: ‘Quanto mi manca Bruce’. Mi dispiace, gente. Ho 42 anni. Ricordo Bruce Jenner. Prima dei Kardashian, prima di tutto questo, quel figlio di puttana era un supereroe americano bianco. Era incredibile. Batteva gli africani nell’atletica leggera. Non avevamo mai visto niente del genere. Era sulla mia scatola di cereali quando ero piccolo. Sapete quanti di quei cereali ho mangiato? Non immaginavo che l’avrebbe fatto. L’ho saputo prima che lo sapeste voi. Ho sentito delle cose in giro, a Hollywood. Uscivi, vedevi gente. ‘Ehi, che succede, Kanye? Perché quel muso lungo?’ ‘Negro, vedrai. Adesso ho due suocere'”.

   “E quando ho sentito che l’avrebbe fatto, ho avuto paura. Non pensavo che il pubblico fosse pronto. Non pensavo che i media fossero pronti. Bè, mi sbagliavo. Non solo il pubblico lo ha abbracciato, ma i media sono stati gentili. Non avevo mai visto niente del genere. ‘Benvenuta nel mondo, Caitlyn. Arrivederci, Bruce. Ciao, Caitlyn.’ Ero scioccato! Dave Chappelle, americano nero, era anche un po’ geloso. Ero tipo: ‘Come cazzo stanno facendo i trans a battere i neri alle Olimpiadi della discriminazione?'” (2. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 29 ottobre)

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQIA+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag. Poi le commenteremo, insieme con il caso, i suoi sviluppi, e il ruolo che polemiche come queste hanno nello scontro politico, anche da noi. Non c’è fretta: il Ddl Zan anti-omofobia è stato bocciato al Senato grazie a un trappolone di Calderoli (Lega) e se ne riparlerà chissà fra quanto. Qui l’esultanza delle destre, a futura memoria: bit.ly/3mjnNfQ. 

   CHAPPELLE: “Se la polizia uccidesse la metà dei trans rispetto a quanti negri ha ucciso l’anno scorso, ci sarebbe una cazzo di guerra, a Los Angeles. Conosco dei neri a Brooklyn, dei figli di puttana, dei duri da strada, che si mettono i tacchi alti solo per sentirsi al sicuro.”

   “I trans sono gangster. Facevo affari con una trans a Hollywood. Avrebbero tutti paura di lei, in una sala riunioni. Farebbe il suo ingresso, nuova di zecca, tacchi alti, borsetta. Non dice nulla, cammina semplicemente intorno al tavolo, minacciosa. Poi si mette a capotavola, ci fissa tutti, prende la borsetta, tira fuori il suo vecchio uccello e lo schiaffa sul tavolo. ‘Parliamo di affari, signori.’ ‘Aaah!’ Uno spavento del cazzo. Se il tuo migliore amico te lo proponesse, saresti inorridito. ‘Yo, negro, andiamo all’ospedale, tagliamoci i cazzi e facciamo cagare sotto quelle merde.’ ‘Cosa?! Non possiamo solo metterci dei giubbotti identici o farci dei tatuaggi o qualcosa del genere? Sei sicuro che sia quello che vuoi fare?’ ‘C’è solo un modo per scoprirlo, negro. Wu Tang! Pow! Pow! Andiamo al club e inganniamo i negri a scoparci. Sì.'”

   “Sono andato a un party in una galleria d’arte. Non so chi di voi sia mai stato ricco, ma sono party molto carini. Vino e formaggio e conversazioni favolose. E c’erano alcuni tipi eccentrici, uno dei quali era un uomo molto ricco che indossava un vestito femminile. Non so come lo chiamate. Una tranny, o una drag queen, forse. Qualunque cosa fosse, era decisamente un uomo. E quest’uomo era decisamente drogato. Non so di cosa si fosse fatto, ma aveva esagerato. Non aveva un bell’aspetto. Era così: (fa dei gemiti). Sembrava malato, e tutti i suoi amici erano in piedi intorno a lui, preoccupati, cercando di rianimarlo. Sembrava una specie di rianimazione gay. Sventolare di ventagli eccetera. Avrei dovuto badare ai fatti miei, ma mi sono incuriosito. E mi sono avvicinato. Gli ho detto solo: ‘Mi scusi, signore. Sta bene?’ Mi hanno guardato come fossi il male. ‘Lei sta bene. Ora, sostengo il diritto di chiunque di essere chiunque si senta dentro di sé. Sono dalla tua parte. Tuttavia, la mia domanda è: fino a che punto devo partecipare alla tua immagine di te? È giusto che io debba cambiare tutto il mio gioco di pronomi per questo figlio di puttana? Non ha senso. Sul serio. Se indosso un maglione a rombi e dico: ‘Ehi, gente, mi sento un bianco con questo maglione, e voglio un po’ di rispetto e un prestito bancario’, non funzionerà. Non te ne frega un cazzo di come mi sento. Perché dovrei fregarmene di come ti senti? Ma non c’era tempo per il dibattito filosofico. Era una situazione di emergenza. Ho detto: ‘Ok, mi dispiace. Ero solo preoccupato perché ha un aspetto terribile. Ed è appena caduta dalla panchina. Il suo cazzo le sta uscendo dal vestito. Ti dispiace se chiamo un’ambulanza, campione? Preferirei non essere a un party dove una tranny ha un’overdose. Troppe domande a cui rispondere.” (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 30 ottobre)

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQIA+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag. Poi ci dedicheremo all’esegesi. La cosa ci interessa da vicino: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

   CHAPPELLE: “Non so perché, o come, siano diventati tutti così sensibili. Sapete chi mi odia di più? La comunità transgender. Questi figli di puttana sono davvero arrabbiati per l’ultimo speciale di Netflix. Non so cosa fare al riguardo perché mi piacciono. Da sempre. Mai avuto problemi con loro. Sto solo cazzeggiando. Penso di prendere in giro tutti. Come gruppo di persone, devono ammettere che… Non ho mai visto nessuno, in una situazione così esilarante, non avere il senso dell’umorismo. Sono nati con la sensazione di essere qualcosa di diverso da come sono nati, e questo è piuttosto divertente. Voglio dire, è divertente se non sta succedendo a te…Nemmeno io li capisco, ma so che prendono sul serio quello che dicono. Si tagliano via i cazzi. Non mi servono altre prove.” 

   “Avevo letto sul giornale che Caitlyn Jenner stava pensando di posare nuda in un  prossimo numero di Sports Illustrated. E so che non è politicamente corretto dire queste cose, quindi ho pensato: ‘Fanculo, lo dirò io per tutti gli altri: bleah.’ A volte voglio solo leggere delle statistiche. Non capisco perché stipare una passera maschile in mezzo alle  pagine sportive. Pensavo solo che quello non fosse il posto adatto. Ma non stavo dicendo che Caitlyn Jenner è una cattiva persona. Non sono arrabbiato con lei. Non sono nemmeno arrabbiato con Sports Illustrated. Se sono arrabbiato con qualcuno, forse sono solo arrabbiato con me stesso. Perché in fondo so di non essere abbastanza forte per non guardare quelle foto. E non credo di essere pronto a vedere cosa sta cercando di mostrare. Quindi Caitlyn, cazzo, se vai avanti con questa cosa, stronza, è meglio che ti impegni o vai a casa. Voglio che tu vada fino in fondo. Stile Hustler. Sa cosa significa stile Hustler, signorina? Significa allargare le labbra. Spero che allarghi le labbra e dentro ci sia un piccolo cazzo. Lo spettacolo è dietro le quinte.”

   “Non ho problemi con le persone transgender. Il mio problema è il discorso sulle persone transgender. Sento che queste cose non dovrebbero essere discusse davanti ai neri. È offensivo, tutto questo parlare di come queste persone si sentono dentro. Da quando all’America frega un cazzo di come si sente dentro qualcuno di noi? E non riesco a togliermi di dosso il terribile sospetto che l’unico motivo per cui tutti parlano delle trans è perché degli uomini bianchi vogliono esserlo. Ecco, l’ho detto. Se fossero solo le donne a sentirsi in quel modo, oppure se i neri e i messicani dicessero: ‘Ehi, ci sentiamo ragazze dentro’, gli direbbero: ‘Stai zitto, negro. Nessuno ti ha chiesto come ti senti. Forza ragazzi, abbiamo delle fragole da raccogliere’. Puzza di privilegio bianco. Vi siete mai chiesti perché per Bruce Jenner è stato più facile cambiare sesso di quanto non sia stato per Cassius Clay cambiare il suo nome?” 

   “Quindi se sono sul palco e dico una battuta che ti fa venir voglia di picchiare una trans, allora probabilmente sei un pezzo di merda e non venire più a vedermi.” (4. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 2 novembre)

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Continuiamo a passare in rassegna quelle gag perché è sempre meglio sapere di cosa si parla; poi le commenteremo, evitando per quanto possibile di sederci, in paramenti pontificali, sulla sedia gestatoria della comicità. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ. 

   CHAPPELLE: “A volte, la cosa più divertente da dire è cattiva. È una posizione difficile in cui trovarsi. Quindi dico molte cose cattive. Ma ricordatevi: non le dico per essere cattivo. Le dico perché è divertente. Tutto è divertente finché non capita a te.”

   “A essere sincero, brutalmente, l’unico motivo per cui mi sono mai arrabbiato con la comunità transgender è perché ero in un club di Los Angeles e ho ballato con una di loro per sei canzoni di fila. Non ne avevo idea. Poi si sono accese le luci e ho visto le nocche. Ho detto: ‘Oh, no!’ E tutti ridevano di me. Star mondiale. Ho detto: ‘Perché non mi hai detto niente?’ Poi ho sentito quella voce sensuale: ‘Non ho detto niente, Dave Chappelle, perché mi stavo divertendo molto. E non ero sicura di come ti saresti sentito al riguardo.’ Ho detto: ‘Lo sapevi, come mi sarei sentito.’ E lei: ‘Sto andando a casa. Non voglio problemi da te.’ Ho detto: ‘Casa? Sono rimaste solo due canzoni. Voglio dire, potremmo anche finire la notte.’ E abbiamo finito per fare colazione insieme. Oh, crescete: questo non mi rende gay. Le ho scopato solo solo le tette. Quelle tette sono vere come tutte le tette di Los Angeles. Erano le due del mattino. Stavo solo prendendo in prestito un po’ di attrito da una sconosciuta.”

   “Era un ragazzo di 14 anni. E Kevin Spacey gli si avvicina a un party. Ironicamente, il ragazzo è cresciuto ed è gay. Il che significa che Kevin Spacey può sniffarne uno come un maiale da tartufi. (annusa) ‘Sì, è uno come me.’ E non per biasimare la vittima, ma mi sembra il tipo di situazione in cui va a cacciarsi un gay di 14 anni. Perché ho frequentato una scuola d’arte. Ed erano tutti gay. Alle superiori. Erano tutti gay. E i gay sono molto più maturi di tutti quanti noi…Scherzi a parte, Kevin Spacey non avrebbe dovuto fare quella stronzata a quel ragazzo. Aveva 14 anni ed è stato costretto a portare con sé il segreto di un uomo adulto. Per 30 anni. Cristo, deve aver rotto le cuciture con quello. La parte più triste è che se manteneva quel segreto per altri sei mesi adesso saprei come finisce House of Cards.”

   “Non sono venuto qui per avere ragione, sono venuto qui solo per cazzeggiare.”

   “Per la strada sono noto come incolpatore di vittime. Se qualcuno viene da me tipo ‘Dave, Dave, Chris Brown ha appena picchiato Rihanna’, io dico: ‘Bè, lei cos’aveva fatto?’ ‘Dave, Michael Jackson molestava i bambini.’ ‘Bè, loro cosa indossavano in quel momento?’ Non credo che Michael Jackson l’abbia fatto. Ma sapete cosa? Se anche l’avesse fatto… Capite cosa intendo? Voglio dire: è Michael Jackson. So che più della metà delle persone in questa stanza è stata molestata nella sua vita. Ma non era Michael Jackson, vero? Questo ragazzo si è fatto succhiare il cazzo dal Re del Pop. Tutto quello che otteniamo noi sono Giorni del ringraziamento imbarazzanti per il resto della nostra vita. Sai quanto deve essere stato bello andare a scuola il giorno dopo quella stronzata? ‘Ehi, Billy, com’è andato il fine settimana?’ ‘Com’è andato il mio weekend? Michael Jackson mi ha succhiato il cazzo! Ed è stata la mia prima esperienza sessuale. Se sto iniziando da qui, allora il limite è il cielo!'” (5. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 3 novembre)

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag. Seguirà la parte ermeneutica. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.  

   CHAPPELLE: “Quello che Kevin Hart e io abbiamo dovuto imparare nel modo più duro è che stavamo infrangendo una regola non scritta e non detta del mondo dello spettacolo. La regola è che qualunque cosa tu faccia nella tua espressione artistica, non ti è mai, mai, permesso di sconvolgere le persone dell’alfabeto. Sapete chi intendo. Quelle persone che hanno preso per sé il 20% dell’alfabeto. Direi le lettere, ma non voglio farli arrabbiare. Ah, ormai è troppo tardi. Sto parlando delle L, B, G e T. Ho amici di tutti i tipi di lettere. Tutti mi amano e io amo tutti. Ho amici che sono L. Ho amici che sono B. E ho amici che sono G. Ma le T odiano le mie budella. E non le biasimo. Non è colpa loro. È mia. Non riesco a smettere di raccontare battute su di loro…Sentite sempre tutte quelle lettere insieme, ‘LBGT, LBGT’, e pensi che sia un grande movimento. Non lo è. Quelle lettere sono tutto il loro movimento. Viaggiano solo insieme nella stessa auto. E la mia ipotesi è che le G stiano guidando quell’auto. Questo per me ha senso. Perché nelle G ci sono uomini bianchi.”  

   “Mi dispiace per le T, ma fanno così confusione! E non è tutta colpa mia. Sento che dovrebbero assumersi delle responsabilità per le mie battute. Perché non ho avuto questa idea da solo, questa idea che una persona possa nascere nel corpo sbagliato. Ma devono ammettere che è una situazione esilarante. Se fosse successo a me ridereste, no? E se fossi cinese? Ma nato in questo corpo negro. Non sarebbe divertente? E per il resto della mia vita dovessi andare in giro a fare quella faccia: ‘Ehi, gente, sono cinese!’ E tutti si arrabbiano: ‘Smettila di fare quella faccia. È offensivo.’ ‘Cosa? E’ come mi sento dentro!’ È difficile non scrivere queste battute. È difficile non pensarci. Ci penso anche quando guardo lo sport. Ok, diciamo che LeBron James ha cambiato sesso. Va bene. Può restare in NBA, oppure, essendo una donna, deve andare in WNBA dove segnerà 840 punti a partita? Cosa significa effettivamente essere uguali? Capite cosa voglio dire? Ad esempio, se le donne fossero davvero uguali agli uomini, allora non ci sarebbe la WNBA, no? Saresti abbastanza brava da giocare nell’NBA con noi.”

   “Se fate parte di un gruppo che ho preso in giro, allora sappiate che probabilmente vi prendo in giro solo se mi rivedo in voi. Prendo in giro i bianchi poveri perché una volta ero povero.”

   “Il mio club preferito in America è un club di San Francisco chiamato Punch Line. È  molto piccolo, una sala da 200 posti. E stavo lavorando al materiale dello spettacolo di stasera…C’è una donna trans seduta tra il pubblico…Si fa chiamare Daphne…Rideva alle battute sulle trans più di chiunque altro. (Dopo lo show) beviamo un po’ di tequila e ce ne stiamo seduti lì…E poi mi dice: “Certo che ti fai una cattiva reputazione con le tue battute sulle trans.’ Dico: ‘Spero di non averti offeso.” E lei: ‘No, no, no. In effetti, ho letto di te sul New York Times. Ti accusavano per R. Kelly. Dicevano che facendo battute su di lui lo hai normalizzato.’ Dico: ‘Sì, l’hanno detto.’ Dice: ‘Mi chiedo perché non abbiano mai detto che hai normalizzato le trans facendo battute su di noi.’ E non ci avevo mai pensato, non mi era mai venuto in mente.” (6. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 4 novembre)

Gli show Netflix di Dave Chappelle hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag. Seguirà il commento, che dovrà intendersi, al solito, come mera ipotesi di lavoro, seppur mediata dalla signoria dei toni esplicativi. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

   CHAPPELLE: “Non ho detto nulla che possa alludere al fatto che gli uomini gay non siano uomini. So che siete uomini. In effetti, cosa potrebbe esserci di più virile che fottere un altro tizio nel culo?” 

   “A tutte le domande che vi siete fatti su tutte le battute che ho detto negli ultimi anni spero di rispondere stasera. E vorrei iniziare rivolgendomi alla comunità LBGTQ. Esatto. E voglio che ogni membro della comunità sappia che qui stasera vengo in pace. E spero di negoziare il rilascio di DaBaby. Triste vicenda. DaBaby era l’artista di streaming numero uno fino a circa un paio di settimane fa. Ha fatto una brutta caduta sul palco e ha detto alcune cose fuori di testa sulla comunità LBGTQ durante un concerto in Florida. Anch’io ci vado pesante, ma quando ho visto quella stronzata ho detto: ‘Diobono, DaBaby.’ Ha premuto il pulsante: ha colpito la comunità LBGTQ proprio nell’AIDS. Non si fa. Non si fa. Il ragazzo ha commesso un errore molto eclatante, lo riconosco. Ma molti della comunità LBGTQ non conoscono la storia di DaBaby. E’ uno scalmanato. Una volta ha sparato a un negro e l’ha ucciso, a Walmart in North Carolina. Non è successo nulla alla sua carriera. Capite dove sto andando a parare? Nel nostro Paese, puoi sparare e uccidere un negro, ma è meglio non ferire i sentimenti di un gay. Ed è proprio questa la disparità di cui desidero discutere.”

   “Pensate che io odi le persone gay, ma quello che state davvero vedendo è che sono geloso dei gay. Sono geloso, non sono l’unico nero a sentirsi così. Noi neri guardiamo alla comunità gay e diciamo: ‘Dannazione! Guarda come sta andando bene quel movimento.’ E siamo stati intrappolati in questa situazione per centinaia di anni. Come cazzo state facendo tutti questi progressi? Non posso fare a meno di pensare che se gli schiavi avessero avuto l’olio per bambini e i pantaloncini corti, avremmo potuto essere liberi cento anni prima. Se Martin Luther King avesse detto: ‘Vi voglio tutti sui carri. Rendete i vostri corpi belli e lucenti.’ Non odio affatto i gay, li rispetto da morire. Bè, non tutti. Non sono così affezionato a questi nuovi gay. Troppo sensibili, troppo fragili. Quelli non sono i gay con cui sono cresciuto, mi mancano i gay della vecchia scuola. Quelli di Stonewall, quelli li rispetto. Non hanno tollerato stronzate da nessuno, hanno combattuto per la loro libertà. La rispetto, quella roba lì. Io non sono gay eppure vorrei essere come un negro di Stonewall. Quei gay della vecchia scuola. Gangster. Quelli del glory hole, loro mi piacciono. Questi nuovi gay non sanno nemmeno cosa sia il glory hole. È un buco nel muro, costruito dagli appaltatori gay. Volete sapere perché hanno fatto quel buco nel muro? Non c’è un modo carino per dirlo. Perché quando vogliono divertirsi, mettono i loro peni in quel buco e sperano per il meglio. Io la rispetto, una cosa così. C’è molto coraggio da entrambi i lati di quel buco. Io non sono gay, eppure voglio provare quel glory hole. E se Martin Luther King avesse dovuto integrare il glory hole? (imitando King) ‘Non mi interessa se sono le labbra nere o bianche. Una bocca è una bocca. Una calda bocca bagnata.'”  (7. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 5 novembre)

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di procedere all’esame autoptico. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ. 

   CHAPPELLE: “Ci sono persone che non riescono a lasciar perdere. Per esempio, ultimamente, i gay. L’ho notato con la polemica su Manny Pacquiao. Ora, in difesa della comunità gay: Manny Pacquiao ha detto delle stronzate fuori dal mondo, sui gay, cose per niente carine che non ripeterò, ma c’erano versi biblici e alcune analogie con gli animali. Non era un bella cosa. La Nike gli ha tolto subito le sue scarpe. Cosa che pensavo fosse un po’ crudele. Perché è un asiatico. Perché cazzo devi togliere le scarpe a un asiatico per rabbonire un gay?” 

   “Ho quasi fatto a botte. Ero in un bar ad Austin con mia moglie, durante il Covid, e una stronza è venuta al nostro tavolo ed era senza mascherina: ‘Hi! How are you?’ Tutte parole con la H. Goccioline dappertutto. Abbiamo coperto i nostri drink: ‘Ehi, baby, cosa stai facendo?’ Guardo il tavolo da cui veniva e vedo degli uomini che mi stanno filmando col telefonino. Succede quando sei famoso: qualcuno prova a farti dire qualcosa di stupido in modo che i suoi amici possano filmare un video di te che ti metti in imbarazzo. E ovviamente ho pensato: ‘Questo è ciò che sta accadendo’. E questi stupidi figli di puttana hanno pensato che fosse il mio primo rodeo. Purtroppo ha funzionato. Sono andato lì, ho guardato dritto nell’obiettivo e ho detto: ‘Sei un bello stronzo a farmi questo!’. E il tizio era scioccato che l’avessi detto. Ha detto ‘Eh?’ E quando ha fatto così, ho visto che tutte le sue unghie erano colorate e ho realizzato: ‘Oh-oh Questo tizio è gay.’ Lo sapete come parlo. Do dello stronzo a tutti. Ma non è una cosa giusta da fare con un gay. E adesso ero nei guai. Non solo: il figlio di puttana era enorme. Si alza, torreggia su di me. Sarà stato 1 e 90, un grande omosessuale bianco del Texas nutrito di mais. Era pronto a fare a botte. E ha iniziato ad abbaiarmi addosso, ma sono rimasto fermo, non avevo paura. Come potevo essere spaventato? La camicia di quel figlio di puttana era annodata in questo modo. Oh, affanculo questo tipo. Forza, amico, andiamo. Pensavo che saremmo venuti alle mani. Ero pronto, e poi proprio quando pensi che avremmo litigato, indovina cosa ha fatto? Ha preso il telefono e ha chiamato la polizia. E questa cosa che sto descrivendo è un grosso problema che ho con quella comunità. I gay sono minoranze, finché non hanno bisogno di essere di nuovo bianchi. Un gay nero non me lo avrebbe mai fatto. Perché un gay nero lo sa, quando la polizia si presenta, a loro non importa chi li ha chiamati. Siamo tutti neri.” 

   “Un’altra volta, circa sei anni fa, c’è stata una donna lesbica che ha cercato di vendere una storia su di me a TMZ. Diceva che l’avevo picchiata in un night club perché era lesbica. E’ una follia. Stronza, non sapevo nemmeno che fossi una donna.”

   “Le donne ce l’hanno con me, i gay ce l’hanno con me, le lesbiche ce l’hanno con me, ma queste trans mi vogliono morto. Ho esagerato, ho detto troppo. Sono molto preoccupato. Non scherzo. Ogni volta che salgo sul palco, ho paura. Guardo il pubblico, cercando nocche e pomi d’Adamo per vedere da dove potrebbero venire le minacce. Un tizio per la strada l’altro giorno mi si è avvicinato e ha detto: ‘Attento, Dave, loro ti stanno cercando’. Ho detto: ‘Un loro, o molti loro?'” (8. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 6 novembre)

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di dar fiato alle glosse. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.  

   CHAPPELLE: “Il Webster definisce una femminista come un essere umano, non una donna, un essere umano, che crede nella parità di diritti per le donne. Sono rimasto scioccato, perché con quella definizione sono un femminista, e non lo sapevo nemmeno. Per tutti questi anni, ho pensato che significasse ‘lesbica sciatta’.”

   “Non sono indifferente alla sofferenza altrui. Ci sono leggi meschine nel nostro paese. La Carolina del Nord ha approvato una legge. In Carolina del Nord uno deve usare il bagno che corrisponde al sesso che gli è stato assegnato sul certificato di nascita. No, non è una buona legge. Nessun americano dovrebbe presentare un certificato di nascita per cagare in un Walmart a Greensboro, nella Carolina del Nord. Dovete chiedervi: queste leggi sono progettate per proteggere chi? Ad esempio, diciamo che hanno progettato questa legge per proteggere me, i miei interessi, il comico transfobico, Dave Chappelle. Diciamo che sono in un Walmart, a fare un po’ di shopping con la mia famiglia…E poi devo andare in bagno. Vado al bagno degli uomini. Sono in piedi all’orinatoio, pisciando. E questo è ciò che farà questa legge. Improvvisamente, una donna entra nel bagno degli uomini. Penso: ‘E’ strano.’ E poi lei sta spalla a spalla con me all’orinatoio. Penso: ‘Stronza, cosa stai facendo?’ E poi si alza la gonna e tira fuori un cazzo carnoso, vero, vivo! Cosa pensate che dirò? Grazie a Dio, lei è qui con me. Almeno so che la mia famiglia è al sicuro. Mmmm. No, non mi sentirò affatto così, mi sentirò molto a disagio. Mi sentirei meglio se fosse un uomo con una vagina che si appoggiasse all’orinatoio accanto a me.  Non mi preoccuperei neppure, direi solo: ‘Divertente. Questo ragazzo sta facendo pipì dal culo per qualche motivo. Oh mio Dio, deve essere un reduce. (fa il saluto militare) Grazie per il tuo servizio.”  

   “Sono seduto al bar, sto bevendo da solo e l’unica altra persona nel bar è una donna, un paio di sgabelli più in là…Dice: ‘Mia figlia sta tornando a casa per le vacanze…Vuoi vedere la sua foto?’…E prendo la foto e questo è tutto ciò che dico: ‘Oh. E’ molto bella’. E mentre mette via la foto, di colpo sembra cattiva, come se mi avesse preso in trappola. E poi dice: ‘È una trans.’ E penso tra me e me: ‘Oh, questa stronza sa chi sono.’ Mi sono davvero risentito perché quella trappola non mi ha permesso di essere onesto. Se fossi stato onesto, non ci sarei cascato. Avrei semplicemente guardato l’immagine così: ‘Guarda quella grande mascella cesellata, quel grosso collo alla Joe Rogan. Tua figlia è un uomo?’…Qualche giorno dopo, sono in un altro bar. Non un bel posto…Sono ubriaco…E chi ti vedo? La trans della foto. Non potevo crederci. Le dico: ‘Cosa ci fa una trans in un posto come questo? E’ molto pericoloso’…Un altro paio di bicchieri, e potevano cominciare a chiederle la passera che non ha.”

   “Era con due neri, grandi, muscolosi e gay. Non li conoscevo, ma so che erano gay. Con un cazzo in bocca non sarebbero sembrati più gay di quanto non lo fossero semplicemente seduti lì. Avevano una faccia da gay anni ’80. Ricordate negli anni ’80 quando i gay sembravano sempre sorpresi? (fa delle facce sorprese). (9.Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 9 novembre)

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di osservarle al microscopio. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ. 

   CHAPPELLE: “Chiunque di voi mi abbia visto sa che non ho mai avuto problemi con le trans. Se ascoltate quello che dico, chiaramente tutti i miei problemi sono sempre stati con i bianchi. Litigo coi bianchi da tutta la mia carriera. Proprio quando pensavo di avervi in pugno, cambiate le regole. (fa la voce profonda) ‘Davvero?’ (voce normale) Sì, figlio di puttana. (voce profonda) ‘Bè. Adesso sono una donna e devi trattarmi come tale. Chiamami donna, negro.’ (voce normale) E’ seccante, cazzo. (una ragazza urla qualcosa) No, no. Guardate tutti gli show che ho fatto su Netflix. Ascoltate tutto quello che ho detto sulle trans. Ho detto: ‘Quanto devo partecipare alla tua immagine di te?’ Ho detto: ‘Non dovresti parlare di queste cose davanti a un nero.’ Ho detto: ‘Ci sono negri a Brooklyn che portano i tacchi per sentirsi più sicuri.’ Ho chiesto: ‘Perché è più facile per Bruce Jenner cambiare genere, che per Cassius Clay cambiare il suo nome?’ Se ascoltaste quello che dico! Non parlo neanche di loro, sto parlando di noi. E loro non ascoltano. E’ seccante. Hanno cancellato gente molto più potente di me. Hanno cancellato J.K. Rowling…Sono d’accordo con lei: il genere è un fatto.

   “Caitlyn Jenner, che ho conosciuto. Una persona meravigliosa. Caitlyn Jenner è stata eletta donna dell’anno. Il suo primo anno da donna. Notevole, no? Batte ogni stronza di Detroit. È migliore di tutte voi. Non ha mai avuto il ciclo. Non è così? Sarei furioso, se fossi una donna. Sarei furioso se fossi me, seduto ai BET Awards, e dicessero: ‘E il vincitore per la categoria ‘Negro dell’anno’… Eminem!'” 

   Non dico che le trans non sono donne. Dico solo che le passere che hanno…Capite cosa intendo? Non dico che non sia una passera, ma è Oltre la Passera o una Passera Impossibile. Sa di passera, ma non è quel che è, no? Quello non è sangue, è succo di rapa. Oh, adesso sono nei guai.”  

   “Una delle persone più belle che abbia mai incontrato era una trans di San Francisco…Daphne Dorman…Una trans bianca che rideva di gusto a tutto ciò che dicevo. Soprattutto le battute sulle trans, molto sconcertanti…E lei continuava a parlarmi. E poi lo spettacolo è diventato qualcosa di più bello di uno spettacolo. È diventata come una conversazione tra un uomo di colore e una donna trans bianca e abbiamo iniziato ad andare in profondità. Tutte quelle domande che pensi di aver paura di fare, le stavo facendo e lei stava rispondendo, e le sue risposte erano divertenti. Il pubblico stava cadendo dalle sedie e alla fine dello spettacolo dico: ‘Bè, Daphne, è ​​stato divertente. Ti amo da morire, ma non ho idea di che cosa cazzo stai parlando’. Tutti ridoro, tranne Daphne. Mi guarda come se non fossi più il suo amico, ma qualcosa di più grande, il mondo intero. Poi dice: ‘Non ho bisogno che tu mi capisca. Ho solo bisogno che tu creda che sto vivendo un’esperienza umana.’. E tutto il pubblico ha un sussulto. E le do l’occhiata da Fight Club. Le dico: ‘Ti credo, stronza’. Perché non ha detto niente sui pronomi. Non ha detto nulla sul fatto che fosse nei guai. Ha detto: “Devi solo credere che sono una persona e sto cercando di farcela”. So che ti credo, perché tra simili ci si capisce.” (10. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 10 novembre)

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Oggi concludiamo la rassegna di quelle gag, e da domani ci dedicheremo alla recensione meticolosa. Saranno 12 puntate, perché la cosa ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.  

   CHAPPELLE: “Una delle persone più belle che abbia mai incontrato era una trans di San Francisco…Daphne Dorman…Una trans bianca che rideva di gusto a tutto ciò che dicevo. Soprattutto le battute sulle trans, molto sconcertanti…Siamo andati tutti nel backstage e stavamo solo bevendo, parlando di stronzate e ridendo, e Daphne ha rubato la scena, ha fatto pisciare tutti dal ridere…Mi guardo intorno e penso: ‘Oh mio Dio, è divertente’. L’ho presa da parte, ho detto: ‘Sei divertente. Non l’avrei detto quando eri sul palco. Sbagli alcune cose, ma posso aiutarti. Quando sono a San Francisco, perché non apri il mio spettacolo? Ti darò dei consigli e vediamo se riesci a risolvere questa cosa.’. Mi fa: ‘Dici sul serio?’ E io: ‘Sì.’ E lei mi stringe forte, mi abbraccia. E io l’ho respinta violentemente, perché sono transfobico. Le ho detto: ‘Confini, stronza!’ Quando è uscito Sticks and Stones, molte persone della comunità trans erano furiose con me, e a quanto pare mi hanno smerdato su Twitter. Non me ne frega un cazzo, perché Twitter non è un posto reale. E la cosa più difficile da fare per una persona è andare contro la propria tribù se non è d’accordo con la propria tribù, ma Daphne l’ha fatto per me. Ha scritto un tweet che è stato molto bello: ‘Colpire dall’alto al basso qualcuno richiede che tu pensi che sia inferiore. Io conosco Dave, e lui non lo fa. Non colpisce dal basso all’alto, non colpisce dall’alto al basso, dice battute, ed è un maestro nel suo mestiere.’ Questo è quello che ha detto. Bellissimo tweet, bellissima amica. Ci è voluto molto coraggio per difendermi in quel modo, e quando lo ha fatto la comunità trans l’ha attaccata su Twitter. Per giorni si accaniscono su di lei, e lei ha la meglio, perché è divertente. Ma sei giorni dopo quella notte meravigliosa che vi ho descritto, la mia amica Daphne si è suicidata. Oh sì, questa è una storia vera. Non per le battute. Non so se è stato per gli attacchi che le hanno fatto, non so cosa stesse succedendo nella sua vita, ma scommetto che attaccarla non ha aiutato…Leggo il suo necrologio e scopro che aveva una figlia…Mi sono messo in contatto con la sua famiglia e ho creato un fondo fiduciario per sua figlia perché so che è tutto ciò che a Daphne importava davvero. E non so cosa abbia fatto per lei la comunità trans, ma non mi interessa, perché sento che non era della loro tribù, era della mia. Era una comica, nella sua anima. La figlia è molto giovane, ma spero di essere vivo quando compirà 21 anni perché le darò io stesso quei soldi. E per allora sarò pronto a dirle quello che non sono pronto a dirle oggi. Dirò a quella ragazzina: ‘Ragazza, conoscevo tuo padre. Ed era una donna meravigliosa.'”

   “Kevin Hart ha sognato per tutta la vita di presentare gli Oscar, e quando finalmente ha ottenuto il lavoro gliel’hanno portato via! Non è giusto. Non l’hanno ucciso: Kevin è uno robusto…LBGTQ, L-M-N-O-P-Q-Y-Z, è finita. Non dirò altre battute su di voi finché non saremo entrambi sicuri che stiamo ridendo insieme…Tutto quello che chiedo alla vostra comunità, con tutta l’umiltà, per favore, smettete di colpire dall’alto al basso la mia gente. Grazie mille e buona notte.” (11. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 11 novembre)

I sei show Netflix del comico Dave Chappelle hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Transfobia e omofobia sono forme di razzismo. L’uditorio superficiale ride a quelle gag come fossero acqua fresca, legittimandone il contenuto, mentre i capziosi ci marciano (per esempio le destre, e i comici che lavorano con Netflix). Chappelle è uno degli stand-up comedian più famosi negli USA, e questo aumenta la pericolosità dei suoi monologhi, quando per far ridere una platea di 180 milioni di persone (il pubblico di Netflix) si serve di falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie.  

Falsità fattuali. Chappelle contrappone di continuo le persone trans e queer alla comunità nera, per presentare le battaglie delle minoranze sessuali e di genere come ridicole e fasulle rispetto alle battaglie della comunità di colore (“Se gli schiavi avessero avuto olio per bambini e pantaloncini corti, avremmo potuto essere liberi cento anni prima”), nonché viziate da “privilegio bianco” (“Nel nostro paese, puoi sparare e uccidere un negro, ma è meglio non ferire i sentimenti di una persona gay”; “Non ho problemi con le persone transgender. Il mio problema è il discorso sulle persone transgender. Queste cose non dovrebbero essere discusse davanti ai neri….Puzza di privilegio bianco”). Questa antitesi è assurda: le due lotte non sono mutualmente esclusive. Inoltre, molte persone queer sono nere (come Patrisse Cullors e Alicia Garzia, due delle tre fondatrici di #BlackLivesMatter); e le donne trans di colore sono da anni in prima linea nella lotta per i diritti delle persone trans (basti pensare a Laverne Cox, la star di “Orange is the New Black”, e alla sceneggiatrice Janet Mock). Infine, nella comunità LGBTQ+ sono soprattutto le persone transgender di colore a subire violenza e a venire uccise (bit.ly/3GzI5tI). 

Stereotipi denigratori. All’origine della violenza contro le donne trans c’è spesso la convinzione che siano un inganno. Chappelle reitera spesso questo stereotipo, per esempio con la gag del ballo in discoteca: “Poi si sono accese le luci e ho visto le nocche. Ho detto, ‘Oh no!’. E tutti ridevano di me.” 

Banalizzazioni reazionarie. In un’intervista radiofonica, al Washington Blade, periodico della comunità LGBTQ, che gli chiedeva perché “insiste nel dire battute oltraggiose quando le donne trans nere gli hanno chiesto di non farlo, dato che quelle battute portano a violenze e omicidi contro di noi”, Chappelle rispose: “Non mi considero transfobico perché non sono neanche sicuro di cosa significhi di preciso il termine. Non mi oppongo allo stile di vita di nessuno, purché non ferisca me o le persone che amo, e non credo che quello stile di vita lo faccia”. Monica Roberts, attivista trans black, replicò: “Essere transgender non è uno ‘stile di vita’. È l’essenza di chi siamo come persone. E alcune persone transgender sono nere e subiscono l’inferno per essere entrambe le cose.” In scena, Chappelle afferma “Non mi sento mai in colpa per quello che dico qui”, come se non ci fosse alcun legame tra cultura transfobica e violenza transfobica. Non c’è bisogno di ricordare la propaganda nazi per sapere come funzionano queste cose. Negli USA la violenza contro le comunità transgender e di genere non conforme è raddoppiata negli ultimi sei anni. Le persone transgender hanno una probabilità quattro volte maggiore delle persone cisgender di essere vittime di crimini violenti, inclusi stupro e omicidio. Quest’anno sono già 41 le persone trans e non-binarie uccise negli USA, in maggioranza di colore. Questo contesto rende incendiarie le gag di Chappelle. (12. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 12 novembre)

I sei show di Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche, fondate su falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie. Alwin McEwen, giornalista dell’Huffington Post e di LGBTQ Nation: “Il sostegno di Dave Chappelle agli stereotipi sulle persone LGBTQ fa più danni alla comunità LGBTQ e a quella nera di qualsiasi parola o azione della destra anti-LGBTQ.” Lo stigma contro le persone trans favorisce la violenza contro di loro, di solito da parte di uomini eterosessuali: ridicolizzarle con gag beffarde giustifica lo stigma. E le statistiche mostrano che le persone transgender e omosessuali subiscono più aggressioni di quelle eterosessuali (bit.ly/2ZEfzXd).  

Falsità fattuali. Chappelle concorda con J.K. Rowling: “Il genere è un fatto”. Sbaglia: l’identità di genere non c’entra con l’anatomia. La questione è più complessa, tanto che, per definire e classificare le identità sessuali, psichiatri, sessuologi e legislatori usano tre criteri: sesso, identità di genere e orientamento sessuale; e nelle categorie le opzioni non si limitano a maschio/femmina. Il genere con cui ci si riferisce a una persona deve essere scelto dalla persona stessa, non possono deciderlo Chappelle e J.K. Rowling. Anche l’autrice di Harry Potter è stata al centro di polemiche a causa delle sue opinioni transfobiche (sostiene che le donne trans minaccino l’identità di genere delle donne biologiche, e insinua che una proposta di legge che riconosca la loro identità di genere potrebbe favorire i predatori sessuali travestiti da donne trans, un argomento già smentito dai fatti: bit.ly/3Cypls0). Per Rowling, che in un post definisce donna chi ha le mestruazioni (mentre esistono uomini trans e persone non binarie che le hanno), sesso e genere coincidono, come ritengono alcune femministe (TERF: femministe radicali trans-escludenti). Chappelle, in sostegno a Rowling, proclama: “Sono del team TERF!” Anche per questo è difficile credergli quando dice: “Non sono indifferente alla sofferenza altrui.”   

   Chappelle dipinge J.K. Rowling e se stesso come due vittime della cancel culture della comunità LGBTQ+, e afferma che questo è il motivo per cui non farà più battute sulle persone trans. Sta insultando l’intelligenza dell’uditorio: J.K. Rowling non è stata cancellata affatto, è sempre in cima alle classifiche di vendita e si continuano a trarre film dai suoi libri; né le polemiche hanno impedito a Chappelle di stipulare contratti faraonici con Netflix (20 milioni di dollari a monologo: bit.ly/316Rg4s) e di continuare ad avere una carriera proficua. Nella settimana del lancio di The Closer, l’ultimo dei sei monologhi Netflix, mentre cresceva la polemica Chappelle ha fatto una serata all’Hollywood Bowl di Los Angeles. In risposta alla standing ovation, ha detto: “Se essere cancellati è così, lo adoro”. L’evocazione della “cancel culture” (un argomento di destra, come vedremo), è del tutto strumentale: se fai il razzista non puoi atteggiarti a vittima. Gli si chiede conto dei suoi contenuti tossici e transfobici, e lui va a fare uno show a New Orleans (sold out, 17mila spettatori, 1 milione e mezzo l’incasso) con il comico reazionario Joe Rogan, atteggiandosi di nuovo a vittima: “Nel bel mezzo della mia cancellazione, abbiamo battuto il record di presenze”. Nessuno lo sta cancellando: fa il chiagne-e-fotte. E usa il resto dello serata per attaccare la presunta “cultura del politicamente corretto”, altro argomento usato dai reazionari che vogliono esprimere il proprio razzismo impunemente. (13. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 13 novembre)

Diverse organizzazioni, tra cui GLAAD, l’organizzazione che monitora nei media i pregiudizi contro la comunità LGBTQ+, hanno criticato i sei show Netflix di Dave Chappelle in quanto transfobici e omofobici. La sua retorica tossica procede per falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie.  

Falsità fattuali. Chappelle inscena di continuo una contrapposizione assurda fra la comunità LGBTQ+ (da lui equiparata a quella bianca) e la comunità nera (“Come cazzo stanno facendo i trans a battere i neri alle Olimpiadi della discriminazione?” “Se la polizia uccidesse la metà dei trans rispetto a quanti negri ha ucciso l’anno scorso, ci sarebbe una cazzo di guerra, a Los Angeles. Conosco dei neri a Brooklyn, dei figli di puttana, dei duri da strada, che si mettono i tacchi alti solo per sentirsi al sicuro.” “Pensavo che saremmo venuti alle mani. Ero pronto, e poi proprio quando pensi che avremmo litigato, indovina cosa ha fatto? Ha preso il telefono e ha chiamato la polizia. E questa cosa che sto descrivendo è un grosso problema che ho con quella comunità. I gay sono minoranze, finché non hanno bisogno di essere di nuovo bianchi. Un gay nero non me lo avrebbe mai fatto. Perché un gay nero lo sa, quando la polizia si presenta, a loro non importa chi li ha chiamati. Siamo tutti neri.” “Litigo coi bianchi da tutta la mia carriera. Proprio quando pensavo di avervi in pugno, cambiate le regole. (fa la voce profonda) ‘Davvero?’ (voce normale) Sì, figlio di puttana. (voce profonda) ‘Bè. Adesso sono una donna e devi trattarmi come tale. Chiamami donna, negro.’ (voce normale) E’ seccante, cazzo.” “Caitlyn Jenner è stata eletta donna dell’anno…Non ha mai avuto il ciclo. Sarei furioso, se fossi una donna. Sarei furioso se fossi me, seduto ai BET Awards, e dicessero: ‘E il vincitore per la categoria ‘Negro dell’anno’… Eminem!'”). Commenta l’attivista Raquel Willis, donna trans nera: “È conveniente per i comici maschi neri cis-etero parlare di persone LGBTQ+ come se il nostro gruppo fosse prevalentemente bianco. Con quel frame, non devono fare i conti con la violenza fisica e psicologica contro le persone LGBTQ+ nere messa in atto dalle persone nere cis-etero.” Il pregiudizio di Chappelle che essere LBGTQ+ sia roba da bianchi non è solo una sciocchezza: è razzismo al contrario. LGBTQ+ non è sinonimo di bianco. 

Stereotipi denigratori. Sbeffeggiare minoranze che sono vittime di violenza è pericoloso per la loro incolumità. Oltre a reiterare lo stereotipo della donna trans che inganna l’uomo (“Andiamo al club e inganniamo i negri a scoparci.”), Chappelle sciorina decine di gag che deridono le persone trans come fossero ridicole e in maschera: “Era un uomo molto ricco che indossava un vestito femminile. Non so come lo chiamate. Una tranny, o una drag queen, forse.” “Se indosso un maglione a rombi e dico: ‘Ehi, gente, mi sento un bianco con questo maglione, e voglio un po’ di rispetto e un prestito bancario’, non funzionerà.” “Oh, crescete: questo non mi rende gay. Le ho scopato solo solo le tette. Quelle tette sono vere come tutte le tette di Los Angeles.” “Questa idea che una persona possa nascere nel corpo sbagliato…devono ammettere che è una situazione esilarante. Se fosse successo a me ridereste, no?” “Guarda quella grande mascella cesellata, quel grosso collo alla Joe Rogan. Tua figlia è un uomo?” “Le dico: ‘Cosa ci fa una trans in un posto come questo? E’ molto pericoloso’…Un altro paio di bicchieri, e potevano cominciare a chiederle la passera che non ha.” “Non dico che non sia una passera, ma è Oltre la Passera o una Passera Impossibile. Sa di passera, ma non è quel che è, no? Quello non è sangue, è succo di rapa.” (14. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 16 novembre)

I sei show di Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili per le sue gag transfobiche e omofobiche, fondate su falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie. La cosa ci interessa perché, in nome di una malintesa “libertà di espressione”, il discorso irresponsabile sta facendo proseliti anche da noi, complici le destre che se ne servono per la loro propaganda tossica. 

Stereotipi denigratori. Chappelle inanella decine di gag che deridono le persone trans come fossero disgustose. Per esempio commenta l’idea di Caitlyn Jenner di posare per Sports Illustrated dicendo “Bleah!” (“Yuck!”); poi, avendo mangiato da piccolo cereali sulla cui scatola c’era la foto di Bruce Jenner, usa come punchline il proprio ribrezzo. Dello stesso tipo la gag sulla “tranny” (un insulto), descritta come “un uomo in abiti femminili”, per poi ribadire che detesta dover usare pronomi femminili per indicarla. Chappelle si difende dalle accuse sostenendo che il suo bersaglio sono i bianchi (ma l’equiparazione LGBTQ+ = bianco è falsa, come abbiamo visto), e usa le persone trans come personaggi ridicoli: ma quelle gag non può farle lui, come un bianco non può fare battute denigratorie sui neri e un non ebreo non può fare battute denigratorie sugli ebrei. Perché no? Perché diventa razzismo. In un’altra gag scherza sul ragazzino abusato da Kevin Spacey, implicando che non fosse così innocente: ma un abuso non è mai giustificato (è l’ennesima variante della minigonna che causa lo stupro). Ferire la dignità di una minoranza, spesso vittima di violenze, le nega la legittimità dei suoi diritti: una cosa pericolosa per l’incolumità di quella minoranza. Inoltre, lo stigma sociale perpetuato nei media ha effetti negativi sulla salute mentale di quella minoranza (bit.ly/2ZHlbjj). Merrick Moise, attivista LGBTQ+: “Dave dovrebbe parlare con le persone trans nere per capire la gravità delle sue battute”.

Banalizzazioni reazionarie. Chappelle la butta in caciara (“Sto solo cazzeggiando”); denuncia la “cancel culture” e il “politicamente corretto” come fanno gli opinionisti di destra; e accusa i suoi bersagli di essere troppo “sensibili” e privi di sense of humor, come se il problema non fossero le sue gag razziste. Nel finale toccante ci informa che la comica trans bianca Daphne Dorman, che lo aveva difeso, si è uccisa dopo le polemiche; e annuncia di aver aperto una fondazione in favore di sua figlia (cfr. Ncdc 10 novembre). Iniziativa meritoria, ma raccontata così è una strumentalizzazione a fini retorici: è una fallacia emotiva (l’argomento ad misericordiam =  difendersi suscitando la pietà) e pure una fallacia induttiva di generalizzazione indebita, la stessa dei razzisti bianchi che dicevano: “Non posso essere razzista: uno dei miei migliori amici è nero”. Nessuna fallacia ti autorizza a fare battute transfobiche. E che una persona trans sappia ridere di sé non autorizza chi non è trans a fare battute denigratorie sulle persone trans. Chappelle afferma infine che non farà più quelle battute: “Tutto ciò che chiedo alla vostra comunità, con tutta umiltà: per favore smettete di colpire dall’alto al basso la mia gente.” Intende i comici, le scrittrici e i rapper di successo che fanno battute transfobiche e omofobiche, di cui ha preso le difese negli show? Questo è rigirare la frittata: non puoi trattare la protesta legittima contro il bullismo reazionario come fosse una violenza. Spiega Jelani Cobb sul New Yorker: “La parte più reazionaria e pericolosa della politica culturale Usa contemporanea è interpretata da persone potenti che lamentano di essere vittime di gruppi che sono molto più vulnerabili di loro.” (15. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 17 novembre)

La comunità LGBTQ+ e le associazioni per i diritti civili hanno protestato contro Dave Chappelle a causa delle gag transfobiche e omofobiche contenute nei suoi show Netflix, fondate su falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie. In nome di una malintesa “libertà di espressione”, il discorso irresponsabile sta facendo proseliti anche da noi, complici le destre che se ne servono per la loro propaganda tossica. 

Falsità fattuali. Chappelle fa la vittima (“Sapete chi mi odia di più? La comunità transgender”), ma se fai battute razziste non puoi stupirti se il bersaglio non ci sta. Dopo aver insinuato che le utenti trans di Twitter hanno spinto al suicidio una sua amica trans, la comica Daphne Dorman, che lo aveva difeso, Chappelle ricorda una sua affermazione: “Con le gag sulle trans, Dave, tu normalizzi le trans”. Non è così, come dimostrano le proteste LGBTQ+; e il fatto che lo pensasse una donna trans non significa che quel sillogismo sia corretto. Il sillogismo corretto è questo: se fai il razzista sdogani i razzisti, cioè normalizzi che ci siano vittime del razzismo. Chappelle farebbe meglio a chiedersi perché il suo linguaggio è quello delle persone transfobiche e omofobiche. Samantha Allen (The Daily Beast): “Rido alle battute sulle persone trans di comici come Jimmy Kimmel, Michelle Wolf e il comico trans Ian Harvie. Trovano umorismo nella nostra esperienza senza implicare che siamo disgustose, subumane o indegne di amore. E sarebbe difficile trovare un gruppo di persone trans che non faccia qualche grossolana battuta anatomica ogni tanto, nella sicurezza della reciproca compagnia. Ma quello non è il tipo di battute che fa Chappelle.” 

Banalizzazioni reazionarie. Negli Usa, chi è consapevole dei dispositivi sociali che creano e promuovono disuguaglianze è detto “woke”. I reazionari Usa, ovviamente, non perdono occasione per scagliarsi contro la “woke culture” invocando la libertà di espressione, come se ci fosse libertà di razzismo e di hate speech; e ne fanno un fascio con la “cancel culture”, perché parlare di “cancel culture” confonde l’uditorio mischiando le cose sbagliate (l’ostracismo contro chi è accusato senza prove, come Woody Allen; la richiesta di rimuovere dalle biblioteche libri del passato i cui contenuti razzisti oggi non sono accettabili; e il bullismo web contro chi, semplicemente, non la pensa come te) con quelle sacrosante (la denuncia e il boicottaggio del razzismo, dei razzisti e dell’hate speech; e la richiesta di rimuovere dai luoghi pubblici statue di personaggi storici o di scultori dal passato razzista, per metterle in un museo che le contestualizzi): mettendo le cose sbagliate sotto le etichette-ombrello “woke” e“cancel”, i reazionari puntano a rimuovere dal discorso pubblico quelle sacrosante, come la critica al razzismo e alle disuguaglianze, che guarda caso sono frutto delle politiche reazionarie. Anche il comico Ricky Gervais fa confusione: “Puoi essere il comico più woke e più politicamente corretto, ma non sai come sarà fra 10 anni. Puoi essere cancellato per cose che hai detto 10 anni fa.” Quindi se non condivido il razzismo devo stare zitto perché fra 10 anni la società potrebbe essere razzista? Ma oggi non sto zitto proprio perché non voglio che fra 10 anni la società diventi razzista. I reazionari che si lamentano di come la “cancel culture” tappi loro la bocca, ha osservato il comico Jon Stewart, in realtà non stanno zitti un momento (sostenuti fra l’altro da colossi mediatici come il Wall Street Journal, FoxNews e Netflix; e ospitati pure dal New York Times, e in Italia da Repubblica); e lesti hanno strumentalizzato lo show di Chappelle per portare avanti la propria agenda reazionaria. (16. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 18 novembre)

La comunità LGBTQ+ e le associazioni per i diritti civili hanno protestato contro Dave Chappelle a causa delle pericolose gag transfobiche e omofobiche dei suoi show Netflix, fondate su falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie. Il discorso irresponsabile sta facendo proseliti anche da noi, complici le destre che se ne servono per la loro propaganda tossica. 

Banalizzazioni reazionarie. I reazionari replicano alle proteste invocando il “politicamente scorretto”, la “libertà di espressione” e la “libertà di satira” come se ci fosse libertà di razzismo (la propaganda tossica di destra contro le minoranze strumentalizza lo spazio del discorso democratico che non è presidiato da leggi ma solo dalla riprovazione sociale del politicamente corretto, che a questo punto non basta più); definiscono “cancel culture”, etichetta denigratoria, le giuste critiche al discorso razzista delle gag transfobiche e omofobiche; accusano i bersagli del razzismo di “offendersi”, come se il problema fosse che l’altro è suscettibile, non che loro sono razzisti (dovrebbero spiegare, invece, perché quelle gag non sono razziste); e si difendono sostenendo che “non è l’uso della parola il problema, ma l’intenzione della parola”, come se esistessero parole neutre, prive di connotazione (la storia di certe parole le ha connotate di significati discriminatori: puoi usarle in modo neutro solo fra amici; se apostrofi chi non conosci con parole discriminatorie, stai facendo il razzista, anche se non ne hai l’intenzione). Se poi la polemica monta, la buttano in caciara invitando a farsi una risata (altra colpevolizzazione del bersaglio razzista, che dovrebbe ridere di essere denigrato). E così esaltano Chappelle, contro la woke culture, Peggy Noonan, già speechwriter di Ronald Reagan, sul Wall Street Journal (on.wsj.com/3ckpsvL); e Andrew Sullivan, celebre giornalista gay cattolico reazionario libertario, sul suo blog The Weekly Dish (bit.ly/3Fpw2xq): “Chi guarda lo show di Chappelle e pensa che sia omofobico o transfobico, o è stupendamente tonto o è un permaloso fanatico. Non è più transfobico di J.K Rowling, cioè per niente.”. Per niente lo dici tu (bit.ly/3mg7D6J). Sullivan è d’accordo con Chappelle e J.K. Rowling, dalla quale riprende l’argomento transfobico: “Una donna trans non può partorire come una donna. Non ovula. La sua vagina, se esiste, è un surrogato ottenuto con una serie di interventi chirurgici. Il sesso è binario con eccezioni che confermano la regola…La Giornata della Mamma sarà la prossima vittima della ghigliottina trans? E la cosa chiave è che niente di tutto questo serve a proteggere le persone trans dalle discriminazioni.” Nooo, certo: fare monologhi che discriminano le persone trans, le protegge dalle discriminazioni. Sullivan scrive: “Ridiamo, soprattutto, dell’assurdità della nostra realtà. E sì, questo è il secondo punto ricordato da Chappelle: c’è qualcosa chiamata realtà. Possiamo negarla o accettarla. Il ruolo chiave della comicità è che ci aiuta ad accettarla.” No, questo è quello che un reazionario vorrebbe che la comicità si limitasse a fare: confermare lo status quo. La società evolve, e con i costumi evolvono le leggi, nonostante i bacchettoni. E come Chappelle si atteggia a vittima della comunità LBGTQ+, anche Sullivan si atteggia a vittima di una fantomatica “elite dei media”, buttandola sulla suscettibilità: “L’elite dei media ritiene che ogni membro della comunità BLT sia così fragile che non sappiamo ridere di noi stessi.” Ma che sappiate ridere di voi stessi non autorizza altri a fare battute razziste. E buttarla sulla “vittima troppo suscettibile” cancella il razzismo del razzista. (17. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 19 novembre)

La comunità LGBTQ+ e le associazioni per i diritti civili hanno protestato contro Dave Chappelle a causa delle pericolose gag transfobiche e omofobiche contenute nei suoi show Netflix, fondate su falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie. Il discorso irresponsabile sta facendo proseliti anche da noi, complici le destre che se ne servono per la loro propaganda tossica, e purtroppo l’influenza dei media è tale che si può essere razzisti anche in modo involontario, introiettando stereotipi razzisti che i media rendono ambiente, e ripetendoli. Chappelle se ne rende conto, infatti nei suoi monologhi l’excusatio non petita è frequente: “Dico molte cose cattive. Ma ricordatevi: non le dico per essere cattivo. Le dico perché è divertente. Tutto è divertente finché non capita a te.” Questo concetto, che banalizza il problema, fu espresso meglio da Mel Brooks 50 anni fa (“Tragedia è quando mi taglio un dito. Commedia è quando cadi in una fogna a cielo aperto e muori”), con l’enorme differenza che in Brooks la gag è su di lui, non su gruppi di persone, fatte bersaglio per etnia, genere, e orientamento sessuale, come fa Chappelle. I tempi cambiano: oggi, ad esempio, stona l’Hitler gay inventato da Mel Brooks per il film The Producers (1968): dovremmo ridere perché Hitler è gay? All’epoca si rideva anche per quel motivo. Chappelle è come rimasto a 50 anni fa.

Proteste. La novità è che, stavolta, più di mille dipendenti Netflix hanno protestato per i contenuti dello special di Chappelle. Un centinaio di loro hanno attuato un walkout dagli uffici di Los Angeles, cui si sono uniti in modo virtuale molti di quelli che lavorano da casa: invocano contenuti responsabili che abbiano come priorità la sicurezza e la dignità delle comunità marginalizzate e vulnerabili. Non chiedono che Netflix rimuova gli show di Chappelle, ma che vi aggiunga un avviso sui contenuti come quello utilizzato per la serie problematica 13 Reasons Why; e che non trasmetta più contenuti transfobici e hate speech. Molte celebrità, fra cui la co-regista di Matrix Lilly Wachowsky, l’attore Elliot Page e la comica Wanda Sykes hanno espresso la propria solidarietà al walkout. Terra Field, una donna trans che lavora a Netflix, ha dato il via alla protesta twittando: “Promuovere l’ideologia TERF (che è quello che abbiamo fatto dando a Chappelle una piattaforma) danneggia direttamente le persone trans, non è un atto neutrale. Questa non è una discussione con due opinioni possibili. È una discussione fra persone trans che vogliono restare vive, e persone che non vogliono che lo siamo”. E ha ricordato che quest’anno sono già 41 le persone trans e non-binarie uccise negli USA, in maggioranza Black e Brown (bit.ly/3GzI5tI). In passato, Netflix ha rimosso contenuti che avevano suscitato contestazioni: l’anno scorso tolse dalla piattaforma la serie “Little Britain” poiché i suoi sketch perculavano minoranze etniche (addirittura con scenette in blackface), persone disabili e travestiti (Qc # 9). Chi è contrario agli show di Chappelle, giudicandoli transfobici e omofobici, ha tutto il diritto di far sentire la sua voce. E’ democrazia. Facebook se ne è fregata delle polemiche sul razzismo e sull’hate speech favoriti dal suo algoritmo, finché l’opinione pubblica non ha convinto gli sponsor di Facebook a prendere posizione contro Facebook. Poi si sono mossi anche i Parlamenti. 

Epilogo. Nel 2005, Chappelle confessò alla rivista Time che sentire un bianco ridere a un suo sketch sugli stereotipi razziali lo aveva messo a disagio: la sua risata sembrava approvare quegli stereotipi. Forse un giorno capirà anche che quel bianco era lui. (18. Fine)

EXTRA

Banalizzazioni reazionarie. Il primo impulso di Chappelle è ridere delle persone transgender e omosessuali, e lo abbiamo visto arrabattarsi per razionalizzare quell’impulso: le considera finte (“Se indosso un maglione a rombi e dico: ‘Ehi, gente, mi sento un bianco con questo maglione, e voglio un po’ di rispetto e un prestito bancario’, non funzionerà.”), false (““Poi si sono accese le luci e ho visto le nocche. Ho detto: ‘Oh, no!’ E tutti ridevano di me. Ho detto: ‘Perché non mi hai detto niente?'”), furbe (“Come cazzo stanno facendo i trans a battere i neri alle Olimpiadi della discriminazione?”), noiose (“Vuole sempre fare discussioni politiche gay.”), privilegiate (“Se la polizia uccidesse la metà dei , trans rispetto a quanti negri ha ucciso l’anno scorso, ci sarebbe una cazzo di guerra, a Los Angeles.”), ridicole (“Sono nati con la sensazione di essere qualcosa di diverso da come sono nati, e questo è piuttosto divertente.”), suscettibili (“Non ho mai visto nessuno, in una situazione così esilarante, non avere il senso dell’umorismo.”), sgradevoli (“Caitlyn Jenner stava pensando di posare nuda in un  prossimo numero di Sports Illustrated…Lo dirò io per tutti gli altri: bleah.”), minacciose (“Sapete chi mi odia di più? La comunità transgender.”). 

Banalizzazioni reazionarie. Un comico di successo che denigra una minoranza vittima di violenze colpisce dall’alto al basso; ma dopo aver difeso le uscite omofobiche e transfobiche di altri artisti di successo, Chappelle ha detto alla comunità LGBTQ+ che protestava: “Smettete di colpire dall’alto al basso la mia gente.” Questo è rigirare la frittata. E un reazionario come Andrew Sullivan, che anni fa dichiarò di condividere la tesi aberrante della diversità razziale dell’intelligenza, oggi definisce la comunità “2SLGBTQQIA+” una “mafia”. Difende Chappelle con sofismi: “Presumere che la gente emarginata non possa tollerare la comicità ai suoi danni è disumanizzante quanto ritenere che non abbiano possibilità di influire sulle proprie vite. E’ bigottismo. Di sinistra.” Ma ribellarsi aI razzismo non è bigottismo, né tantomeno disumanizzante. E’ come se Zuckerberg avesse replicato alle critiche di aver favorito il genocidio in Myanmar dicendo: “Smettetela di colpire dall’alto al basso Facebook! E’ disumanizzante ritenere che i Rohingya non abbiano la possibilità di influire sulle proprie vite.” Anche Caitlyn Jenner, celebrità trans bianca, supporter di Trump e candidata repubblicana alle elezioni governative in California, ha difeso Chappelle: “Ha ragione al 100%. Non si tratta del movimento LGBTQ. Si tratta di di una cultura woke impazzita, che cerca di far tacere la libertà di parola.” Questi argomenti (falsi e mistificatori, ma d’effetto, come quelli contro la “cancel culture” e il “politicamente corretto”, in nome della “libertà di espressione”) sono impiegati sempre di più anche dalla destra italiana (politica e giornalistica), che infatti esalta Chappelle. La GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation), un’organizzazione per i diritti LGBTQ+, ha dichiarato: “Il marchio Dave Chappelle è diventato sinonimo di ridicolizzazione delle persone trans e di altre comunità emarginate.” 

Banalizzazioni reazionarie. Il comportamento irresponsabile di Chappelle (“Sto solo cazzeggiando”) è aggravato dall’ipocrisia dei due amministratori delegati di Netflix, Reed Hastings e Ted Sarandos. Hastings: “La strategia principale è quella di compiacere i nostri abbonati. Nella stand-up comedy i comici dicono un sacco di cose oltraggiose per fare effetto…Continueremo a lavorare con Dave Chappelle in futuro. Lo consideriamo come una voce unica…Non consideriamo Dave Chappelle dannoso.” Sarandos: “Siamo convinti che i contenuti sullo schermo non si traducano direttamente in danni reali. Gli adulti possono guardare la violenza, l’aggressione e l’abuso, o godersi della stand-up comedy scioccante, senza che questo li spinga a far del male agli altri.”. Che i media non influenzino i comportamenti nel mondo reale è una baggianata: lo confermano (se mai ce ne fosse bisogno) il problema razzista con Apu, un personaggio dei Simpson (shorturl.at/sCEIM, cfr. Ncdc 1 maggio); e l’allarme degli insegnanti per il comportamento violento dei bambini che hanno visto Squid Game: i bambini ci giocano, e puniscono come bulli chi perde (bit.ly/3ByRbmv, bit.ly/3Ey8LJs). Anche Mark Zuckerberg si difese affermando che i discorsi violenti sulla sua piattaforma non causavano la violenza nel mondo reale. Abbiamo visto quanto fosse falso. Sarandos stava adottando la stessa tattica, ma all’annuncio dello sciopero dei dipendenti Netflix ha cercato di correggere il tiro:“Certo…la narrazione provoca cambiamenti nel mondo, a volte estremamente positivi e a volte negativi.” Ma ha aggiunto: “Chappelle è uno dei cabarettisti più popolari di oggi, e con lui abbiamo un accordo di vecchia data. Il suo ultimo speciale Sticks & Stones, anch’esso controverso, è il nostro special di stand-up più visto, più duraturo e più premiato fino ad oggi.” Secondo Sarandos, che difende “la libertà artistica”, Netflix lavora “per garantire che le comunità emarginate non siano definite da una singola storia”. Lauen Michele Jackson, sul New Yorker, chiosa: “Perché allora Netflix vende personaggi, attori e storie queer insieme con gli special di un comico che irrita i queer? Perché per Netflix le storie “queer” e “black” sono due delle categorie commerciali della sua piattaforma. La sua strategia è corteggiare il pubblico sulla base di identità etniche e sessuali.” Le categorie Netflix sono 3500 (bit.ly/3BmNqAz), create in base ai dati sul comportamento della platea Netflix raccolti con metriche che, per non favorire la concorrenza, sono tenute segrete. 

   Le fallacie argomentative di Chappelle sono perfette per creare gag divertenti; se quelle gag sono razziste, però, le falsità, gli stereotipi e le banalizzazioni che veicolano vanno sottolineati e criticati, poiché la risata che procurano, dovuta al meccanismo comico, sdogana il razzismo. Più sei bravo come comico, e più amplia è la tua platea, più aumenta la tua responsabilità. In nome di una malintesa “libertà di espressione”, il discorso irresponsabile sta facendo proseliti anche da noi, complici le destre che se ne servono per la loro propaganda tossica. Un risultato sono le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

Banalizzazioni reazionarie. Ted Sarandos, uno dei due amministratori delegati del colosso streaming, in un primo momento aveva difeso Chappelle con una baggianata (“Siamo convinti che i contenuti sullo schermo non si traducano direttamente in danni reali.”). IndieWire replicò: “Sarandos dovrebbe informarsi su come stanno le cose. Magari guardando ‘Disclosure’, il documentario trasmesso da Netflix lo scorso anno: esamina come la vita delle persone trans è stata presentata al cinema e in tv…’Disclosure’ mostra che i media, perpetuando stereotipi, meme e cliché vecchi di decenni, rispecchiano e formano la nostra comprensione delle questioni trans; plasmano la narrativa sulle persone transgender; e influenzano tutto: appuntamenti galanti, violenza domestica, politica scolastica, legislazione nazionale. Dal momento che l’80% della popolazione non ha mai incontrato una persona transgender, tutto ciò che sa è dovuto alla rappresentazione dei media, che raramente includono la partecipazione di persone trans reali. L’affermazione di Sarandos che un contenuto non ha conseguenze nella vita reale è una banalizzazione. ‘The Closer’, lo show di Chappelle, contribuisce a una cultura che è già prevenuta contro un gruppo emarginato. Immaginate una delle aziende più potenti al mondo che trasmetta un contenuto che ridicolizza la tua stessa esistenza, affinché milioni di persone lo consumino. In che modo questo non sarebbe un danno del mondo reale? Netflix ha 209 milioni di abbonati in tutto il mondo. E’ un’influenza senza precedenti sulla cultura globale. Ci deve essere un senso di responsabilità aziendale. Se vogliono continuare a lasciar fare agli algoritmi, ok, ma devono assumersene la responsabilità. Se non credono che un contenuto non possa portare a conseguenze negative, allora dovrebbero anche credere  che un contenuto non può innescare un cambiamento positivo. Niente più accordi con gli Obama. Niente più progetti con Ava DuVernay per cercare di migliorare la vita delle persone di colore. Niente più documentari sull’importanza di rappresentazioni trans accurate, dal momento che niente di tutto questo potrebbe fare del bene. Netflix può dire ai suoi dipendenti, ai suoi creatori, al mondo, tutto ciò che vuole. Ma dovrebbe smettere di mentire a se stessa.” L’affermazione di Sarandos (“Il contenuto sullo schermo non si traduce direttamente in un danno nel mondo reale”) era preoccupante, dato il legame diretto tra la transfobia culturale e la violenza nel mondo reale, e data la connessione tra il precedente speciale Netflix di Chappelle e il suicidio di Daphne Dorman. Per contro, le rappresentazioni positive nei media delle persone transgender influenzano positivamente le opinioni degli spettatori sulle persone transgender (bit.ly/3nHsLT4, bit.ly/3pQvFYg). 

Proteste. Dopo il lancio dell’ultimo show di Chappelle, molti dipendenti di Netflix hanno accusato il colosso dello streaming di facilitare la diffusione dell’hate speech che porta alla violenza. Aja Romano, su Vox, si chiede: “La transfobia può diminuire quando un comico di spicco, con un pubblico potenziale di 180 milioni di abbonati Netflix, tratta l’identità trans come un’eccentrica fantasia inventata?” E commenta: “Chappelle deride le comunità queer e transgender e il movimento #MeToo…Paragona persino l’essere trans al blackface, un’allarmante riformulazione dell’idea insidiosa che le persone trans siano una caricatura del genere femminile…Quando parla della sua amicizia con la comica trans Daphne Dorman…è importante ricordare la realtà scomoda che Dorman sia stata criticata e molestata da altre persone trans, ma fermarsi su questo frame la trasforma in una martire per la causa della difesa di Chappelle, che usa il suicidio di Dorman e la narrativa del bullismo per difendere e giustificare la sua posizione reazionaria negli show…Attribuire la morte di Dorman al bullismo da “rimproveri woke” cancella la realtà che, in quanto donna trans, Dorman era estremamente vulnerabile al bullismo e alle molestie a causa della sua identità di genere, così come alle difficoltà per la sua salute mentale e al diventare vittima di crimini d’odio o altri atti di violenza. Gli studi mostrano una connessione diretta tra il tipo di percezione dell’identità di genere che Chappelle mette in scena e la violenza anti-trans: bit.ly/2ZzOtR3. Inoltre, nonostante la riluttanza di Chappelle ad ammettere la sovrapposizione tra interessi neri e trans, le donne trans nere sono il gruppo più soggetto, in ordine di grandezza, all’impatto dannoso della retorica come quella di Chappelle: bit.ly/3BtgZkb.” Spiega Jason Zinoman sul New York Times: “Uno dei principali sviluppi della comicità nell’ultimo decennio è stata l’ascesa di comici che si oppongono ai dogmi della cancel culture. Ho visto comici in difficoltà resuscitare le loro carriere svoltando a destra. Senza dubbio c’è un mercato per questo. Anche se ha perso alcuni fan, Chappelle adesso è un eroe per questo gruppo.” 

Banalizzazioni reazionarie. Quando si chiede conto ai comici reazionari delle cose irresponsabili e pericolose che dicono, la loro replica è la banalizzazione immediata. Ne è un esempio Joe Rogan, il comico reazionario che conduce il podcast più ascoltato negli USA (The Joe Rogan Experience). Contestato dal principe Harry per le sue tirate anti-vacciniste, Rogan replicò: “E’ colpa mia se prendi consigli sul vaccino da me?” Che è come se Zuckerberg dicesse: “E’ colpa mia se prendete consigli sui Rohingya da Facebook?” (In realtà Zuck ha detto di peggio: “Non è vero che Facebook mette il profitto prima della sicurezza.” Che come battuta vale 10 monologhi di Joe Rogan.) Sempre Rogan: “Calma, sono solo battute. Non sono neanche le mie vere opinioni.” Pure stronzo. Solo battute? Quando Rogan sostiene nel suo podcast che il Covid può essere curato con l’Ivermectina, invece che con i vaccini approvati, diventa un complice della disinformazione e della pseudoscienza. Quindi sì, è colpa tua, come quando un certo programma Mediaset disinformò pericolosamente su Stamina (bit.ly/2ZHSoLi).

Banalizzazioni reazionarie. Dopo le polemiche, il comico reazionario Joe Rogan, con cui Chappelle si è esibito qualche settimana fa a New Orleans in uno show sold out (17 mila spettatori), lo ha difeso usando l’argomento banalizzatore che va per la maggiore fra i comici di destra, anche in Italia: “E’ solo divertimento. E’ solo fare battute. Dave Chappelle è una persona amabile, non è uno che odia. E’ solo uno che ama l’arte della stand-up comedy e cerca di fare del suo meglio per navigare in questo mondo dove si dicono cose oltraggiose che provocano grandi risate, o si placano gruppi molto sensibili che si sentono come se fossero in una classe protetta, e poi le altre persone che si aggiungono a quella, che pure si sentono in una classe protetta. Identificano qualsiasi battuta con l’odio, ed è qui che si sbagliano. Le sue battute sono solo questo: battute.”. Con questa apologia dell’irresponsabilità si può giustificare qualsiasi battuta razzista, e una battuta razzista non è mai “solo una battuta”. Inoltre, è disumano trattare le vittime come non fossero una “classe protetta”: è giusto che lo siano. Inoltre, incolpare la vittima di una sua presunta “insensibilità” giustifica il carnefice. Infine, le grandi risate, e gli incassi che garantiscono, non giustificano le battute razziste. In risposta a chi protestava perché le battute di Chappelle potrebbero indurre a comportamenti violenti contro le persone trans, il co-CEO di Netflix, Ted Sarandos, ha replicato: “Non ammettiamo su Netflix programmi progettati per incitare all’odio o alla violenza, e non crediamo che The Closer superi quella linea”  e ha ricordato gli show Netflix favorevoli alla comunità LGBTQIA+ come quelli della comica lesbica Hannah Gadsby, la quale l’ha subito mandato affanculo: “Ehi Ted Sarandos! Solo una breve nota per farti sapere che preferirei non trascinassi il mio nome nel tuo casino. Adesso dovrò affrontare un altro po’ dell’odio e della rabbia che i fan di Dave Chappelle amano rovesciarmi addosso ogni volta che Dave prende 20 milioni di dollari per elaborare la sua visione del mondo emotivamente sottosviluppata. Non mi hai pagato abbastanza per avere a che fare con le conseguenze reali di quel richiamo per cani, l’hate speech, che ti rifiuti di riconoscere, Ted. F—-lo te e la tua setta amorale dell’algoritmo. Cago stronzi che hanno più spina dorsale di te. E’ solo una battuta! Non ho assolutamente oltrepassato una linea perché tu hai appena detto al mondo che non ce n’è una.” Sarandos ha ignorato, oltre alle critiche della comunità LGBTQIA+ e di varie associazioni per i diritti civili, la protesta di Terra Field, impiegata di Netflix, donna trans, che aveva twittato: “Lavoro a @netflix. Ieri abbiamo lanciato un nuovo show di Chappelle dove attacca la comunità trans e la validità dell’essere trans, cercando inoltre di metterci contro altri gruppi marginalizzati. Sentirete molto parlare di ‘offesa’. Non siamo offesi.”  Anche in Rete sono in molti a banalizzare: “Se non vi piace Chappelle non guardatelo, no? E’ così semplice!” E se non ti piace Facebook non usarlo, no? E’ così semplice! 

   La lotta per l’egemonia culturale non è una passeggiata, richiede costanza, tenacia e volume: non mancano a nessuno dei due fronti. Il tema è quello dell’impunità dei razzisti. I reazionari hanno più soldi, più media e più potere; ma non hanno ragione.

 

 

  

 

 

 

 

 

Contro il “politicamente scorretto” e altre tattiche reazionarie

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Invocare il politicamente scorretto è servito in questi anni a quanti (comici, giornalisti, opinionisti) volevano sdoganare impunemente le proprie espressioni razziste. Me ne sono occupato in diversi articoli, a partire da certi casi che hanno fatto scalpore, e che purtroppo furono commentati sui media a partire da luoghi comuni, i soliti, che sterilizzano il discorso invece di farlo progredire. Raccolgo qui alcuni di quegli articoli occasionali: sono strumenti per la battaglia culturale che si sta svolgendo in Occidente sui temi dell’inclusione e della discriminazione. Fatene buon uso.

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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 20 aprile)

Striscia non chiede scusa perché è, e resterà, una trasmissione satirica e, come le trasmissioni satiriche e comiche di tutto il mondo, politicamente scorretta. (Ufficio stampa di Striscia la notizia, Ansa, 15 aprile)

La scenetta di Striscia con Gerry Scotti e Michelle Hunziker che fanno la caricatura dei cinesi dicendo L invece di R e mimando gli occhi a mandorla ha avuto una risonanza internazionale che ha sorpreso molti italiani: non abituati al discorso sul razzismo nei media, mostrano di ignorare che si può essere razzisti anche in modo involontario. Perfetta, quindi, la contrizione di Michelle (“Sono lungi dall’essere razzista, gli stereotipi si insinuano nella nostra quotidianità senza che ci accorgiamo della loro presenza e senza farci rendere conto che potrebbero essere dolorosi per qualcun altro. Ci abituiamo alla loro presenza e li normalizziamo. Ma ora stiamo imparando a cambiare. Tutti noi stiamo imparando, e sono lieta di poter cogliere l’occasione di cambiare anch’io. Quindi, di nuovo vi chiedo scusa. E vi prego di non odiare: tutti facciamo degli errori.”), in un video su Instagram che la mostra in total white, la divisa ufficiale delle pubbliche scuse worldwide.

   Purtroppo, chi ha difeso il programma ha banalizzato buttandola sulla “dittatura del politicamente corretto” e sul “diritto di satira”. Cerchiamo di sbrogliare la matassa, di cui fa parte anche un fatto emblematico: i giornali italiani hanno ricordato le minacce di morte ricevute dai due conduttori, ma hanno dimenticato quelle da cui è stato subissato Louis Pisano, il giornalista di Harper’s Bazaar che ha stigmatizzato su Instagram la gag di Striscia (shorturl.at/bqAOP). 

   Un discorso è “politicamente corretto” se non ghettizza per etnia, genere, orientamento sessuale, età, religione e disabilità: la locuzione, dunque, esprime un concetto nobile, ma nei Paesi multiculturali la destra se ne serve per derubricare a una questione di stile, da sbeffeggiare, sia le critiche sostanziali alle sue politiche reazionarie e discriminatorie, sia i giudizi contro il linguaggio che le formula, nel qual caso la destra inveisce contro la “polizia del pensiero”. Questa tendenza perniciosa, di cui l’ultimo esponente chiassoso è stato Trump, finisce per sdoganare comportamenti aberranti, come quelli contro cui è sorto il movimento di protesta #BlackLivesMatter. Una tattica sussidiaria dei reazionari, molto in voga sui social, invoca la “libertà di espressione”, come se ci fosse libertà di razzismo. I più sofisticati ricorrono a una frase di Ricky Gervais: “Solo perché ti sei offeso, non significa che hai ragione”. Giusto, ma l’argomento è reversibile: “Solo perché mi sono offeso, non significa che ho torto.” Razzismo e discriminazione, infatti, non riguardano l’atto di offendersi (che può essere più o meno giustificato: se l’esistenza dei gay ti offende, hai torto), ma il contenuto razzista e discriminatorio (che può essere giudicato tale in modo obiettivo, e può essere indipendente dalle intenzioni dell’emittente: se perculi i gay come esseri ridicoli, hai torto). Le idee, e la lingua che le esprime, si adeguano ai mutamenti della società: possono farlo in peggio, come durante il nazismo, o in meglio, come sta accadendo nelle democrazie occidentali grazie ai movimenti per i diritti civili. Oggi, per esempio, non sono più accettabili barzellette come questa, tratta da un’antologia stampata a New York nel 1921: “Un uomo di colore, benestante, si ammala, ma non migliora con le cure di un medico della sua stessa razza. Così chiama un medico bianco, che dopo un esame accurato gli domanda: “L’altro dottore le ha preso la temperatura?” Il malato scuote la testa: “Non lo so, signore. Mi pare mi manchi solo l’orologio.” 

(1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 21 aprile)

Ieri abbiamo visto che si può essere razzisti involontari, quando la sociocultura in cui viviamo rende normali degli stereotipi discriminatori, che assorbiamo e ripetiamo senza dar loro peso. Sbaglia chi, accusato di razzismo per una gag, replica appellandosi al politicamente scorretto e alla libertà di satira: il razzismo non c’entra col politicamente corretto, e non c’è libertà di razzismo. Per essere nel merito, la risposta deve spiegare perché quell’occorrenza non è razzista: per esempio, la gag su Laura Boldrini, ripresa da Striscia, non è razzista poiché il linguaggio razzista messo in bocca al personaggio Boldrini, interpretato da Paolo Kessisoglu, che rispondeva alle domande di una voce fuoriscena (Luca Bizzarri), serviva a tratteggiare come fasullo il suo impegno umanitario. Si può trovare fessa quella satira su Boldrini, dato che la sua attività politica a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo è meritoria; e strumentale l’uso dello sketch come commento a una notizia relativa alle accuse mosse a Boldrini da alcune sue ex-collaboratrici; ma la gag di Giass non era razzista: dava della razzista a Boldrini (con divertimento sommo, immagino, dei leghisti, che non facevano mistero di disprezzare la sua politica inclusiva). 

   Fra le reazioni sbagliate all’accusa di razzismo, toccano il nadir gli insulti e le minacce di morte di cui è stato fatto bersaglio Louis Pisano, il giornalista di Harper’s Bazaar che ha stigmatizzato su Instagram la gag di Striscia (shorturl.at/bqAOP). Ne riporto alcuni campioni: “Sta’ zitto, negro”, “Il tuo culo negro cerca di vincere ogni evento delle Olimpiadi della vittima”, “Abbiamo la frocia permalosa”, “Che schifo mi fate con questo politically correct, veramente i soggetti come @louispisano dovrebbero essere eliminati dalla faccia della terra”, “beduino ignorante”, “sei una povera scimmia stupida, grazie a dio la gente come te non può riprodursi”, “Se avessi 1 pistola ti sparerei. Merda”, “Sei lo scarto del mondo: nero, gay e francese. Ma muori”, “Vai a fanculo ricchione”, “Sei proprio un negro di merda frocio”, “se muori stappo”.  

   Le altre reazioni sbagliate che ho letto sono fallacie induttive (cfr. Ncdc 4 settembre):

“E allora Charlie Hebdo? Ha preso in giro gli italiani morti nel terremoto!”: infatti sbagliò anche Charlie Hebdo. Gli italiani che s’indignarono per quella vignettaccia ne avevano tutte le ragioni. La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa, e ogni reazione dipende dalla propria ideologia e dalla propria cultura: se ti piace chi sfotte le vittime invece dei carnefici, per esempio, non sei di sinistra (cfr. Qc # 9); 

“Tutto il mondo prende in giro noi italiani con pizza pasta mandolino mamma mia, mica ci offendiamo”: il problema non è che uno si offende, ma che si è razzisti;  

“Era una gag innocente, per ridere”: purtroppo, le gag che rafforzano gli stereotipi razzisti hanno come conseguenza quella di banalizzare il razzismo, col risultato, per esempio, che a scuola i bulletti umiliano certi compagni ripetendo a sfottò i tormentoni, apparentemente innocenti, di questo o di quel comico tv; 

“Anche Totò recitò in blackface: ma era un’altra epoca, e infatti oggi per fortuna non potrebbe farlo, perché è una gag razzista. (Vanno cancellate dunque le opere razziste del passato? No, questa è revisionismo stupido, poiché impone al passato i parametri contemporanei.)  Sensibilizzare sul problema, come fanno i movimenti per i diritti civili, aiuta insomma tutti quanti a migliorare questo stato di cose. Sembrano argomenti lapalissiani, eppure anche menti brillanti sono cadute nella trappola giustificazionista, come vedremo. (2. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 22 aprile)

La gag di Striscia con Gerry Scotti e Michelle Hunziker che facevano la caricatura dei cinesi è stata accusata di razzismo anche da Diet Prada, uno degli account di moda più temuti su Instagram: quando criticò come razzisti tre spot pubblicitari di Dolce & Gabbana (shorturl.at/bkquN), seguirono boicottaggi in Cina, scuse goffe di Dolce & Gabbana (shorturl.at/syH29), e una denuncia per diffamazione di questi a Diet Prada. Il testo con cui Diet Prada accompagna la foto della gag di Scotti e Hunziker (shorturl.at/fpBHT) riassume la gag e la biografia dei conduttori, ai quali dà atto di aver difeso i diritti femminili e LGBTQ; e ricorda la discriminazione subita dalla comunità cinese in Italia durante la prima ondata di Coronavirus. (Negli Usa, dove Trump chiamava il Coronavirus “China virus”, l’uccisione di sei donne asiatiche che lavoravano in alcune spa di Atlanta, un anno fa, fu attribuito al crescente razzismo anti-cinese post-Covid: ne nacque il movimento mondiale di protesta #stopasianhate. Il clima di paura è ben espresso da una recente copertina del New Yorker: shorturl.at/anEIO. Questo contesto rende la gag di Striscia intollerabile per gli osservatori stranieri.). Fra le repliche sbagliate all’accusa di razzismo va inclusa quella dell’Ufficio stampa di Striscia (“Striscia non chiede scusa perché è, e resterà, una trasmissione satirica e, come le trasmissione satiriche e comiche di tutto il mondo, politicamente scorretta. Scorretta, ma non quanto le iniziative pretestuose di chi pensa di ricattare aziende e marchi internazionali.”): il razzismo non c’entra col politicamente scorretto, ma con la legge, poiché è un reato; neppure la satira ha libertà di razzismo; e replicare col tu quoque è una classica fallacia induttiva (cfr. Ncdc 4 settembre).

   In Italia, il discorso sul razzismo nella comicità e nella satira è fermo all’analisi del periodo coloniale, ma andrebbe aggiornato, se non altro per rendere meno frequenti gli episodi di razzismo involontario, che i razzisti volontari sono ben felici di utilizzare per la loro propaganda tossica. Perpetuare uno stereotipo non contrasta lo stereotipo, e incoraggia chi lo condivide. Penso alle polemiche inadeguate che accompagnarono il trailer del film Tolo Tolo (shorturl.at/gwG12) realizzato da Luca Medici. Chi ne parlò, sia dicendo “il trailer non fa ridere perché è razzista”, sia dicendo che “il trailer fa ridere e non è razzista”, commise il medesimo errore, che purtroppo è frequente: confondere la tecnica della gag, che fa scattare la risata, con il contenuto della gag, che puoi non condividere affatto. La risata, quando provocata a dovere da certi grilletti, scatta come un riflesso. Il giudizio sul suo contenuto viene subito dopo, se siamo persone che si interrogano sugli avvenimenti. Quando il contenuto è per noi intollerabile, giudichiamo negativamente la risata, tanto da spegnerla all’istante, con disappunto. Un contenuto ci è intollerabile in almeno tre casi:   

1) Il contenuto attacca un nostro pregiudizio. Ottimo, su questo si fonda la funzione liberatoria della satira: demolire quei pregiudizi (psicologici, sociali, religiosi, politici &c.) che ci chiudono al rapporto con l’altro facendocelo considerare inferiore a noi, in quanto “altro da noi”. Sono pregiudizi razzisti, nella accezione estesa che ne dava Pasolini (anche il maschilismo è una forma di razzismo: razzismo contro le donne). Se una gag sfotte un nostro pregiudizio, lì per lì non ne ridiamo; ma col tempo, magari, capiamo che quella gag aveva ragione, e che eravamo stupidi a pensarla in quel modo. (Per contro: quando una gag vellica un nostro pregiudizio, ridiamo contentissimi, come i fascisti agli sfottò su Anna Frank.) (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 27 aprile)

La settimana scorsa, dalle polemiche sulla gag di Striscia, accusata di razzismo, siamo passati ad analizzare perché si fatichi a individuare il razzismo, anche involontario, nella comicità. Il motivo è che si confonde la tecnica della gag, che fa scattare la risata come un riflesso, con il contenuto della gag, che puoi condividere o meno. Si danno almeno tre casi:

1) Il contenuto attacca un nostro pregiudizio. Lì per lì spegniamo la nostra risata, ma su questo si fonda la funzione liberatoria della satira: col tempo, magari, capiamo che quella gag antirazzista aveva ragione. (Per contro: quando una gag vellica un nostro pregiudizio, ridiamo contentissimi, come i fascisti agli sfottò su Anna Frank.) 

2) Il contenuto attacca una nostra convinzione nobile, per esempio quella che ci apre al rapporto con l’altro, facendocelo considerare uguale a noi: se una gag sfotte questa convinzione nobile, il nostro giudizio sulla risata che ci ha fatto fare è negativo, e tale resterà nel tempo. (Per contro: quando una gag vellica una nostra convinzione nobile, ridiamo contentissimi.) 

3) Il contenuto mente (con parole, con immagini, con omissioni). E’ il caso peggiore: se una gag dice il falso, fa ridere solo chi gode a propalare quella falsità, e chi non s’avvede della truffa.

   Il punto non è se una gag fa ridere o meno. Si ride infatti per il meccanismo comico, che scatena il riflesso della risata; ma se la tua gag veicola un’idea razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no); se ridi a una gag razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no).   

   Torniamo al trailer del film Tolo Tolo, il video della canzone “Immigrato” con protagonista Checco Zalone (shorturl.at/gwG12). Aristotele, nell’Etica, individua quattro tipi di personaggi comici: dissimulatori (eirones, per esempio il servo scaltro), impostori (alazones, per esempio il millantatore), buffoni (bomolochoi) e bifolchi (agroikois).   L’immigrato del video è un eiron, mentre Checco Zalone (“che cozzalone” in barese sta per “che tamarro”) è un agroikos. Sono agroikoi anche i personaggi di Totò e Peppino in Totò, Peppino e la malafemmina; i burini nei film di Vanzina; Ivano (Verdone); Cetto La Qualunque (Albanese); e Pio & Amedeo (che sono due Checco Zalone). Il genere in cui eccelle Luca Medici è la parodia musicale, spesso a base di doppi sensi, secondo la tradizione dell’avanspettacolo e della goliardia. Guardando il video, si ride della situazione comica (l’agroikos vittima dell’eiron) e della tecnica parodistica (Celentano/Cutugno). Situazione comica e parodia fanno scattare la risata. Passiamo al plot. Nel video, Luca Medici presenta Checco Zalone come vittima di un immigrato. Il problema è qui, nell’affrontare temi sociali rilevanti (la rilevanza psicologica della gag potenzia la risata) in modo qualunquista (a volte ci casca anche Sacha Baron Cohen con Borat). Se la gag che mette in scena una disuguaglianza ne colpisce i responsabili (come fa Albanese con Cetto La Qualunque), è satira; se invece fai passare per vessatore un immigrato (che nella realtà del sud Italia è costretto a subire caporalato e sfruttamento schiavista), hai fatto il razzista (il video di Luca Medici, non a caso, piacque a Meloni e Salvini). A ragione, l’associazione Baobab giudicò razzista quel video, ma sbagliò dicendo che quel video non fa ridere: confuse il giudizio sul contenuto col giudizio sulla tecnica. Fecero lo stesso, pro domibus suis, Meloni (“La canzone ‘Immigrato’ è divertente”) e Salvini, che la buttò anche lui sul “politicamente scorretto”, come se ci fosse libertà di razzismo. (4. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 28 aprile)

Ancora sul trailer di Tolo Tolo (shorturl.at/gwG12) e sulla difficoltà di individuare il razzismo, anche involontario, nella comicità. Quel video fa ridere, e molto. “Il guaio” spiega il mio barbiere, che da giovane organizzava cineforum a Genova “è che sfoga sull’immigrato la rabbia di tanti per una situazione di cui, invece, è responsabile l’Occidente neo-liberista. Guerre e spoliazioni territoriali hanno creato altrove condizioni di vita impossibili, rendendo l’immigrazione una necessità. Quel video accusa l’immigrato di romperci i coglioni, e lo fa passare per un furbacchione: lo vediamo sorridere compiaciuto a ogni sua impresa contro Zalone, e arriva a sedurne la moglie, peraltro consenziente: razzismo etnico più razzismo maschilista. Il trailer presenta Checco Zalone, cioè l’italiano evocato dalla parodia musicale di Cutugno, come una vittima. Non mi stupisce, perciò, che quel video sia piaciuto alla destra. Capezzone: ‘A quelli di Baobab, che hanno strillato contro Zalone, lo dico come lo direbbero a Cambridge: Ci avete rotto i coglioni. Lasciateci sorridere.’. Non mi stupisce nemmeno che sia piaciuto ai pidini, correi della proto-salviniana soluzione Minniti in Libia. A un certo punto, la ‘vittima’ Zalone chiede all’immigrato perché tormenti lui, e non gli altri immigrati. L’immigrato risponde: ‘Prima l’italiano’.” “Fa ridere.” “Ma è un contributo ulteriore al ritratto dell’immigrato come furbacchione: è tanto furbacchione che sfotte la sua vittima, ci dice il video. Una vittima fittizia (Checco Zalone), con cui Luca Medici percula le vittime vere di una tragedia sociale che ha tanti colpevoli e tanti complici, felici finalmente di auto-assolversi con la risata offerta dal comico.” “E la gag dove Checco Zalone è così esasperato che imita Mussolini a palazzo Venezia?” “Anche qui, l’irritazione dell’italiano non viene criticata, viene condivisa. Se il modo è quello di Enrico De Seta, anche il risultato è lo stesso.” (De Seta, nel ventennio, fu l’autore di vignette razziste dalla grafica eccelsa: shorturl.at/kGLN7). 

   In un’intervista esclusiva a Vanity Fair (magazine oggetto di un product placement nel film), Medici commentò le polemiche con affermazioni che avvaloravano i soliti equivoci: “Il problema è la povertà del dibattito. Il ditino moralizzante sempre alzato a dire ‘questo si può o questo non si può dire’”. (Chi fa comicità e satira è libero di dire ciò che vuole, ma deve assumersene la responsabilità. Criticare il risultato non è “alzare il ditino moralizzante”. La replica a una critica argomentata va fatta nel merito: se ti accusano di aver realizzato un video razzista, spiegando perché, tu devi spiegare perché, secondo te, non lo è.) “Magari chi ha scritto queste cose non ha visto integralmente il video o nutre semplice antipatia nei miei confronti.” (La replica a una critica argomentata va fatta nel merito, non accusando ad hominem, altrimenti si contribuisce alla povertà del dibattito di cui ci si lamenta.) “Siamo a un passo dal corso di laurea in politicamente corretto.” (Il razzismo non è “politicamente scorretto”, è un reato. Non esiste la libertà di razzismo.) “Rivendico il diritto di non piacere e di non risultare divertente.” (Ma nessuno ha il diritto di essere razzista, neanche per sbaglio, e neanche se piace molto.) “Anche se devo dire che essere difeso da chi avresti voluto attaccare è divertentissimo.” (Se vuoi attaccare il razzismo, ma ricevi gli elogi da parte di Meloni, Salvini e tutti i media di destra, che per gli stessi motivi oggi esaltano il “politicamente scorretto” di Pio & Amedeo su Mediaset, qualche domanda devi fartela. Per la risposta, vedi sopra.) (5. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 29 aprile)

Continuiamo il discorso sul razzismo (anche involontario) nella comicità. Commentarono negativamente il trailer di Tolo Tolo l’economista Giuliano Cazzola (“Nella clip c’è un’offesa agli stranieri in Italia. Rappresentare il problema degli immigrati con una caricatura è sbagliato.”), l’attore Giulio Cavalli (“La satira attacca i potenti. Attaccare gli indifesi, i poveracci, i disperati, in questo caso gli immigrati, come in un altro film di Zalone gli omosessuali, non è satira.”) e il costituzionalista Roberto Zaccaria (“La satira si rivolge contro i potenti e il potere in generale, non contro i soggetti più deboli. Il trailer del film è una giustificazione del razzismo, direi quasi un’istigazione al razzismo. Il grande successo mi sembra un’aggravante, purtroppo.”). Imprecisa, invece, l’evocazione da parte di Cazzola della “canzone a sfondo umoristico dedicata agli ebrei” cantata al Tingel-Tangel, un cabaret berlinese, all’epoca della Germania di Weimar. Quella canzone (An allem sind die Juden schuld, alla lettera “La colpa di tutto è degli ebrei”: shorturl.at/dgrMX) non prendeva in giro gli ebrei: era una satira feroce contro i nazisti che accusavano gli ebrei di ogni nefandezza. Divenne famosissima, ed era cantata dagli anti-nazisti. Il testo, paradossale, sostiene che “Se piove e se fa freddo / se il telefono è occupato / se la vasca da bagno perde / se ti sbagliano la dichiarazione dei redditi / se il principe di Galles è un finocchio / se la Garbo ha un dente cariato / è proprio tutta, ma tutta colpa degli ebrei.” Il brano parodiava l’Habanera della Carmen di Bizet (“Tutto l’amore viene dai gitani”) e ne conservava la musica, ad accentuare l’assurdità della canzone, che, nella rivista satirica di cui faceva parte (“Fantasmi a villa Stern”), era cantata da un personaggio nazista. Autore di tutto, il compositore ebreo Friedrich Hollaender, gestore del Tingel-Tangel. Scrisse canzoni per Marlene Dietrich, fra cui due delle più struggenti che abbia mai ascoltato in vita mia: Ich weinicht, zu wem ich gehöre (shorturl.at/ikvLW) e Eine kleine Sehnsucht (shorturl.at/beLOZ). La tecnica della gag di Hollaender (quel testo, su quella musica, cantato da un nazista) fa ridere satiricamente contro i nazisti. La tecnica del trailer di Luca Medici fa ridere prendendo per il culo gli immigrati: molti italiani lo trovano normale, e se la prendono con chi obietta. Altri, invece, sono sveglissimi. Commentando la gag di Striscia sui cinesi, il giornalista M.B. (non importa chi sia, mi colpisce il suo modo sbilenco  di ragionare, che è frequente) ha twittato: “Una mia zia nel 1968 andò a visitare il Giappone. Alla base del monte Fuji dei bambini che non avevano mai visto degli occidentali ridevano schiacciandosi gli occhi per farli a palla. Ridere delle differenze e di ciò che conosciamo poco è un modo per non averne paura. In più effettivamente i cinesi parlano italiano con la L al posto della R, e noi in cinese non diciamo niente di giusto mai. Si potrebbe fare così: parlarsi poco per evitare di offendersi, non scherzare, non discutere, non confrontarsi. Per alcuni è rispetto. Per me no. Se non rido mai di qualcuno è perché non me ne frega niente, non voglio averci a che fare, mi è indifferente o mi disgusta. Meno rispetto, più curiosità. Meno orgoglio, più serenità. Il mondo è grande e sempre più multiforme: se ci smolliamo tutti un po’ secondo me è meglio. FINE Scusate. Postilla. Non guardo Striscia e Iene da molti anni per scelta. Sono certo che fosse una brutta battuta.” Le repliche non si sono fatte attendere, e tutte micidiali. Marina: “Ma che significa?” Giannizzero: “Che siccome due bambini hanno preso per il culo sua zia 50 anni fa, allora vale tutto.” (6. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 30 aprile)

Commentando la gag di Striscia sui cinesi, il giornalista M.B. (non importa chi sia) ha twittato: “Una mia zia nel 1968 andò a visitare il Giappone. Alla base del monte Fuji dei bambini che non avevano mai visto degli occidentali ridevano schiacciandosi gli occhi per farli a palla. Ridere delle differenze e di ciò che conosciamo poco è un modo per non averne paura. In più effettivamente i cinesi parlano italiano con la L al posto della R, e noi in cinese non diciamo niente di giusto mai. Si potrebbe fare così: parlarsi poco per evitare di offendersi, non scherzare, non discutere, non confrontarsi. Per alcuni è rispetto. Per me no. Se non rido mai di qualcuno è perché non me ne frega niente, non voglio averci a che fare, mi è indifferente o mi disgusta. Meno rispetto, più curiosità. Meno orgoglio, più serenità. Il mondo è grande e sempre più multiforme: se ci smolliamo tutti un po’ secondo me è meglio. FINE Scusate. Postilla. Non guardo Striscia e Iene da molti anni per scelta. Sono certo che fosse una brutta battuta.” Le repliche a questa generalizzazione demenziale non si sono fatte attendere. Adriano: “Ma che paragone è? Pure tu con il reverse racism? Uno è uno sfottò di un bambino verso una signora che non ha mai subito discriminazione per avere gli occhi tondi. L’altro è una stereotipo razzista usato per denigrare una comunità discriminata da sempre (in occidente). E’ l’abc.” Giulia: “Eh Matteo perché infatti non c’è NESSUNA differenza tra dei bambini e degli adulti che lavorano in una tv nazionale con un programma che va in onda in prima serata NESSUNA.” Andrea: “Ma poi metterei il focus sul fatto che hanno il cazzo piccolo, fa molto più ridere e infonde ottimismo in noi caucasici.” Davide: “Ci dispiace tanto per il razzismo subito da tua zia. Chiedile se vuole spiegarmi cosa sia il razzismo, grazie.” Mauro: “Le stesse battute fatte da persone diverse cambiano significato. Se sei per strada e ti chiamano “ehi spaghetti” è diverso se è il tuo vicino di casa vegano o un neonazista.” Simona: “Se vuoi ridere dei difetti degli altri devi riderne con loro, non di loro.” Focafica: “Hai dimenticato la parte finale dove ci riveli che sei ironico ed è tutto uno scherzone.” Emanuele: “Sembra il classico aneddoto inventato della zia razzista.” Ugo: “Quindi se uno si comporta come un bambino educato 60 anni fa, ha ragione. Ok.” Stephanie: “Anche se vai in Africa trovi bambini che sono incuriositi dal colore della nostra pelle e dei nostri capelli, perché siamo diversi da loro, ma la differenza è che non vivi discriminazioni. Se vivi discriminazioni per quello, fidati che non ridi.” John: “I bambini giapponesi degli anni ’60 cresciuti (immaginiamo) in un contesto rurale hanno la stessa consapevolezza e quindi i loro gesti hanno lo stesso peso di due adulti con almeno 30 anni di carriera alle spalle in prima serata su una delle emittenti più importanti in Italia.” Anna: “Mi pare sia appurato che gli asiatici abbiano gli occhi a mandorla e che non pronuncino la r come noi. C’è bisogno di fare questi siparietti offensivi per esorcizzare ‘quello che non conosciamo’? Seriamente?” Snakebyte: “Immagino che ora ti sei sentito vendicato.” Michela: “Giustificare i comportamenti di persone adulte con ‘ma i bambini lo fanno’ è una delle argomentazioni più idiote che ho letto.” Meinewage: “Quindi, dato che i neri sono neri, la ‘black face’…” Porno: “Vieni a ridermi in faccia prendendomi in giro per il mio aspetto e giocando su stereotipi vecchi di secoli e vedi quanti calci in culo ti prendi.” Gaetano: “Non guardi Striscia. Quindi da dove origina tale riflessione?” Dario: “La banalità del boh. Fine.” Ma M.B. è in buona compagnia: sul tema ha preso un granchio anche John Cleese, come vedremo. (7. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 1 maggio)

Abbiamo visto come sia facile prendere abbagli quando si giudica la comicità. I comici di professione non ne sono immuni, sia perché non sono ferrati sulla teoria, e quindi dicono cazzate; sia perché tendono a giustificare tutto con il criterio della risata: benché sia essenziale per il successo di un comico, la risata non è un criterio di giudizio sui contenuti, dato che si ride come per riflesso, e si evita di ridere per i motivi più diversi. La sensibilità di oggi, più rispettosa verso le differenze, induce le produzioni a premettere disclaimer ai film di epoche trascorse, per avvisare gli spettatori sugli anacronismi culturali divenuti inaccettabili (in Via con vento, per esempio, un’introduzione ricorda che il film rappresenta il Sud degli Stati Uniti come se non fossero esistiti gli orrori della schiavitù); e a scegliere doppiatori della stessa etnia dei personaggi. Negli Usa, spiega Hari Kondabolu, autore del documentario “Il problema con Apu” (shorturl.at/sCEIM), da 30 anni chi viene dall’India è spesso schernito con riferimenti ad Apu Nahasapeemapetilon, un personaggio dei Simpson, per doppiare il quale Hank Azaria, attore americano di origine ebraica, imitava Peter Sellers che imitava un indiano in Hollywood Party (shorturl.at/admBJ). Azaria si è pentito di aver contribuito agli stereotipi razzisti su chi proviene dall’India: “Parlavo con dei ragazzi indiani nella scuola di mio figlio, volevo avere una loro opinione. Un 17enne, che non ha mai visto i Simpson, sa però cosa significhi Apu. Praticamente è soltanto un insulto. Tutto quello che sa è come la sua gente viene vista e rappresentata in questo Paese. Chiedo scusa per questo.” Il commento di John Cleese al pentimento di Azaria è stato un passo falso, nel nuovo contesto contemporaneo. Con sarcasmo, Cleese ha twittato: “Non volendo essere superato da Hank Azaria, vorrei scusarmi a nome dei Monty Python per tutti gli sketch in cui abbiamo preso in giro gli inglesi bianchi. Siamo spiacenti per qualsiasi dispiacere potremmo aver causato.” Ma le battute di Richard Pryor sui nigger, legittime, se fatte da Woody Allen sarebbero razziste. L’anno scorso, Cleese si era scagliato contro il politically correct, che secondo lui soffoca la creatività comica perché “devi fare attenzione alle parole che puoi o non puoi usare.” (No, le puoi usare tutte, ma non per fare del razzismo.) “Essere gentili diventa una sorta di indulgenza verso le persone ipersensibili, che si offendono più facilmente.” (No, l’offendersi non è un criterio. Si tratta di non essere razzisti, e di replicare alle critiche nel merito.) Poi, siccome negli Usa chi è consapevole delle ingiustizie sociali è detto “woke”, Cleese ha aggiunto: “Non so come potrebbe essere una battuta ‘woke’, a parte persone che sono gentili le une con le altre. Sarebbe toccante, ma non molto divertente.” Strano che dica così, dato che le gag surreali dei Monty Python erano già “woke”, cioè non razziste e non ingiuste (shorturl.at/vIL56). Ma Cleese ha in testa un’equivalenza sbagliata (woke = non offensivo) che lo fa sragionare. Di qui la sua stupida battuta su Azaria, come se la discriminazione della minoranza indiana e il privilegio degli “inglesi bianchi” fossero paragonabili. Cleese: “Occorre capire che le parole dipendono dal contesto.” Ovvio, ma una gag razzista degli anni ’20 è razzista anche oggi. Il contesto non cambia il razzismo delle espressioni: ne cambia la percezione. Negli Usa, alcune nuove sitcom sugli immigrati (Pen15, Ramy) non usano stereotipi razzisti (come il cliché dell’immigrato represso che ambisce all’American way of life): scritte e interpretate da immigrati, trattano dei loro problemi reali (Noor, 2021). E’ una grande conquista. (8. Fine)

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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 4 maggio)

E’ l’intenzione dietro alle parole che le rende buone o cattive. (George Carlin, 1990)

Non è l’uso della parola il problema, ma l’intenzione della parola. (Pio & Amedeo, 2021)

Se le cose fossero davvero così semplici, il problema della violenza verbale (dagli sfottò su orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, agli epiteti razzisti) sarebbe stato risolto da un pezzo. In realtà, l’argomento di Carlin, ripreso da Pio & Amedeo per sostenere un siparietto di 20 minuti contro il politically correct nell’ultima puntata di Felicissima sera (Canale 5), è sbagliato, perché non esistono parole neutre, prive di connotazione. Ogni parola, ci dice la semiotica contemporanea, richiama dei frame, le scene di cui può far parte (cfr. Qc # 50). E la storia di certe parole le ha connotate di significati discriminatori: puoi usarle in modo neutro solo fra amici; se apostrofi chi non conosci con parole discriminatorie, stai esercitando una violenza, anche se non ne hai l’intenzione. 

   I comici prendono spesso la via del paradosso, e un tipo di paradosso è basato sulla definizione incompleta: il suo metodo consiste nello sminuire il significato di una cosa, descrivendola con uno solo dei mille elementi che la determinano, per dimenticare volutamente tutti gli altri, come fa Chamfort dicendo: “Il sesso non è che lo sfregamento fra due mucose.” Un conto è usare questo metodo per far ridere, ma servirsene come base per un discorso serio non può che banalizzarlo. In molti, per fortuna, hanno notato il tentativo assurdo dello sketch di Pio & Amedeo: spostare la soluzione della violenza verbale su chi la subisce (questi dovrebbero “riderne”). Fa il paio con l’altra assurdità notata, quella di due artisti privilegiati che, in prima serata, spiegano a minoranze e gruppi discriminati come dovrebbero comportarsi per far sparire magicamente il problema della violenza verbale di cui sono fatti oggetto. Contro la violenza verbale, discriminatoria, che sempre più spesso si accompagna a quella fisica, interviene per ora solo la riprovazione sociale, di cui il politicamente corretto è una manifestazione. Non a caso, l’attacco contro il politicamente corretto viene dalle destre, poiché la propaganda tossica di destra contro le minoranze strumentalizza lo spazio del discorso democratico che, non presidiato da leggi, è sottoposto alla sola riprovazione sociale. Così, in questi anni, la destra ha fatto propaganda tossica esprimendo impunemente i propri pregiudizi discriminatori in nome di una malintesa libertà di espressione. Poiché la legge interviene solo in certi casi (la legge Mancino sanziona e condanna la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici,  religiosi o nazionali), il politicamente corretto serve a rendere responsabili coloro che esprimono pregiudizi discriminatori anche di altro tipo, affinché non lo facciano nel silenzio generale, che alla lunga diventa assenso. In altri termini, il politicamente corretto prosciuga le acque della propaganda tossica discriminatoria. E’ una buona cosa, ma non basta più: lo si è capito con le violenze contro omosessuali e trans, che sono aumentate dopo il 2016, l’anno dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Le leggi seguono i mutamenti sociali: ne stiamo attraversando uno. Serve una legge come il ddl Zan, cioè una legge che difenda i cittadini appartenenti a minoranze e gruppi da discriminazioni e violenze fondate su orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Purtroppo, il fatto che siano al governo anche quelle forze che hanno applaudito l’attacco di Pio & Amedeo al politically correct non fa ben sperare. (1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 5 maggio)

I personaggi creati dai comici Pio D’Antini e Amedeo Grieco, Pio & Amedeo, sono due agroikoi, dicevamo, cioè due Checco Zalone. Il loro sketch contro il politically correct procede per gag che sono composte, come ogni gag, da una premessa e da una battuta.  Le premesse usate da Pio & Amedeo sono una sfilza di argomenti falsi. Vediamoli uno per uno.

“Non è l’uso della parola il problema, ma l’intenzione della parola.”. Solo che non ci sono parole neutre, e quelle che rimandano a discriminazioni, passate e presenti, sono discriminatorie, indipendentemente dalle intenzioni di chi le dice. Oggi contano più le parole che il significato che ci metti dentro.”. Ma non la decidi tu, la storia discriminatoria che una parola si porta dentro. Oggi non si può dire più niente.”. No, si può dire tutto, ma senza discriminare il prossimo per motivi razziali, etnici, religiosi. Il ddl Zan estende giustamente questo divieto ai motivi sessuali, di orientamento sessuale, di identità di genere e di disabilità. Perché uno dovrebbe poter discriminare gli altri impunemente? “Dobbiamo poter scherzare su tutto senza freni!”. Davvero? Anche scherzare su vittime vere di carnefici veri? Schierandoti cioè coi carnefici? Per esempio perculando Anna Frank o don Pino Puglisi? Non credo proprio. “Io voglio che negro faccia la fine di terrone. Nel senso della parola. All’inizio era dispregiativo. Appena abbiamo sfoderato l’autoironia noi terroni è quasi diventato figo dirlo.”. Anche oggi ‘terrone’ è un insulto, se lo dici a chi non conosci. Poi, se un determinato insulto è figo non sta a te deciderlo, ma alla vittima dell’insulto. Infine, auspicare l’autoironia della vittima lascia intatto il comportamento del violento, ovvero è una banalizzazione del problema: creato dal violento, non dalla vittima. L’avarizia degli ebrei è un luogo comune. Scherziamoci su.”. Ma perpetuare uno stereotipo non contrasta lo stereotipo, e incoraggia chi lo condivide. Le gag tv che rafforzano gli stereotipi razzisti hanno come conseguenza quella di banalizzare il razzismo, col risultato, per esempio, che a scuola i bulletti umiliano certi compagni ripetendo a sfottò i tormentoni, apparentemente innocenti, di questo o di quel comico tv. Vedi “Il problema con Apu” (shorturl.at/sCEIM). Va condannata la cattiveria.”. Ma un cattivo potrebbe sempre giustificarsi con l’altro tuo argomento, e dirti che hai frainteso la sua intenzione. E che sei pure poco autoironico, dato che, giustamente, t’incazzi. Ci sono parole che non si possono dire in televisione.”. Giusto: in base alle fasce orarie, per proteggere i bambini. Nelle altre fasce orarie, e senza discriminare il prossimo, dovresti poter dire tutto (anche se c’è ancora chi non riesce a rientrare in Rai per fare il talk-show che faceva con successo, essendone stato bannato 20 anni fa dopo un editto di Berlusconi, il padrone della tv concorrente che trasmette Felicissima sera). Mica tu ti offendi se dico che i neri ce l’hanno più grande del tuo?”. Ma il problema non è l’offendersi, è il discriminare. E il non banalizzare temi rilevanti con stereotipi e stupidera. “Per qualcuno che l’ha frainteso da casa, io chiedo scusa a tutte le donne, le donne sono sensibili.” “Che ho detto?”. Avete appena detto che il problema è di chi è sensibile e fraintende. Ci resta un’unica soluzione: l’autoironia.” No: l’autoironia non è una soluzione perché solleva i violenti dall’obbligo sociale e morale di non essere violenti. Una risposta migliore è una legge che obblighi finalmente i violenti ad assumersi la responsabilità di comportamenti che, poiché non sanzionati, continuano a vessare vittime. Ovviamente non basta: serve altro, come vedremo. (2. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 6 maggio)

Le gag sono composte da una premessa e da una battuta. Ieri abbiamo visto che le premesse usate da Pio D’Antini e Amedeo Grieco per lo sketch dei loro personaggi Pio & Amedeo contro il politically correct sono una sfilza di argomenti falsi. Quanto alle battute, abbiamo già visto (Ncdc, 27 aprile) che il punto non è se una gag fa ridere o meno. Si ride infatti per il meccanismo comico, che scatena il riflesso della risata; ma se la tua gag veicola un’idea razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no); se ridi a una gag razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no). Nello sketch in questione, mentre le premesse false stabiliscono, sbagliando, che razzismo e omofobia non stanno nelle parole, ma nella testa di chi le usa (invece stanno sia nella testa che nelle parole, poiché queste hanno una storia che contribuisce al loro significato), le battute a suffragio di quelle tesi false limitano gli esempi a contesti particolari, come l’uso ingiurioso di epiteti fra amici (“Io ho un amico a Foggia, Lorenzo. Ogni volta che arriva il conto si inventa la telefonata, deve andare al bagno, uh, ho il portafoglio a casa. Lo chiamiamo Lorenzo l’ebreo.” ) e le  epoche in cui il razzismo non era avvertito (“Abbiamo cantato Edoardo Vianello: ‘Siamo i Watussi. I piccoli negri.’ Ma mo’ Edoardo Vianello è razzista? Quel povero signore di 90 anni, ma che ha fatto?”). In questo modo, l’argomento creato (esempio particolare, tesi falsa generale: “chiamiamo il nostro amico tirchio ‘Lorenzo l’ebreo’, quindi possiamo dare dell’ebreo a tutti i tirchi”) è una classica fallacia induttiva, la generalizzazione indebita. Che va bene per far ridere, ma in un discorso sui temi rilevanti del razzismo e della discriminazione fa il gioco dei violenti. Come se non bastasse, il modus operandi di D’Antini e Grieco è lo stesso che inguaia il trailer di Tolo Tolo (Ncdc, 23 aprile) e certe gag del film Borat (non a caso, tutti osannati dalle destre): l’ambiguità con cui gli attori condividono la posizione dei loro personaggi. Questa ambiguità non c’è quando comici come Albanese e Stephen Colbert interpretano i loro personaggi reazionari: la presa di distanza fra attore e personaggio è resa in modo netto. Infatti i reazionari non applaudono Albanese e Colbert, come invece fanno con Pio & Amedeo, Zalone e Borat. 

   Chi ha difeso quello sketch ha usato la stessa fallacia induttiva di D’Antini e Grieco: prendere esempi da contesti limitati (“Anche i gay usano fra loro la parola frocio”, “Paolo Isotta voleva essere chiamato ricchione” “Allora anche Totò e Walt Disney erano razzisti e discriminavano”): questi esempi non giustificano che oggi tu possa dare del frocio e del ricchione a chi non conosci, o possa fare scenette in blackface. La prova dell’errore di generalizzazione di quello sketch è nelle reazioni indignate che ha suscitato. Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma: “Non è vero che il problema sia l’intenzione che si mette, il tema sono le parole per il significato che assumono e per ciò che contribuiscono a creare nell’ambiente in cui viviamo. Le parole sono il preludio della violenza, perché per esempio le cronache sono ancora piene di notizie di persone omosessuali insultate e poi aggredite, di chi ha un colore diverso della pelle che è costretto a subire razzismo e intimidazioni. Questa è la difesa della libertà di tutti, non razzismo al contrario o difesa di alcune minoranze. Anche quella di un bambino del sud che si trasferisce al nord e non deve accettare gli insulti contro i meridionali solo perché così hanno deciso Pio e Amedeo. Chi difende la licenza a insultare non difende la libertà d’espressione, ne limita l’esercizio a chi è vittima della violenza.” (3. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 7 maggio)

Abbiamo visto come degli errori semiotici, retorici, logici e pragmatici portano lo sketch di Pio & Amedeo a una conclusione aberrante (la soluzione della violenza verbale spetterebbe a chi la subisce: questi dovrebbe “riderne”). La prova dell’errore di quello sketch è nelle reazioni indignate che ha suscitato.

Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo: “Le parole sono già fatti. Additano gli ebrei come fossero tutti uguali, un’intera categoria di avari: il primo passo per spogliare le persone della loro individualità e esporle al pregiudizio. Soprattutto, ricalcano i vecchi schemi delle offese antisemite, dimenticando o ignorando che proprio attraverso questi insulti si riesce a colpire le persone in quanto tali; dimenticando quanto parole banali, stereotipate e offensive creino una realtà di discriminazione, che divide ‘noi’ da ‘loro’, e che porta e ha portato, quella sì, sicuramente alla violenza nei ‘fatti’.”. 

Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito Gay: “Con una risata non si possono seppellire anni di discriminazione: ‘ricchione’ al sud significa persona che non può procreare, è una parola molto pesante e offensiva, c’è un ragazzo che rispondeva sempre col sorriso a questo insulto, poi ha preso una corda e si è impiccato. La risata di chi subisce l’insulto non è contentezza, ma è per non mostrarsi deboli. Devono essere garantiti i diritti delle persone, non si può far passare che l’insulto è qualcosa di banale che si stempera con una risata. Perché queste frasi vanno a seminare un odio che poi sfocia nell’isolamento e nella depressione. Anche personalmente, sentirsi chiamare ricchione, o qualcos’altro, non è mai una sensazione positiva, se stai vivendo una situazione personale con il tuo compagno e ti senti apostrofare così. Non sono cose che divertono. In privato con un amico fai quello che vuoi, ma in televisione in prima serata col 3% di share non è accettabile. Pio e Amedeo hanno fatto una stupidaggine e mi auguro che ritornino sui loro passi, e non si schierino con un partito come quello di Salvini che ha commentato dicendo che dava loro la sua solidarietà.”. 

Vladimir Luxuria: “‘Ridiamoci sopra’ purtroppo non basta. Dite che non c’è bisogno del Gay Pride perché Amedeo non andrebbe mai in giro con un cartello dicendo ‘viva la fica’. Bisogna chiedersi perché esiste il Gay Pride e non l’Etero Pride. Forse perché gli etero possono accedere al matrimonio mentre per i gay ci sono le unioni civili? Forse perché le coppie eterosessuali possono sperare di adottare mentre i gay no? Forse perché degli eterosessuali possono essere genitori e i gay no? Forse perché nessuno è andato mai in giro a picchiare qualcuno in quanto solo eterosessuale? E magari due gay in certi contesti prima di baciarsi fra di loro devono guardarsi in giro per vedere che non ci sia nessuno con cattive intenzioni di colpirli insultarli o picchiarli? Quindi ironia sì, diritto alla satira sì, ma attenzione: in contesti di omofobia transfobia bifobia, davvero, non basta farsi una risata.”. 

   Quando uno usa parole discriminatorie, non sta solo insultando: sta dicendo che si pone in una posizione di chiusura e di rifiuto nei confronti di diritti di cui non riconosce la legittimità. Questa mentalità sta cambiando: oggi si notano discriminazioni che finora venivano ignorate, e che comportavano conseguenze negative per certi gruppi sociali. Poiché si stanno moltiplicando gli atti di violenza contro quelle minoranze, il ddl Zan è una risposta migliore dell’autoironia delle vittime suggerita da Pio & Amedeo. Ma serve anche altro, come vedremo domani. (4. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 8 maggio)

Nelle puntate scorse abbiamo visto che l’errore argomentativo di Pio & Amedeo (la generalizzazione indebita) è stato commesso anche da chi li ha difesi; che l’autoironia delle vittime non è una risposta proponibile contro la discriminazione e la violenza poiché solleva i violenti dall’obbligo sociale e morale di non essere violenti; e che una risposta migliore è una legge che obblighi finalmente i violenti ad assumersi la responsabilità di comportamenti, oggi non sanzionati, che continuano a vessare vittime. Ovviamente non basta: serve un impegno educativo. Per esempio, studiare a scuola il manuale contro l’hate speech (tratto da un testo edito dal Consiglio d’Europa) diffuso in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, che inquadra il problema ed esamina come valutare i discorsi razzisti e discriminatori per contenuto, tono, bersaglio, contesto e impatto. Vi si legge, fra l’altro: “Gli stereotipi negativi si diffondono nella società, certi gruppi diventano sempre più emarginati e isolati, si acuiscono i conflitti e le divisioni, e si aggravano gli abusi o le minacce, mentre alcuni individui testano fino a dove possono spingersi. Nei casi più gravi, le ‘espressioni di odio’ conducono ad aggressioni fisiche.” (Lo si è visto di recente con le violenze post-Covid contro gli asiatici.) Insegnanti e comunicatori dovrebbero essere istruiti, e istruire, su questo; e pure sugli errori di ragionamento, poiché comportano conseguenze molto dannose se commessi su temi rilevanti. E’ facile prendere abbagli in materia. Lo dimostra l’argomento usato negli anni ’60 da Lenny Bruce: sosteneva che è la repressione di parole come “negro” a dar loro violenza, forza, malvagità. Ne ricavò uno sketch divertente dove continuava a ripetere la parola “nigger”, insieme con tutti gli epiteti denigratori relativi alle nazionalità: “Se il presidente Kennedy andasse in tv ogni giorno e dicesse ‘Vi presento i negri della mia Amministrazione’, e questi si chiamassero fra di loro ‘negro’, e ogni giorno tu sentissi negro negro negro negro negro, nel giro di due mesi negro non significherebbe molto più di buonanotte o salute!” (shorturl.at/uzDHN). In tal modo, Lenny confondeva il post hoc (la parola ha uno stigma a causa della sua storia, per questo non viene usata per rivolgersi ad altri) con il propter hoc (non dire la parola le dà uno stigma): l’ennesima fallacia induttiva. (Infatti oggi i rapper dicono “nigger” di continuo, ma “nigger” resta un insulto, se rivolto ad altri.) Come già detto (Ncdc, 1 settembre), gli errori di ragionamento sono perfetti per la comicità, ma fanno deragliare le opinioni dai binari dell’argomentazione corretta, portando a giudizi falsi: anche per questo la propaganda politica e commerciale ne abusa. Chi lavora nella comunicazione ha il dovere sociale e morale di emendare il discorso pubblico dalla violenza psicologica di espressioni che legittimano quella fisica. I media di destra, invece, hanno prontamente lodato lo sketch di Pio & Amedeo contro il politically correct, con la solita apologia strumentale della libertà di espressione. Per poi insorgere compatti il giorno dopo contro l’intervento di Fedez al Concertone del 1° maggio. Altro caso emblematico: l’organizzazione e la Rai hanno cercato di convincere Fedez a desistere dal proposito di fare il suo monologo satirico; Fedez l’ha fatto lo stesso; e quando la Rai ha smentito il tentativo di censura, Fedez ha pubblicato in rete la registrazione della telefonata. Le reazioni hanno seguito un protocollo collaudato, come vedremo, col risultato di sviare l’attenzione di tutti dalla vera bomba atomica sganciata dal rapper: “Il Vaticano ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo.” (5. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 11 maggio)

In Italia, da mo’, opera un sistema di sorveglianza e punizione per impedire che un intellettuale e/o un artista scantonino dall’andazzo vigente nei media di massa. Il protocollo, rodato, ha due scopi principali: 1) impedire o controllare l’espressione, nei media di massa, di libertà non concordata che si occupi di politica e di Vaticano; 2) bastonare chi riesce a esercitare nei media di massa il suo diritto di espressione non concordata su politica e Vaticano. Chiudendo il suo monologo satirico al Concertone, Fedez ha sganciato in diretta una bomba nucleare: “Il Vaticano ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo.” Da subito, i giornaloni e le tv si sono concentrati sul detonatore, il tentativo di censura del monologo da parte degli organizzatori e della Rai; e sull’esplosivo, la Lega che si oppone al ddl Zan, con contorno di frasi immonde di politici leghisti contro gli omosessuali. Non si sono invece soffermati sul nocciolo radioattivo: il Vaticano ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo. (Mia zia: “Adda venì Lutero!”). I giornalisti non ne hanno parlato perché hanno il vizio nobile della notizia, che il giorno dopo è già scaduta. Questo però può renderli ciechi a un evento che trasforma la notizia nota in qualcos’altro, come quando un rapper famosissimo, durante il Concertone su Rai 3, denuncia l’ipocrisia del Vaticano che ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo (“un aborto chimico”, secondo la Chiesa). Un monologo satirico è un atto che produce effetti, e come ogni dispositivo culturale ha conseguenze sociali diverse a seconda del contesto in cui agisce. Una bomba satirica, a parità di chilotoni, ha un impatto devastante se la si sgancia, invece che sul web o sui giornali (un mare magnum che disperde l’uditorio), sulla Rai durante una diretta vista da milioni di persone. Chi è preposto a impedire gli impatti satirici nei media di massa lavora affinché il galateo reazionario in vigore non sia contraddetto. Un esempio recente è la sparizione, dal sito dalla pagina Fb del programma Le Iene, e da Mediaset Play, del servizio delle Iene sui voli di Stato di Maria Elisabetta Alberti Casellati: funziona così. E nessuno ha sottolineato la replica assurda di Davide Parenti, il capo delle Iene: “Non abbiamo avuto nessun problema a mandare in onda il servizio. Di telefonate io non ne ho ricevute. Poi non so…Non chiedete a me, posso solo dire che questa cosa è alquanto buffa.” Una censura clamorosa di natura politica, tipo Trotsky che scompare dalla foto con Lenin, lui la trova buffa. Speriamo possa continuare a fare Le Iene su Mediaset per altri 20 anni, impavido com’è davanti ai superiori.

   Il protocollo italico del killeraggio mediatico contro chi riesce a esercitare nei media di massa la sua libertà di espressione non è una novità. Si rabbrividisce vedendo come i cinegiornali degli anni ’60 sfottevano Pasolini: shorturl.at/xINSX.

   Fra le prassi del sistema di sorveglianza e punizione, è giusta la richiesta delle tv di esaminare in anticipo il materiale da trasmettere: un editore deve cautelarsi da grane legali. Diventa però censura se il materiale non contiene nulla di illegale, e la decisione di cassarlo è motivata solo da ragioni ideologiche e/o da corbellerie come il vincolo del contraddittorio con chi ha pronunciato la frase “Se avessi dei figli gay li brucerei nel forno”. Alla fine, Fedez ha potuto fare il suo monologo come l’aveva pensato, ma ha anche diffuso un video della sua telefonata con due organizzatori del Concertone e una dirigente Rai, per documentare il loro tentativo, imbarazzante, di dissuasione. Boom! (6. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 12 maggio)

Nel documentare il tentativo di censura, Fedez ha commesso un’ingenuità: l’ha definita “censura”, ma ancora non lo era (Ilaria Capitani, vice-direttrice di Rai 3: “Ci tengo a sottolinearle che la Rai non ha assolutamente una censura, ok? Non è questo. Dopodiché io ritengo inopportuno il contesto.”); e un errore: ha tagliato qua e là il video per riassumerlo, ottenendo un effetto enfatico (un silenzio apparente di Capitani dopo una sua domanda) che nell’audio originale non c’era (Fedez: “Posso dire delle cose che per lei sono inopportune ma che per me sono opportune, non hanno turpiloqui o bestemmie e riportano semplicemente i fatti?” Capitani: “Assolutamente.”). Resta il problema (Fedez: “Un artista meno privilegiato avrebbe ceduto probabilmente. E i dipendenti Rai, una tv di Stato, devono scegliere tra libertà di parola e far mangiare la famiglia. E’ giusto questo?”). Dopo l’esplosione della bomba satirica di Fedez (la denuncia delle pressioni dissuasive degli organizzatori del Concertone e della Rai, l’attacco alla Lega che si oppone al ddl Zan, e la chiusa sull’ipocrisia del Vaticano che ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo), il sistema vigente di sorveglianza e punizione ha attivato il solito protocollo. La procedura, rodatissima, consiste nello smerdare l’eroe. (Vi si dedicano in parecchi, e fanno sempre carriera.) Smerdare l’eroe è una fallacia ad hominem (invece di replicare nel merito della denuncia, si attacca la persona che l’ha fatta), ma fa presa sugli sprovveduti. Per smerdare si usa innanzitutto il tu quoque (“Le tue canzoni di qualche anno fa non erano politicamente corrette!” Fedez: “Ho sbagliato, ma poi ho cercato di migliorarmi.”). Poi l’aringa rossa, cioè spostare l’attenzione su un tema non rilevante (“Fedez ha una Lamborghini da 200mila euro. Vive in un attico da 2 milioni!” Fedez: “Se compro una Panda sono più credibile e posso dire quello che penso?”). Poi il benaltrismo (“Perché invece non ha parlato di Amazon che vessa i lavoratori? E del video di Grillo? E della Palestina?” Fedez: “C’è una lista di temi a cui devo dare una risposta prima di esprimere una mia opinione?”). Poi si insinua che lo fa per convenienza (“Così accalappia follower e like.”). Poi lo si sfotte (“Da Sciascia e Pasolini siamo arrivati a Fedez e Ferragni.”). Poi si confondono le acque (Polito sul Corriere: “Si deve certamente essere d’accordo sulla sua libertà di dirlo da un palco sul quale è stato invitato. Lo si sarebbe con ancora maggiore entusiasmo se i difensori del diritto di parola di Fedez avessero usato la stessa energia nel difendere la comicità di Pio e Amedeo.” Come se un monologo in difesa dei diritti Lgbtq+ fosse equivalente a uno sketch che le comunità di riferimento hanno giudicato razzista e omofobo.). La procedura punitiva viene poi estesa ai sorveglianti maldestri (Il leghista Capitanio: “Vogliamo vedere il contratto tra la società esterna che ha organizzato il Concertone e la Rai per un esposto alla Corte dei Conti e per esprimere un atto di indirizzo in Vigilanza, affinché l’Azienda di Servizio Pubblico impugni il contratto alla luce dei gravi errori che ci sono stati sul palco del Concertone. E mi riferisco sia all’uso strumentale della festa dei lavoratori per parlare d’altro senza contraddittorio, peraltro in una rete pubblica, e sia al mancato controllo sulla promozione di marchi pubblicitari da parte di Fedez, cosa assolutamente vietata dalle policy Rai.” La procedura punitiva contro l’eroe popolare si conclude, in genere, con una o più azioni legali (“La Rai ipotizza una denuncia contro il cantante”) che lo tengano impegnato in tribunale per decenni. Colpirne uno per educarne cento. (7. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 13 maggio)

Il protocollo rodato del sistema vigente di sorveglianza e punizione, con cui in Italia si impedisce che un intellettuale e/o un artista scantonino dall’attività consentita nei media di massa, per poi danneggiarlo se ci riesce lo stesso, è completato dal soccorso reazionario degli intellettuali e/o artisti che fanno parte del sistema. Dopo la bomba satirica sganciata da Fedez (la denuncia delle pressioni dissuasive degli organizzatori del Concertone e della Rai, l’attacco alla Lega che si oppone al ddl Zan, e la chiusa sull’ipocrisia del Vaticano che ha investito milioni di euro in un’azienda che produce la pillola del giorno dopo), sono comparse in tutta fretta, su giornaloni e tv, interviste a protagonisti della comunicazione concordi nel derubricare la censura tv a “linea editoriale”. Meglio chiarire, a scanso d’equivoci interessati: è giusta la richiesta delle tv di esaminare in anticipo il materiale da trasmettere, un editore deve cautelarsi da grane legali. E, ovvio, può anche non piacergli il materiale: ma se il materiale non contiene nulla di illegale (per esempio roba razzista), e la decisione di cassarlo è motivata solo da ragioni ideologiche e/o da corbellerie come il vincolo del contraddittorio con chi ha pronunciato la frase “Se avessi dei figli gay li brucerei nel forno”, la legittima linea editoriale diventa illegittima censura. Il protocollo rodato serve anche a far confusione su questo punto. E allora Repubblica stampa un intervento dell’editore Laterza, da cui estraggo queste frasi: “Cos’è infatti la Rai se non un editore? Si può discutere delle scelte di un editore ma è suo diritto farle. Per quanto riguarda Fedez, in nome della libertà di espressione, si è messa in questione la possibilità stessa della Rai di discutere contenuti e modalità della sua performance. Vogliamo che la Rai si trasformi in una piattaforma di lancio di qualunque messaggio, senza alcun filtro editoriale?” No, vogliamo che la tv di Stato non censuri per motivi ideologici contenuti leciti, poiché la censura non è una linea editoriale. E allora il Foglio intervista Angelo Guglielmi: “Mi risponde che prima di Fedez dire di no non era censura, ma linea editoriale. Lei ha chi ha detto di no? ‘A Ettore Scola. Veltroni mi aveva chiesto di riceverlo. Scola voleva che gli producessi un documentario di sua figlia e una sua sceneggiatura. Entrambi i casi ho dovuto dire di no perché erano lavori che non mi convincevano.’ Censura? ‘Si sarebbe vergognato lui per primo a definirla censura.’” Certo, perché in questo caso non lo è: il caso Fedez è del tutto diverso, è stato un tentativo di censura, e non c’entra con il discorso della linea editoriale. E allora Open, il giornale online fondato da Enrico Mentana, intervista Carlo Freccero: “La Rai ha detto che è normale leggere prima i copioni. ’Ma no, il massimo che capita è che ti chiama il Comitato di Vigilanza e ti chiede di dare la parola a chi è stato attaccato. I cantanti non si possono mai controllare. L’arte è come la satira, non puoi pensare di mettere i paletti’.”. Tutti Je suis Charlie, a parole, ma quando Freccero, due anni fa, annunciò che voleva riportarmi in Rai (bit.ly/3yaUpvU), e ci incontrammo in presenza del mio avvocato, espresse come prima cosa la sua esigenza di “controllo editoriale”. Proposi una soluzione che tutelava la Rai e me: avrei consegnato la registrazione della puntata il giorno prima della messa in onda,  Freccero avrebbe potuto tagliare a piacere, e al posto delle parti tagliate avrei messo un riquadro nero con la scritta “materiale satirico giudicato non idoneo alla messa in onda”. Il programma, ovviamente, saltò, ed è molto interessante vedere come si mosse il micidiale protocollo di sistema. (8. Continua)  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 14 maggio)

Intervistato sul caso Fedez, Freccero ha detto: “L’arte è come la satira, non puoi pensare di mettere i paletti’.”. Certo, Je suis Charlie; ma due anni fa, quando si bullò per mesi di riportarmi a Rai 2 (bit.ly/3tJzLQ8), al nostro primo incontro Freccero esordì esprimendo la sua esigenza di “controllo editoriale”. Poiché controllare la satira è censura, proposi una soluzione che tutelava la Rai e me: avrei consegnato la registrazione della puntata del mio talk-show il giorno prima della messa in onda, Freccero avrebbe potuto decidere quali parti tagliare, e al loro posto avrei messo un riquadro nero con la scritta “materiale satirico giudicato non idoneo alla messa in onda”. (La censura deve essere vista, quando c’è: è questo che non vogliono farvi vedere; di qui lo scandalo Fedez.) Il programma, ovviamente, saltò. Ma vediamo come funzionò il micidiale protocollo di sistema. Al secondo incontro con Freccero, chiedo quale proposta economica mi facesse la Rai. Freccero e Lavatore (un funzionario Rai) mi dicono che non è competenza loro, c’è un ufficio preposto; ma si fanno dare dal mio avvocato la copia di una e-mail che avevamo inviato a un’altra casa di produzione, dove veniva indicato a titolo informativo quanto La7 mi dava per Decameron nel 2007 (12 anni prima!). Passa qualche giorno, e il contenuto di quella e-mail (una cifra che non è mai stata oggetto di trattativa con la Rai) è pubblicato da Repubblica, in un articolo secondo cui il mio rientro in Rai si fa difficile a causa della mia “richiesta economica eccessiva”. Il tutto utilizzando il solito condizionale paraculo (“Luttazzi avrebbe chiesto”). In gergo, questo si chiama “intrafottere”. A luglio, presentando il palinsesto, Freccero dichiara a Repubblica che le trattative con me si sono interrotte per tre motivi: 1) “Il poco tempo a disposizione, in quattro-cinque mesi non si possono fare miracoli.” Miracoli? A maggio già si poteva concludere l’accordo, se davvero avessero voluto. 2) “La richiesta economica elevata.” Ripeto: non c’era stata alcuna trattativa economica con la Rai. 3) ”La satira di Luttazzi si basa su potere e sesso, che mi stanno bene, e sulla religione: in questa epoca pre-moderna ho ritenuto che quest’ultimo fosse un tema troppo difficile da affrontare.” E in ogni epoca, anche pre-moderna, questa si chiama censura. Pochi mesi dopo, Freccero dichiara a TvBlog: “Se mandassi in onda Luttazzi in questo contesto e alle condizioni economiche da lui imposte, i commenti il giorno successivo sarebbero più o meno del tenore: ‘Chi è questo Luttazzi, pagato come una superstar per insultare il pubblico con i suoi commenti politicamente scorretti?’ Il politicamente scorretto di Luttazzi non sarebbe valutato come espressione di libertà, ma come ‘turpiloquio inconcepibile in una Rete pubblica’. Ancora più scandalo farebbe il suo compenso completamente al di fuori delle leggi di mercato.” Notare le scelte lessicali e argomentative: “le condizioni economiche da lui imposte” (non ho imposto un bel nulla, e avevo chiesto a loro di propormi un compenso, ma non fu possibile alcuna trattativa: sparirono); “pagato come una superstar per insultare il pubblico con i suoi commenti politicamente scorretti”, “turpiloquio” (attribuisce a un pubblico ipotetico ipotetiche denigrazioni su di me, e sulla mia satira mai andata in onda). Il giornalista che fa da sponda senza obiettare è parte del sistema rodato. Altro esempio? La volta che Baudo (“Avrei spento le telecamere durante il discorso di Fedez”) mi tagliò al montaggio le battute dette in un’intervista sulla censura (bit.ly/2RQZKbm) e Repubblica scrisse che mi ero autocensurato: bit.ly/3f9THXg. A volte quasi rimpiango di non essere un criminale. (9. Fine) 

 

 

Questioni comiche: bibliografia

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Ogni domenica, sul Fatto quotidiano, c’è la mia pagina dedicata alle questioni dell’arte comica: come farla, come analizzarla, qual è la sua funzione sociale; e il suo rapporto con le scienze, le leggi e le arti. Qui troverete le fonti citate negli articoli, puntata per puntata.

Grazie ai motori di ricerca, sul web bastano autore e titolo per rintracciare i dati completi di un libro: una bibliografia può essere semplificata.

Buona lettura!

#1

GirardUn pericoloso equilibrio. Ipotesi sulla comicità, 2006
              La violenza e il sacro, 1972
              Menzogna romantica e verità romanzesca, 1961

#2

BergerRedeeming Laughter, 1997
FoManuale minimo dell’attore, 1987
GreimasSemiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, 1979
LaboritElogio della fuga, 1976
Rizzi, La coppia comica, il doppio perturbante, 1986

#3

GirardDelle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, 1978
DouglasPurezza e pericolo, 1966
BettelheimIl mondo incantato, 1975
BarthesMiti d’oggi, 1970
Gruppo di LiegiRetorica della poesia, 1977
                                Retorica generale, 1970
Auden, prefazione a Stewart, Sense and Inconsequence, 1972

#4

BergsonIl riso, 1900
FreudIl motto di spirito, 1905
GriceLogica e conversazione, 1975
MartinHumor and Laughter, 2000
LittleRegulating Funny: Humor and Law, 2009
McGheeA Model of the Origins and Early Development of Incongruity-Based Humor, 1977

#5

BourdieuL’economia degli scambi linguistici, 1982
BlegerSimbiosi e ambiguità, 1967

#6

Marx & EngelsL’ideologia tedesca, 1846
Pasolini, Intervista di Louis Valentin, 1970
FoucaultSoggetto e Potere, 1982

#7

Orbdlik‘Gallows Humor’: A Sociological Phenomenon, 1942
Banc & DundesFirst Prize: Fifteen Years!, 1986
WarnekenDer sozialkritische Witz als Forschungsproblem, 1978
SteinThe Politics of Humor: The Berlin Wall in Jokes and Graffiti, 1989
Gamm, Der Flüsterwitz im Dritten Reich, 1963
OringJokes and the Discourse of Disaster, 1987
RancièrePolitics of Aesthetics: the Distribution of the Sensible, 2004
JankélévitchIl Puro e l’Impuro, 1960
AppelThe Annotated Lolita, 1953
MelandriLa linea e il circolo, 1968
LuporiniLeopardi progressivo, 1947
PasoliniConversazione con Gideon Bachman, 1974
                 Intervista di Giorgio Bocca, 1966
BuberIl problema dell’uomo, 1943

#8

Ryzik, Buckley & KantorLouis C.K. Is Accused by 5 Women of Sexual Misconduct, 2017 / Louis C.K. Responds to Accusations: ‘These Stories Are True’, 2017
KilmartinBeing a Female Comic in Louis C.K.’s World, 2017
RyzikLouis C.K. Performs First Stand-Up Set at Club Since Admitting to #MeToo Cases, 2018
KieferLouis C.K. Returns to Stand-up for the First Time Since Admitting to Sexual Misconduct, 2018
TraisterToo Much, Too Soon, 2018
DessemLouis C.K. Performed Stand-up Sunday for the First Time Since Admitting Sexual Misconduct, 2018
HessLouis C.K. Slithers Back, Whether We’re Ready or Not, 2018
StevensonStandup Comedians Explain Why Louis C.K.’s Return Was So Infuriating, 2018
AmatulliLouis C.K. Performs At Comedy Cellar Again, Appears To Have Learned Nothing, 2018
RyzikLouis C.K. Performs Again, but Club Gives Patrons an Out, 2018
DebLouis C.K. Turns Up at a Comedy Club, but This Time It’s No Secret, 2018
WrightWe Always Knew a Louis C.K. Comeback Would Be Easy, 2018
AswellThe Role Money Plays In Louis C.K.’s Recent Return, 2018
Zoller SeitzThe Real Louis C.K. Is Finally Standing Up, 2018
PescaIt’s Like Louis C.K. Is Not Even Trying to Win Back His Audience, 2019
DessemLouis C.K.’s Newest Fans Deserve Louis C.K.’s Newest Special, 2020

#9

BBC NewsLittle Britain pulled from iPlayer and Netflix because ‘times have changed’, 2020
NicholsonHow Did It Take This Long To Put ‘Little Britain’ In The Bin?, 2020
SandhuWhy blackface is offensive: the history of the racist comedy trope after Little Britain removed from BBC iPlayer and Netflix, 2020
MarshallBlackface on British TV Finally Faces a Reckoning, 2020
Blackall, David Walliams and Matt Lucas apologise for Little Britain blackface, 2020
IvieNetflix Removes Several British Sketch Shows Over Blackface, 2020
ClarkHow the History of Blackface Is Rooted in Racism, 2019
HowardThe problem with blackface, 2018
Harrison‘Little Britain’ Has Not Aged Very Well, 2018

#10

NabokovUn mondo sinistro, 1947
Lehne & KoelschToward a general psychological model of tension and suspense, 2015
RamachandranThe neurology and evolution of humor, laughter, and smiling: the false alarm theory, 1998
MartinBorn Standing Up, 2007

#11

SalmonTeoria della traduzione, 2018
BlochA well-disposed social anthropologist’s problems with memes, 2000
BorgesAltre inquisizioni, 1952
CatfordA linguistic theory of translation: an essay in applied linguistics, 1969
NidaToward a Science of Translating, 1964
SchleiermacherSui diversi modi del tradurre, 1813
Von HumboldtIntroduzione alla traduzione dell’Agamennone di Eschilo, 1816
LotmanLa struttura del testo poetico, 1970

#12

IaiaAnalysing English as a Lingua Franca in Video Games, 2016
CaimottoTranscreare un nuovo tipo di umorismo: il caso di Daniele Luttazzi, 2014
Charensol & RégentRené Clair, 1952

#13

Edelman & TononiA Universe of Consciousness, 2000

#14

NeisserCognitive Psychology, 1967

#15

HickokThe Myth of Mirror Neurons, 2014
FoManuale minimo dell’attore, 1987
MelandriContro il simbolico, 1989
Brandi, Celso, o della poesia, 1957
FernandezMuseo del romanzo della Eterna, 1967
KafkaLa metamorfosi, 1915
Woody AllenSenza piume, 1975
MelandriLa linea e il circolo, 1968
KoestlerThe Act of Creation, 1964
Perelman & Olbrechts-TytecaTrattato dell’argomentazione, 1958
Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970

#16 e #17

Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970

#18

MarainiLa gnòsi delle fànfole, 1978

#19

Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970

#20

Olbrechts-TytecaIl comico del discorso, 1974
ButorRépertoire III, 1968

#21

Olbrechts-TytecaIl comico del discorso, 1974
Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905

#22

Olbrechts-TytecaIl comico del discorso, 1974

#27

MalerbaStrategie del comico, 2018
FoManuale minimo dell’attore, 1987
GirardMenzogna romantica e verità romanzesca, 1961

#28

TreuAristofane, nomi in commedia (Parte I). Il destino nel nome: Acarnesi, Cavalieri Nuvole, 2019

#33

GiaccariaGoogle Earth: rimappare il mondo, 2015

#37

RankIl doppio, 1914

#39

BorgesL’invenzione della poesia, 1967

#42

Gadamer, Verità e metodo, 1960
PaduanoEditoriale, Dioniso, vol. 1, 2011

#43

FoManuale minimo dell’attore, 1987

#44-45

GreimasLa semantica strutturale, 1966

#46

Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970
Olbrechts-TytecaIl comico del discorso, 1974
GreimasLa semantica strutturale, 1966
Eco, Kant e l’ornitorinco, 1997
         Lector in fabula, 1979
HelmholtzHandbuch der physiologischen Optik, 1867
Edelman & TononiA Universe of Consciousness, 2000
MorrisSigns, Language and Behavior, 1946
VioliSignificato ed esperienza, 1997

#47

Watson, Matthews & AllmanBrain Activation during Sight Gags and Language-Dependent Humor, 2007
Parris, Kuhn, Mizon, Benattayallah & HodgsonImaging the Impossible: An fMRI Study of Impossible Causal Relationships in Magic Tricks, 2009

#48

Attardo & RaskinScript theory revis(it)ed: Joke similarity and joke representation model, 1991
Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905
AverillAutonomic response patterns during sadness and mirth, 1969
LeviThe urinary output of adrenalin and noradrenalin during pleasant and unpleasant emotional states, 1965
Schachter & WheelerEpinephrine, chlorpromazine, and amusement, 1962
NerhardtHumor and inclination to laugh: Emotional reactions to stimuli of different divergence from a range of expectancy, 1970
McGheeThe Role of Arousal and Hemispheric Lateralization in Humor, 1983
                 Humor: Its Origin and Development, 1979
SpencerThe physiology of laughter, 1860
ShannonWhat children find humorous in the books they read and how they express their responses, 1999
RappA philogenetic theory of wit and humor, 1949
GrunerUnderstanding Laughter, 1978
LeacockHumor: Its Theory and Technique, 1937
ClastresDe que riem os índios?, 1974

#49

Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905
RobinsonChaplin: His Life and Art, 1985
FoucaultL’archeologia del sapere, 1969
HenniganSorry, Jerry Seinfeld, It’s Time to Retire, 2020
BiléNeri nei campi nazisti, 2005

#50

MinskyA Framework for Representing Knowledge, 1974
GoffmanFrame Analysis: An essay on the organization of experience, 1974
FillmoreFrame semantics and the nature of language, 1976
Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970

#51

MartinBorn Standing Up, 2007

#52

BourriaudArte relazionale, 1998

#53

GreimasLa semantica strutturale, 1966

#54, 55, 56, 57

Gruppo di LiegiTrattato del segno visivo, 1992
                                Retorica della poesia, 1977

#58

AdornoFilosofia della musica moderna, 1949

#59, 60, 61

Klee, Teoria della forma e della figurazione, 1956, 1970
Gruppo di LiegiTrattato del segno visivo, 1992
GreimasSemiotica Figurativa e Semiotica Plastica, 1984

#62, 63, 64

MetzLa significazione del cinema, 1971
Casetti & Di ChioAnalisi del film, 1990

#65

DurandLe strutture antropologiche dell’immaginario, 1963

#66

DurandLe strutture antropologiche dell’immaginario, 1963
Gruppo di LiegiRetorica generale, 1970
                               Retorica della poesia, 1977
Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905
GreimasSemiotica Figurativa e Semiotica Plastica, 1984
                 Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, 1979
                 La semantica strutturale, 1966
GirardUn pericoloso equilibrio. Ipotesi sulla comicità, 2006
LaboritElogio della fuga, 1976
CazeneuveSociologie du Rite, 1971

#67

FoucaultLe parole e le cose, 1966
SalmonTeoria della traduzione, 2018
KandelAlla ricerca della memoria, 2007
PinkerWord and Rules, 1999
GazzanigaLa mente inventata. Le basi biologiche dell’identità e della coscienza, 1999

#68

NidaToward a Science of Translating, 1964
SalmonTeoria della traduzione, 2018
VenutiThe Translator’s Invisibility, 1995
The Scandal of Translation, 1998

#69

SalmonTeoria della traduzione, 2018
MegaleIl traduttore di libri nel diritto d’autore italiano, 1993
NabokovProblems of Translation, 1955
                   The Art of Translation, 1981
BorgesStoria dell’eternità, 1936
Klosty BeaujourTranslation and Self-Translation, 1995
MorettiNetwork Theory, Plot Analysis, 2011

#70

TerrinoniAlasdair Gray, quando l’arte si concede all’altro, 2020
CaimottoTranscreare un nuovo tipo di umorismo: il caso di Daniele Luttazzi, 2014
FreudIl motto di spirito, 1905

#71

BrandiCelso, o della poesia, 1957

#72, 73, 74

McGhee & GoldsteinHandbook of Humor Research, 1983
Nabokov,  The Art of Translation, 1981

#77

GolomstockTotalitarian Art, 1990
HallidayOn Grammar, 2002
BarberoLa voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali, 2013

#78

Fo, Sul caso Luttazzi-Decameron, 2007
Hicks, Love All the People, 2004
Shakespeare, All’s Well That Ends Well, 1623
Heywood, A Dialogue conteinyng the nomber in effect of all the Prouerbes in the Englishe tongue, 1546

#79, 80

Spitzer, Rabelais. La formazione di parole come strumento stilistico, 1910
Schneegans, Geschichte der grotesken Satire, 1894

#81

Spitzer, Rabelais. La formazione di parole come strumento stilistico, 1910
Beckett, Dante… Bruno. Vico.. Joyce, 1929

#82
Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale, 1986
Lemos, Finnegans Wake and the art of punishing the English language, 2010
Franco, Alliteration and reading in Finnegans Wake, 1995
Attridge, Peculiar Language: Literature as Difference from the Renaissance to James Joyce, 1988